le sirene continuano: il partito democristiano ha sempre più paura

L’edizione della Stampa di sabato diciannove agosto riporta – a pie’ delle pagine quattordici e quindici – una fin troppo lunga intervista che Ettore Rosato, capogruppo sedicente democratico alla Camera dei Deputati,  ha rilasciato a Carlo Bertini.

L’intero sproloquio del dirigente democristiano è un insieme di posizioni inaccettabili, a cominciare dalla presunzione – da parte del Partito Democristiano – di essere il faro che guiderà una futura alleanza di centrosinistra.

A dire il vero, nemmeno il politicante si spinge a dare per scontato che un’ammucchiata del genere sia possibile: da una parte continua, come tutti gli esponenti della sua co… – pardon, formazione politica – a lisciare il pelo a Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano che gestì la nefasta Esposizione universale del 2015, dall’altra non smette di sputare veleno verso la sinistra socialdemocratica, in particolare contro i bersanian-dalemiani.

In queste condizioni è evidente l’intento del Rosato: spaccare il fronte che sta alla sinistra del piddì; sta ai personaggi che seguono l’avvocato ex rifondarolo non cedere alle lusinghe di chi è interessato soltanto a che qualche zerbino gli porti i voti per poi scaricarlo senza ritegno.

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a roma “la luna di miele” tra la raggi e minniti produce l’ennesimo sgombero abitativo (da red block)

Roma nuovo sgombero d’agosto butta 1000 persone in strada

Maxioperazione di polizia contro l’occupazione di piazza Indipendenza, dove da quattro anni vivevano centinaia di rifugiati. Dopo Casetta e via di Quintavalle, terzo sgombero estivo nella capitale, che si aggiunge a quelli dei centri sociali di Milano e Bologna

A ottobre 2013 centinaia di rifugiati, soprattutto somali ed eritrei, avevano aperto le porte di un enorme palazzo abbandonato a pochi passi dalla stazione Termini,. Così, il grande edificio situato tra via Curtatone e piazza Indipendenza era diventato un nuovo tetto per decine di famiglie, spesso reduci dalla disastrosa accoglienza del sistema creato all’interno della cosiddetta “emergenza Nordafrica”. Da subito, l’occupazione era stata appoggiata e sostenuta dai movimenti per il diritto all’abitare e nel corso era diventato un punto di riferimento per diverse mobilitazioni anti-razziste e per i diritti di migranti e rifugiati. Il fatto che
queste persone uscissero dalla subalternità imposta dal sistema di accoglienza e decidessero di prendere in mano le loro vite occupando al centro di Roma aveva fatto infuriare i fascisti di Casapound e scandalizzato alcuni dei frequentatori abituali della piazza, soprattutto manager e impiegati del Sole24Ore e di altri uffici ad essa adiacenti. L’immobile occupa più di 33mila metri quadri su 9 piani.

Era di proprietà della Federconsorzi, un ente nato con il fascismo per curare gli ammassi agrari e poi trasformato in un serbatoio di voti democristiano dal suo potentissimo presidente Bonomi. Di lui, si dice che riuscisse a portare in Parlamento decine e decine di deputati grazie a una vasta rete di clientele. In seguito, il palazzo era passato a una gestione privata, pur mantenendo prerogative pubbliche nell’acquisizione di finanziamenti dello Stato. Negli anni ’90 fu travolto da un crack pauroso, mai calcolato con esattezza ma che alcune commissioni parlamentari d’inchiesta definirono «di proporzioni inimmaginabili». Nel 2011 l’edificio in questione, stimato 80 milioni di euro, è stato acquisito dalla società di gestione Ideafimit che lo ha inserito nel fondo Omega, un fondo di investimento specializzato nell’acquisizione di edifici pubblici con una strategia semplice: pagare poco allo Stato, ma farlo sull’unghia. Con questo schema, il fondo ha comprato a prezzi stracciati numerosi edifici pubblici, valorizzandoli per i suoi fini speculativi, agevolati dalle sue modalità di funzionamento. Chi investe in Omega, infatti, siano essi soggetti privati o enti, non diventa proprietario né di azioni, né di quote di un certo edificio. Compra soltanto delle “cedole” che dopo un certo periodo di tempo prefissato dovrebbero produrre reddito. Molti fondi immobiliari di questo tipo si stanno avviando a scadenza, cioé sta per finire il tempo prefissato per chiudere le operazioni che avrebbero dovuto generare guadagni, senza aver realizzato quasi nulla. Non hanno, dunque, di che retribuire gli investitori. Anche da qui ha origine un meccanismo perverso che prova a scaricare la colpa sulle occupazioni abitative. Lo sgombero del palazzo era già stato annunciato da Alfano e promesso da Tronca. Alla fine non se n’era fatto nulla. Anche perché dentro vivevano circa 1000 persone, con regolare status di rifugiati. Tra gli occupanti ci sono donne incinta, bambini e persone in stato di vulnerabilità. Evidentemente, Marco Minniti e la giunta Raggi, invece, non si sono fatti problemi neanche di fronte a questa situazione. Forse approfittando dell’emozione prodotta dai fatti di Barcellona dove, però, istituzioni e abitanti si stanno muovendo in tutt’altra direzione, manifestando insieme al grido di «non abbiamo paura» e «non cederemo al razzismo». Così, questa mattina all’alba, centinaia di agenti di polizia hanno circondato l’edificio e vi si sono introdotti sfondando porte e finestre. Quando alcune famiglie hanno improvvisato un blocco stradale nel tentativo di complicare le operazioni di sgombero, la questura ha immediatamente schierato un idrante, minacciando di utilizzarlo su uomini, donne e bambini. I primi occupanti ad essere cacciati dall’edificio sono stati caricati sui bus della polizia e portati di forza per identificazioni negli uffici della questura stranieri di via Teofilo Patini. In seguito, gli autobus utilizzati sono stati quelli del servizio pubblico. Proprio quell’ATAC che per tutta l’estate ha messo in ginocchio migliaia di cittadini romani con la carenza di mezzi di trasporto, questa mattina è riuscita immediatamente a trovare dei bus per portare in questura i senza casa. Del resto, i bus dell’azienda di trasporto pubblico e una macchina della sala operativa sociale sono state le uniche forme in cui il comune di Roma ha manifestato la sua “presenza”. O meglio, la sua ennesima assenza in una città allo sbando a cui le operazioni estive della questura hanno regalato centinaia di nuovi senza casa. Quello di piazza Indipendenza, infatti, è il terzo sgombero di occupazioni abitative che avviene nella capitale in meno di un mese. A luglio era toccato a Casetta, dove vivevano un decina di persone tra studenti, precari e rifugiati. Solo pochi giorni fa era stata attaccata e sgomberata una casa a Cinecittà, in via Quintavalle, dove abitavano circa 60 famiglie, che da quel giorno sono accampate in piazza Santi Apostoli. Chiedono risposte al comune rispetto all’emergenza abitativa, ma né la sindaca Raggi, né qualche assessore della giunta hanno dato segni di vita. Intanto, agosto sta per finire e dovrà arrivare settembre. Sia a Roma che Bologna sono previste manifestazioni nelle prossime settimane per rispondere a questa ondata estiva di sgomberi. I movimenti per il diritto all’abitare della capitale hanno lanciato una mobilitazione il 26 agosto. Il centro sociale Làbas di Bologna, invece, ha chiamato un grande corteo per il 9 settembre.

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cagliari: gran bel gesto di solidarietà antirazzista da generalizzare (da proletari comunisti)

Cagliari, ambulante senegalese aggredito con i bastoni: protetto da altri bagnanti

Alcuni turisti presenti sulla spiaggia si sono scagliati verso il venditore: trenta persone sono intervenuto in sua difesa

CAGLIARI – Un ambulante senegalese circondato da una decina di turisti campani. Chiedeva 10 euro per una tunica copricostume che una signora del gruppo aveva appena misurato e riposto nella borsa. “Va via!” gli hanno intimato, afferrando i manici degli ombrelloni. Stava per finire in parapiglia. ”Mi sono interposta fra il ragazzo – era spaventatissimo: tremava – e quelli, che urlavano e avanzavano minacciosi. Sono una donna, ho pensato, e non oseranno picchiarmi”. Marina Cuccu, racconta così quel che decine di migliaia hanno visto su Youtube e Facebook in un video che in breve ha scatenato opposti ed estremi commenti. Altri bagnanti, fino ad allora indifferenti, l’hanno spalleggiata formando una barriera in difesa dell’ambulante.

Turisti «Eravamo una trentina, molti più di loro». I turisti campani si sono affrettati a rivestirsi e se
ne sono andati poco prima che arrivasse la polizia. Un tranquillo pomeriggio di mezz’agosto sulla spiaggia del Poetto, stabilimento delle Palmette, ha rischiato di degenerare. “La signora è stata molto coraggiosa – fra i bagnanti che hanno fatto barriera c’era anche Giorgio Carta, un noto penalista, studio a Roma, esperto di giustizia militare – io ho abbracciato il ragazzo e l’ho allontanato per disinnescare la tensione”. Lei, 57 anni, cagliaritana da decenni vive e lavora a Milano (“Faccio l’educatrice, ho lavorato anche in casa dei principi Furstenberg”), scherza:”Ho diviso le acque come Mosè”. Ma non nasconde che si è assai spaventata:”Li avevo notati da qualche giorno, erano 5 coppie sui 40/50 anni, look vistosissimi: le donne ingioiellate, gli uomini catene d’oro, orologioni, corporatura massiccia e contorno di tatuaggi. Il senegalese era magro, sui 20 anni; chiedeva che gli pagassero un vestito. Le donne gridavano, erano le più arrabbiate”. Altri testimoni riferiscono di frasi concitate:”Dovete pagare… Datemi i soldi”. “Non abbiamo comprato nulla”. “E che, ci hai preso per ladri?”.

Ombrelloni Gli uomini hanno divelto due ombrelloni e hanno impugnato i manici a mo’ di bastoni. “Una delle donne – conferma la signora Cuccu – aveva provato vari vestiti e non voleva pagarne uno che aveva scelto. Il senegalese insisteva. Gli uomini sono scattati in piedi, volevano picchiarlo. E tutti intorno guardavano, come se fossero al cinema. Nessuno faceva nulla… E allora mi sono alzata io”. L’avvocato Carta aggiunge:”Si è messa con le braccia larghe, a croce e subito decine di bagnanti cagliaritani hanno formato un cerchio intorno al povero ambulante e hanno impedito che fosse aggredito”. È finita con i turisti campani in ritirata, il senegalese in lacrime e i bagnanti cagliaritani a rincuorarlo (“Sei fra amici”), a raccogliere i vestiti sparsi sulla sabbia e ad aiutarlo a riordinarli. Marina Cuccu conosce 5 lingue, anche l’arabo:”Andrà tutto bene, che Allah ti protegga”. Era più tranquillo quando è arrivata la polizia che lo ha identificato (se non in regola con il permesso di soggiorno sarà espulso) e cerca di rintracciare i turisti campani che rischiano un’azione penale per minacce, tentate lesioni e – se hanno trattenuto la tunica copricostume senza pagarla, impossessandosene con violenza – rapina.

19 agosto 2017

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alla fca sata melfi, i nuovi periodi di cassintegrazione aprono la strada ad esuberi e intensificazione dello sfruttamento: mentre si accentua la crisi nella fiom. serve ricostruire dal basso il sindacato di classe e di massa (da slai cobas sc)

La Fca ha deciso nuovi periodi di cassa integrazione per i lavoratori dello stabilimento di Melfi (Potenza), dove si producono «Jeep Renegade» e «500X”.

I cinque periodi di blocco della produzione andranno:

– dalle ore 14 del 3 settembre alle 6 del 4;

– dalle ore 6 dell’8 settembre alle 6 dell’11;

– dalle ore 6 del 15 settembre alle 6 del 18;

– dalle 6 del 22 settembre alle 6 del 25;

– dalle ore 14Siamo alcuni Rsa e iscritti Fiom della FCA di Melfi e denunciamo la situazione di stallo che si è venuta a creare in fabbrica.

La Fiom della Basilicata ormai non ci supporta in niente e ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Per fare in modo che tutti capiscano quale situazione stiamo vivendo possiamo dire che dopo due anni che chiediamo che si nominino i membri del direttivo siamo ancora al punto di partenza. Abbiamo chiesto quantomeno di incontrarci più spesso per discutere dei tanti problemi che ci sono qui a Melfi: cassa integrazione che aumenta sempre più, lavoratori senza neanche più un giorno di permesso già da agosto per effetto dei par a copertura del turno di domenica pomeriggio, festività del 25 dicembre e del 1 gennaio ancora non retribuite per molti lavoratori, trattenute sullo stipendio per la cessione di credito alla Fiom superiori al dovuto per gli iscritti, pagamento alla cgil di una quota di 25€ per la compilazione del 730 con relative complicazioni per il rimborso agli iscritti, carichi di lavoro ormai insopportabili e molti altri problemi.
Il coordinatore dell’area di minoranza ha chiesto di convocare il direttivo prima delle ferie, ma gli è stato risposto che ormai si sarebbe fatto a settembre. Alla richiesta di restituire il dovuto agli iscritti per le cessioni di credito più alte gli è stato risposto che non avrebbero restituito niente. Dopo un battibecco, il segretario regionale della Fiom della Basilicata ha anche minacciato il coordinatore di revocargli la delega di Rsa.
Noi crediamo che questo atteggiamento dispotico e inopportuno vada condannato e ricordiamo al segretario regionale che i membri della Rsa sono stati votati alle ultime votazioni democratiche che si sono tenute in FCA a Melfi nel 2010 e che quindi sono legittimati dai lavoratori a rappresentarli e che un atto di revoca della delega di Rsa sarebbe una mancanza di rispetto per i lavoratori.
Area di minoranza della FIOM della Basilicata
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fabbriche. nuovo pignone massa: il lavoro ideale o lo sfruttamento più duro? (da slai cobas sc)

Riportiamo dal profilo di Casa Rossa Occupata queste riflessioni sulle condizioni di lavoro in uno dei principali stabilimenti produttivi del massese.
Il Nuovo Pignone è un luogo di lavoro prestigioso, una vera e propria aspirazione in un territorio socialmente devastato come il nostro. Ed anche se c’è la consapevolezza che fra esserne un dipendente diretto e, al contrario, lavorare per una ditta esterna, c’è una notevole differenza, tuttavia la grande fame di lavoro porta a considerare la semplice possibilità di entrare nella grande famiglia “Nuovo Pignone” come un vero e proprio terno al lotto. Ma è davvero così?
In questi giorni ci è capitato di parlare con alcuni dipendenti di una ditta esterna e i racconti ci parlano di un livello di sfruttamento enorme, di mancato rispetto dei diritti più elementari, di rapporti lavorativi all’insegna dello schiavismo. Sono le relazioni industriali di oggi, si dirà, ma sono anche i livelli minimi dai quali può ripartire o rilanciarsi la lotta di classe, aggiungiamo noi.
Ma entriamo nel dettaglio.
Intanto i rapporti con i delegati sindacali: in varie situazioni si assiste a un vero e proprio mancato rispetto dei ruoli dei rappresentanti, con RSU buttati fuori dall’ufficio del capo (“te devi prendere un appuntamento per parlare con me”), minacciati, praticamente impossibilitati a svolgere la propria funzione.
Dopodichè le vere e proprie condizioni di lavoro e di vita all’interno della fabbrica: riduzione delle pause per andare a dissetarsi, vera e propria assenza di acqua in alcuni momenti, orari modificati al di fuori del contratto nazionale senza alcun avviso, impossibilità di andare in bagno durante il turno ma prima o dopo per non interrompere il lavoro, mancanza del materiale idoneo (tute di lavoro non sufficienti o usate da altri), mancanza di un vero e proprio luogo fisico dove mangiare (gli operai sono costretti a mangiare nel piazzale in terra), carenza di docce e bagni (che quando ci sono, sono quelli chimici, e provate ad avere queste condizioni quando si lavora a 40°..). Ma non è finita qui perchè anche sul piano meramente tecnico del contratto ci sono notevoli mancanze: da ferie e permessi negati in alcuni mesi di maggior produzione, agli spostamenti degli operai non comunicati con sufficiente anticipo e mai per iscritto, per arrivare ad accordi fatti privatamente con alcuni operai non rispettosi del contratto nazionale e concludere con casi di trasferte non pagate. Inoltre, dulcis in fundo, non esiste un luogo idoneo per i lavoratori per riunirsi e sono costretti a farlo al bar.
Insomma evidentemente un inferno. Reso possibile dal consueto perverso ricatto:” O lavori alle mie condizioni o ci sono centinaia di persone in attesa pronte a sostituirti”. E’ il mondo di oggi. Quello cioè che per essere concorrenziali, intende scaricare gli effetti della crisi riducendo il costo del lavoro, in barba a qualsiasi legge. Molti purtroppo sono costretti supinamente ad accettare, altri però cominciano ad essere stanchi. Con alcuni di loro abbiamo parlato ed è venuto fuori questo scenario disastroso, che necessita prima di una presa di coscienza collettiva e poi di una lotta, dura, quotidiana, determinata, una lotta che i nostri interlocutori si sono detti disposti (ed anzi obbligati) ad intraprendere. A coloro che vogliono cambiare il mondo e che per farlo pensano che sia fondamentale partire dal lavoro, il compito di sostenerli.
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la questione del partito, nel primo numero nuova serie de ‘la nuova bandiera’. richiedere a: pcro.red@gmail.com

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le magagne di trenitalia

Il Manifesto di venerdì quattro agosto informa – attraverso la penna di Roberto Ciccarelli, in prima pagina con richiamo in sesta – del fatto che l’Antitrust ha multato Trenitalia per la somma di cinque milioni di Euro per aver ingannato i viaggiatori sull’offerta commerciale: il sito aziendale nasconde le soluzioni più economiche.

E’ vero, questo problema esiste, ma non è il solo che concerne il rapporto con la clientela: acora più vergognoso è il comportamento dell’azienda in termini di tempi concessi all’utente per realizzare la percorrenza totale della tratta; utilizzerò il mio ultimo viaggio, quello di giovedì tre agosto, per dimostrare che le tempistiche previste sono irrealistiche.

Il viaggio era da Brescia a Genova Piazza Principe: duecentoventiquattro chilometri da percorrere in al massimo quattro ore, con cambio a Milano Lambrate; ma è davvero sempre possibile rispettare le tempistiche richieste?

Salgo sul treno RegioExpress 2092 di Trenord delle ore 7:40, preveniente da Peschiera del Garda e diretto a Milano Centrale: avendo venti minuti di ritardo all’arrivo, e dieci alla ripartenza, ci si muove ale ore 7:50, e arriva a Milano alle ore 9:00; ora mi restano due ore e quaranta minuti per raggiungere Genova.

Il tempo sarebbe anche sufficiente, se non fosse che il convoglio successivo che mi permette di avvicinarmi alla meta è il RegioExpress 3963 di Trenord delle ore 11:32 per Alessandria: questo significa che sono costretto al cambio a Tortona, dove giungo alle ore 12:23; a questo punto sono fuori tempo massimo, ma mancano ancora circa ottanta chilometri.

Alle 13:25 giunge il Regionale 33189 di Trenitalia proveniente da Milano Centrale, e finalmente percorro l’ultimo pezzo di viaggio: infine giungo, stremato, a Genova Piazza Principe alle ore 14:39.

Insomma, sette ore di pena per tre ore effettive di viaggio: tutto questo, evidentemente, per obbligare il viaggiatore ad utilizzare soluzioni molto più care, quali sono quelle che prevedono l’utilizzo di treni classificati InterCity: questi permettono sì di guadagnare qualche minuto in termini di percorrenza, ma hanno costi esosi se si valutano i servizi offerti a bordo.

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