il manifesto di “proletari comunisti” per nicoletta. resterà qui fino alla sua scarcerazione

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un provvedimento giusto e necessario, ma forse prodotto per tutt’altro motivo

Sono le ore 18:00 di lunedì ventiquattro febbraio quando, presso la libreria “la Feltrinelli” di Genova, avviene la presentazione del libro di Paolo Berizzi “L’educazione di un fascista”.

All’incontro, che vede la partecipazione dell’autore, presenziano anche due personalità del mondo politico ligure: Andrea Orlando, vicesegretario nazionale del Partito Democratico, e Giovanni Toti, presidente della Giunta regionale.

Modera il dibattito il direttore della redazione genovese del quotidiano reazionario torinese La Stampa – che assurdamente mantiene ancora la ragione sociale Il Secolo XIX – Luca Ubaldeschi.

Avrebbe dovuto essere questo l’incipit dell’articolo in programma sulla manifestazione di cui sopra; peccato che una ordinanza, firmata proprio dal politicante viareggino, vieti su tutto il territorio iniziative pubbliche o aperte al pubblico: in considerazione di questo, il confronto di cui sopra è saltato.

La motivazione ufficiale del decreto, in vigore dalle ore 00:00 di lunedì ventiquattro febbraio fino alle ore 24:00 di domenica primo marzo, è la paura del contagio da Covid-19, il nome scientifico del Coronavirus.

Qui non intendiamo discutere i contenuti di una imposizione che va nella direzione della salvaguardia della salute pubblica, e come tale rispettiamo e giudichiamo giusta e necessaria, quanto il comportamento del residente ad Ameglia.

Troviamo quanto meno originale che, nello stesso momento in cui firma un provvedimento del genere, lo stesso non si faccia mancare la presenza ad una cena della Lega-Salvini Premier alla presenza di Matteo Salvini.

E’ pur vero che gli effetti dell’ordinanza hanno origine dalla mezzanotte del giorno successivo a quello dell’adunata leghista, ma appare bizzarro che un personaggio pubblico lanci un allarme e poi se ne infischi delle possibili conseguenze.

Non sfuggirà al Toti che, seppure l’atto imperativo da lui emanato inizi ad essere operativo dal giorno successivo, il contagio potrebbe avvenire anche nelle ore immediatamente precedenti.

Agendo in questo modo, il presidente uscente della Regione Liguria ha dimostrato di avere poca accortezza: forse l’ha fatto per non dispiacere il suo prezioso alleato, ma così sembra quasi che abbia approfittato dell’occasione per evitare un confronto.

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coronavirus in italia. il compito dei comunisti (da proletari comunisti)

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Circa le notizie non abbiamo da aggiungere per ora altro, oltre quello che stiamo sentendo in televisione o leggendo sui mass media, internet.
Fermo restando che ancora non c’è una risposta al “buco nero” della conoscenza su come è iniziata questa propagazione in Italia, del perchè si è passati da un giorno all’altro a decine di casi, cosa è sfuggito su questo che ora fa dell’Italia il primo paese d’Europa di ammalati di Coronavirus.

La questione che vogliamo affrontare è cosa diciamo e facciamo noi, i comunisti, in questa situazione.
Perchè noi consideriamo che i comunisti, di fronte a delle emergenze che toccano le masse, devono dire e agire, per quello che è possibile, per le poche forze che esprimono, non stare solo a guardare, a registrare. I comunisti prendono posizione come reparto cosciente, d’avanguardia della classe e delle masse popolari.

La prima questione è di avere anche una conoscenza autonoma della situazione. Su questo i compagni, compagne, che operano nel campo della sanità, della scienza, devono cercare di acquisire conoscenze dirette, comprenderle da un punto di vista materialistico dialettico, e restituirle alle masse.
Anche sul fronte della sanità, della medicina, i comunisti devono avere la concezione/rotta che le masse, quando possono esprimersi, sono la vera scienza e conoscenza e la “soluzione”.
Vale sempre la concezione maoista del “rosso ed esperto”: anche su questo terreno occorre legare la lotta di classe alla capacità di medici, scienziati, giovani ricercatori, operatori sanitari, addetti ai lavori di usare la scienza (sia pur borghese), le loro conoscenze al servizio del popolo.

Perchè, prima di tutto, non dobbiamo dimenticare che anche questo del Coronavirus è un terreno di lotta di classe.
Le masse devono essere sottratte alla sola informazione, propaganda e azione dei governi, degli Stati, per saper discernere, separando la realtà oggettiva dall’uso che la borghesia fa anche del Coronavirus per i suoi interessi: nella fase iniziale, utilizzando i dati che venivano dalla Cina per usarli come vampiri nella guerra interimperialista contro l’espansionismo cinese; poi per nascondere le tragiche “normalità” di emergenze sanitarie di tutti i giorni (ci sono molti più ammalati e morti per l’inquinamento ambientale, per infortuni sul lavoro, per tumori, influenze, per la mala sanità, per il taglio o il costo delle cure, strutture sanitarie, ecc. ecc.), e, quindi, per nascondere costantemente che “tu, imperialismo, sei la causa della malattia”, sia perchè le politiche, gli interventi, le leggi non hanno in calendario il benessere delle masse, ma la “salute” del profitto del capitale, sia perchè l’imperialismo nella sua corsa a strappare superprofitti, mercati, fonti energetiche, invece di sviluppare distrugge le forze produttive (in primis con guerre, miseria, sfruttamento intensivo della terra, ambiente), e distrugge la prima e principale forza produttiva, i lavoratori, le masse popolari, e la scienza, la tecnica, la medicina al servizio del benessere dell’umanità.
In questo senso, da un lato Stati, governi imperialisti non possono debellare sacche arretrate di vita di settori delle masse; dall’altra, nel marciume imperialista, tornano malattie che si pensava debellate o si sviluppano di nuove. La caratteristica di questa epidemia è che non viene dai paesi del Terzo Mondo, ma è fino in fondo figlia delle cittadelle imperialiste. Non si può, quindi, scaricarne le colpe sui popoli “arretrati”, ma è l’imperialismo avanzato il “focolaio”.
L’imperialismo cerca disperatamente e inutilmente di bloccare la circolazione dei migranti, ma non può bloccare la circolazione delle malattie. E l’imperialismo si mostra come il “gigante dai piedi di argilla”: la sua economia mondiale può essere messa in crisi da una semplice malattia infettiva.

Ma guardiamo l’altra faccia della medaglia. Anche questa questione del Coronavirus, pur nel dramma, sta mettendo in luce che sono gli uomini, le donne impegnati sul terreno della scienza, della ricerca, della sanità che stanno dando delle risposte e soluzioni; così come che è possibile in pochissimo tempo costruire ospedali, organizzare la vita di città, ecc. – ma se le masse ne sono protagoniste e non che devono subire.

I comunisti, quindi, è ai proletari e alle masse che si devono rivolgere, che devono attivare.
Gli appelli del governo a non farsi prendere dalla paura, a non amplificare, sia pur legittimi, sono effettivi se le masse sono protagoniste e non passive, in attesa di notizie e provvedimenti.

Su questo, d’altra parte, il nostro paese ha una grande tradizione ed esperienza, i comitati sorti durante terremoti, disastri “naturali”, la mobilitazione di masse, del rosso e dell’esperto ha contribuito ad affrontare emergenze.

I comunisti devono, quindi, attivarsi, portare tra i proletari e le masse la giusta informazione, lettura della realtà; contrastare la logica di “isolamento” individuale, pretendere l’intervento dello Stato, misure d’emergenza sanitarie, appoggiarle quando sono giuste, combatterle quando sono sbagliate.

MC
proletari comunisti – PCm

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lavoratori dello “slai cobas sc” della sanità di milano si attivano

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Informativa di un compagno di Milano dello Slai cobas per il sindacato di classe operante nell’Istituto Tumori: 
L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA NELLE STRUTTURE SANITARIE E LA NECESSITA’ DELLA VOCE E AZIONE DEI LAVORATORI DEI SINDACATI DI BASE
“Già stamattina al lavoro all’Istituto Tumori è stato un delirio con contrasti con una infermiera; questa come tanti, purtroppo, hanno le idee confuse ma comunque tendono a schierarsi con l’azienda, che non solo non ha dato informativa al pubblico ma nemmeno al personale che lavora in Istituto. Cosa ancor più grave è la carenza di materiali, in primis mascherine e in particolare quelle col doppio filtro che sono le uniche efficaci in casi di infezioni, infezioni virulente e nel maneggio-smaltimento-cura coi pazienti in terapia chemioterapica; mascherine che per i tagli alla sanità pubblica sono scarse nei reparti, ma che dovrebbero essere date in dotazione anche ai pazienti in quanto in un ospedale oncologico sono immunodepressi e quindi ad altissimo rischio (il terzo caso di morte di ieri pomeriggio è proprio una donna malata oncologica). 
In istituto il sindacato di base Sgb due giorni fa aveva mandato un “suggerimento/sollecitazione” all’amministrazione a dare corso ad informativa all’utenza e ai lavoratori, cosa che invece l’azienda non ha fatto, e solo oggi (ieri) dopo un mezzo casino che ho montato (con i medici che mi hanno appoggiato) si è visto il dirigente dell’ufficio personale infermieristico e Oss venuto a controllare come era la situazione e stasera la direzione medica farà un comunicato. 
C’è la necessità che i sindacati di base, in particolare quelli operanti negli ospedali, strutture sanitarie, dicano e denuncino quanto stanno mettendo in campo le istituzioni. Per questo ieri ho contattato lavoratori di altri sindacati di base. 
Al San Raffaele, dove è stato ricoverato un caso di coronavirus che viene da Sesto San Giovanni, parte del personale è stato a diretto contatto con il contagiato messo in quarantena, mentre altro personale che abita nella zona (11 paesi) centro del focolaio è stato lasciato a casa. Questo tradotto significa super lavoro e stress per il personale ridotto all’osso. Ragione per cui domani (oggi) l’Usi ha dovuto revocare uno sciopero già programmato per giovedì prossimo, ma condivide che i sindacati di base dicano la loro, anche perchè i provvedimenti che stanno mettendo in campo sembrano più repressivi che risolutivi. Lo stesso mi ha detto un compagno del San Paolo, dove  vi è stato l’intervento della polizia, chiamata dalla direzione, per impedire un volantinaggio dell’Usi in cui si denunciava il caso di due operatori Oss costretti a fare il doppio turno e per cui un degli operatori si era sentito male. 
Fatto positivo, vi sono medici, seri e competenti d’accordo a collaborare sia in termini tecnici/scientifici che di propaganda. 
Ho contattato anche l’Adl cobas, che si è detto d’accordo con la necessità di iniziative comuni e ha informato che a Niguarda gli operatori che lavorano col 118 è possibile che non escano per svolgere il servizio se non hanno mascherine doppio filtro (visto che settimana scorsa hanno lavorato senza queste protezioni).
 
Continuerò a dare informazioni. Spero in giornata di inviare un comunicato dello Slai cobas per il sindacato di classe” .
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lettera aperta dello “slai cobas per il sindacato di classe – coordinamento nazionale”

Cari compagni,

l’assemblea di Roma dell’8 febbraio ha posto buone basi per una campagna nazionale unificata contro i decreti sicurezza e repressione delle lotte proletarie,
ma siamo tutti convinti che se non si dà continuità con assemblee sul territorio, iniziative di lotta è difficile che essa riesca a innescare un percorso di unità e ricomposizione politica e sociale, necessario per costruire un movimento prolungato in grado di raccogliere le forze disponibili e farle lavorare insieme per un periodo non temporaneo – almeno a partire dai temi che uniscono.

Tocca innanzitutto a chi questa proposta ha lanciato fare il passo ulteriore – una calendarizzazione nazionale di assemblee, una eventuale giornata di lotta.

Lo Slai cobas per il sindacato di classe, in particolare là dove è presente al sud Puglia – Taranto – Lecce, a Palermo è disponibile a convocare questo tipo di assemblee condividendole con i compagni e organismi presenti a Roma o che a livello locale possono essere interessati.

Ma serve una griglia un piano nazionale condiviso che dia il senso del movimento e e del percorso.
Ci aspettiamo quindi una proposta e una indicazione su cui lavorare per i prossimi due mesi.

Un saluto di lotta

Slaicobas per il sindacato di classe – coord. naz
Taranto 3475301704

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la cgil di genova allo sbando a fronte dell’iniziativa del collettivo portuali contro la guerra (da proletari comunisti)

L'immagine può contenere: una o più persone

Ieri al varco Etiopia c’era il CALP e i suoi delegati FILT CGIL.
Alcuni fra loro non hanno potuto partecipare per la mancanza di una copertura sindacale legittima, vista l’importanza del rispetto dello statuto della CGIL e la storia dei portuali genovesi che da sempre sposano gli ideali di pace e mai a favore del traffico di armi nel porto di Genova.

Si è giunti allo sbando! Si, perché invece di supportare i suoi delegati, si pensa a correre al capezzale del padrone per trovare rimedio alla situazione imbarazzante tra PSA E SAECH, sbeffeggiati pubblicamente in TV da un vecchio padrone del porto genovese che guai a metterselo contro.
Un’autorità portuale di sistema Mar Ligure occidentale con una presidenza vergognosa: la peggiore della storia, che ha in mente deliri geografici spaventosi, con tanti soldi in cassa che si preferisce spendere spostando una diga del porto piuttosto che essere utilizzati per preservare e migliorare la salute dei Lavoratori facendo manutenzione a quelle banchine che versano in condizioni di asfaltatura instabile ( Eritrea assereto ecc… che stanno sprofondando ), l’infinito palleggio delle responsabilità: terminalisti o autorità portuale?
Enti di controllo per la sicurezza che si devono annunciare prima di entrare nei terminal! (Un po’ come avvisare la polizia prima di andare a fare una rapina!).
Una Compagnia Unica commissariata e non più in grado di decidere cosa è giusto e cosa non lo è, costretta ad addossarsi in bilancio quei lavoratori con la schiena distrutta a discapito degli interessi dell’imprenditore.
Si sono aggrappati a un cavillo che raggira la legge 180 del 90’: attaccarsi ai cavilli per non spendere, in questo caso per non perdere un traffico della Bahri che nel porto dei record, è del tutto ininfluente, visto che si parla dello 0,001 % del fatturato totale.
Rimane la questione morale obiezione di coscienza dei lavoratori, con quella ognuno di noi dovrà farci i conti (visto quello che succede in medio oriente) e chi ha voluto pensare a guadagnarci il pane, dovrà aver bene in mente che quello stesso pane è intriso del sangue di bambini, visto che fra loro, uno su cinque vive in territori di guerra. Chissà se rientrando a casa la sera, tutti riusciranno a guardare in faccia i propri figli.

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valerio verbano vive nell’antifascismo, di massa, militante, rivoluzionario di oggi (da proletari comunisti)

Cinquemila in piazza a Roma

Un corteo lungo, combattivo fino all’arrivo e che ha declinato in molti modi l’antifascismo come senso comune condiviso, militante, permanente e non disponibile a essere strumentalizzato come spauracchio solo in campagna elettorale. In diversi interventi dal camion e in uno spezzone è stata più volte richiamata la richiesta di scarcerazione per Nicoletta Dosio e i No Tav.

Anche quest’anno, questo quarantesimo anniversario, la manifestazione che ricorda l’omicidio di Valerio Verbano ucciso dentro casa quasi davanti ai genitori, ha visto una enorme partecipazione. Alemo cinquemila persone hanno sfilato per un lungo percorso che ha attraversato i quartieri di Valmelaina, Tufello e Montesacro concludendosi in Piazza Sempione dove c’è stato un affollato concerto. Visibili in piazza tre generazioni politiche: i compagni di Valerio, i giovanissimi studenti medi che sentono l’omicidio di quelo loro coetaneo come una ferita aperta anche per loro, le generazione di mezzo, forse quella più dolorosa, più piegata dal “buco” di memoria storica, pià sensibile al senso della sconfitta e più incerta.

Nel corteo le foto di Nicoletta Dosio e gli slogan per la sua liberazione e la fine dell’accanimento contro gli attivisti NO TAV.

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sabato 22 febbraio: lo smilzo a genova

Sono le ore 10:15 quando, presso la fondazione Diesse – sita in via Antonio Cantore 51/2, nel quartiere di San Pier d’Arena – inizia un incontro sulla crisi della sinistra; ospite della giornata è Piero Fassino, ex sindaco di Torino ed ex segretario traghettatore dei Democratici di Sinistra nel progetto del Partito Democratico.

La manifestazione – dopo una breve introduzione di Claudio Montaldo, esponente degli organizzatori – consiste in un’intervista che Andrea Castanini, vicedirettore del quotidiano Il Secolo XIX, raccoglie dal politicante piemontese.

Chi pensasse di trovare qui un resoconto di quanto ascoltato, sbaglierebbe di grosso: non c’è bisogno di leggere il libro la cui presentazione fa da pretesto all’incontro – “PD davvero”, edizioni La nave di Teseo, 2017, pagine 270, Euro 13,00 – per conoscere la distanza siderale che separa il nostro pensiero da quello del subalpino.

Segnaliamo soltanto che il Fassino conitnua ad alimentare l’equivoco secondo il quale la formazione nazionalmente guidata da Luca Zingaretti sarebbe «il più grande partito della sinistra e del centrosinistra».

Il fatto che l’estrema destra della cricca con sede nell’ex collegio romano del Nazzareno – quella rappresentata da Matteo Renzi, Carlo Calenda, ed i loro tirapiedi – abbia abbandnato la “casa madre”, non fa automaticamente di essa un partito di “sinistra”.

Nemmeno dopo che alla sua presidenza è stata eletta Valentina Cuppi, il sindaco trentaseienne di Marzabotto, «che fino a pochi giorni fa non aveva nemmeno la tessera del PD, essendo piuttosto vicina a Nichi Vendola».

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