torino, venerdì 11 giugno: il centro di documentazione “porfido” compie 20 anni

La splendida cornice dell’Edera Squat di via Pianezza 115 – sito nel quartiere di Lucento, alla fermata Foglizzo della linea bus numero cinquantanove – ospita, da venerdì undici a domenica tredici giugno, la festa per i venti anni del Centro di documentazione Porfido.

Si tratta di una realtà, con sede in via Luigi Tarino 12, nel quartiere di Vanchiglia, che funge da archivio di pubblicazioni – libri e riviste – che si occupano di critica rivoluzionaria dell’esistente, senza porsi limitazioni rispetto ad un gruppo piuttosto che ad un altro.

Ad inaugurare la keremesse pensa, a partire dalle ore 18:10, un dibattito dal titolo “Dentro e fuori le mura. Storie di guerriglia e lotta di classe” che prevede la presentazione di tre libri sulle lotte proletarie e la lotta armata.

Il primo è “Libero per interposto ergastolo”, di Giorgio Panizzari, un prigioniero politico rinchiuso nel carcere milanese di Bollate: egli avrebbe dovuto essere presente ma non ha potuto a causa delle minacce e le intimidazioni, da parte della direzione della galera in questione, in merito alla possibile revoca dei benefici di cui gode al momento.

Il secondo è “Correvo pensando ad Anna” che il suo autore, Pasquale Abatangelo, definisce «una storia vera che assomiglia ad un romanzo» nel quale si raccontano alcuni episodi, del periodo che va dal 1974 al 1995, di lotte e rivolte nelle carceri, soprattutto quelle speciali, che hanno portato – tra l’altro – alla chiusura di quello dell’Asinara.

Il terzo ed ultimo è “Quelli erano i tempi. Ricordi e considerazioni di un brigatista rosso” di Maurizio “Mau” Ferrari, un militante milanese che ammette di aver preso coscienza della necessità della lotta di classe a seguito della strage di piazza Fontana ed in conseguenza del suo incontro con i militanti delle organizzazioni extraparlamentari di quegli anni, essendo stato completamente a digiuno di teoria rivoluzionaria sino a quel momento.

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presidio a taranto contro i licenziamenti repressivi in mittal/ex pasquinelli. contro al repressione di padroni/stato delle lotte dei lavoratori della fedex. manifestazione a roma il 19 giugno (da slai cobas sc)

Vile aggressione armata alla Fedex- Zampieri di Tavazzano (Lodi). La polizia assiste mentre la squadraccia assoldata dal padrone attacca a colpi di bastoni, pezzi di bancali, ecc. i lavoratori in lotta contro i licenziamenti. Massima solidarietà e sostegno. Lo Slai cobas per il sindacato di classe chiama ad un impegno più grande per lo sciopero del 18 e per la manifestazione del 19.

Questa sera (11 giugno) a Taranto in una prima mobilitazione, insieme ai giovani compagni della Fgc, al centro città, contro i licenziamenti e la repressione (anche a Taranto in queste ore lavoratori dello Slai cobas sc vengono licenziati perchè hanno rivendicato il loro diritto al lavoro stabile, contro le discriminazioni), per la manifestazione a Roma del 19, abbiamo portato con forza la denuncia dell’aggressione criminale dei lavoratori della Fedex di Tavazzano e dell’azione connivente della polizia.

Tutta la nostra vicinanza al lavoratore massacrato di Piacenza.

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la repressione fascista di padroni, mazzieri coperta da polizia, governo e dirigenze sindacali confederali non passerà! nostro comunicato e info si cobas (da slai cobas sc)

Comunicato congiunto 

Unità di lotta ai presidi e iniziative di lotta dei lavoratori Fedex  ovunque è possibile

Estendere la lotta negli altri posti di lavoro e la solidarietà da lavoratori a lavoratori ovunque

Sciopero del 18 nella logistica – iniziative di solidarietà sugli altri posti di lavoro in quella giornata

A Roma manifestazione nazionale il 19 giugno

Slai cobas per il sindacato di classe coordin. nazionale
proletari comunisti
soccorso rosso proletario
movimento femminista proletario rivoluzionario

13 giugno 2021

IL TENTATO OMICIDIO AD OPERA DI ZAMPIERI NON DEVE RESTARE SENZA CONSEGUENZE.

FERMIAMO LA NUOVA STRATEGIA DELLA TENSIONE CONTRO I LAVORATORI IN LOTTA!

Nel pomeriggio di oggi il nostro compagno Abdelhamid ha lasciato l’ospedale di Lodi con una prognosi di 15 giorni, fratture al naso e il volto tumefatto.

Ma poteva andare molto peggio!

Le immagini dell’agguato avvenuto nella notte di giovedì, pubblicate sulla nostra pagina e veicolate nelle scorse ore su tutti i media nazionali, svelano inequivocabilmente che chi ha armato la mano delle squadracce in azione a Tavazzano, lo ha fatto col chiaro intento di uccidere.

Il goffo tentativo operato da Zampieri e da ambienti della Questura di derubricare l’accaduto come una semplice rissa scatenata dal malcontento dei lavoratori per i continui scioperi, si sta rivelando un boomerang clamoroso nei confronti dei padroni, di chi li protegge e dei mafiosi che fungono da loro braccio armato.

I video in nostro possesso (alcuni dei quali saranno pubblicati nelle prossime ore) mostrano chiaramente come l’azione armata sia stata sollecitata dai responsabili di Zampieri e preordinata con tanto di preparazione e deposito dei bastoni all’interno del magazzino.

Che Zampieri abbia assoldato nelle sue fila qualche operaio disperato alle sue dipendenze imponendogli di aggregarsi alle squadracce di mercenari dietro il ricatto del mancato rinnovo del contratto non lo escludiamo: già in occasione della precedente aggressione avvenuta a San Giuliano Milanese lo scorso 24 maggio, alcuni lavoratori pakistani hanno ammesso di essere stati spinti allo scontro “perché siamo assunti a tempo determinato con paghe di 30 euro a notte, e se non si fermano gli scioperi Zampieri non ci rinnova il contratto”.

Quel che è certo è che a guidare la manovalanza armata sono sempre gli uomini di Zampieri e i bodyguard della famigerata agenzia di intelligence Skp!

Il SI COBAS NON CONSENTIRÀ CHE QUESTA VICENDA FINISCA NEL DIMENTICATOIO!

È ORA DI DIRE BASTA ALL’UTILIZZO DI MERCENARI E AGENTI PRIVATI PER ASSALTARE I LAVORATORI IN SCIOPERO!

È ORA DI FERMARE CON OGNI MEZZO NECESSARIO QUESTA ESCALATION DI VIOLENZA CONTRO LE LOTTE OPERAIE!

Per più di 10 anni il nostro sindacato ha sempre manifestato e scioperato fuori ai cancelli dei magazzini in maniera completamente pacifica e a mani nude: ma se questo vuol dire esporre i lavoratori a rischiare la vita per reclamare i propri diritti e subire passivamente la violenza e la furia padronale, allora si rende necessaria e non più rinviabile l’organizzazione dell’autodifesa operaia e proletaria!

SE SI CONSENTE A FEDEX E A ZAMPIERI DI AGGREDIRE INDISTURBATI E ATTENTARE ALLA VITA DEI LAVORATORI, ANCHE GLI ALTRI PADRONI SARANNO SPINTI A FARE ALTRETTANTO E AD ASSOLDARE ORDE DI MAZZIERI AL LORO SERVIZIO!

Il 18 giugno sciopereremo in tutta la logistica e il 19 saremo a Roma per respingere una volta e per tutte questi attacchi, e per denunciare le connivenze e le complicità tra i padroni, le forze dell’ordine e il governo Draghi nel costruire una nuova strategia della tensione contro i lavoratori in lotta.

Per parte nostra, continuiamo ad insistere sulla necessità immediata di un tavolo istituzionale a Roma col ministro dello sviluppo economico Giorgetti per risolvere la vertenza-Fedex e consentire il ritorno al lavoro dei 272 facchini di Piacenza.

Nell’immediato, diamo indicazione a tutti i Cobas di rifiutarsi di lavorare merce proveniente dai magazzini Zampieri, e invitiamo tutti i solidali a costruire una campagna immediata per il boicottaggio di FedEx in contemporanea con l’imponente campagna pubblicitaria condotta da quest’ultima in occasione degli europei di calcio.

Solo la lotta paga!

Toccano uno – Toccano tutti

SI Cobas nazionale

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chi è contro esca dal governo (da rete ambientalista)

Contro il governo dei “migliori” da Roma a Bussoleno.

Contro il Governo, mentre a Roma si manifesta “BENI COMUNI, ACQUA E NUCLEARE: INDIETRO NON SI TORNA!” per un Recovery Plan dei diritti e per un futuro ecocompatibile, nelle stesse ore da Bussoleno parte la MARCIA POPOLARE NO TAV VERSO SAN DIDERO. Torna a farsi sentire la nostra voce con i tecnici e con gli amministratori, una voce di un popolo contrario alla distruzione della Valle, dell’ecosistema, della Natura e delle nostre scarse finanze alimentate sempre, e non scordiamocelo, dalle nostre tasse, con il taglio dei servizi: dalla sanità alla scuola, dalla mobilità locale alla ricerca…. Un popolo che  non accetta la finta di fare una ferrovia per togliere i TIR dalle strade e regalare alla SITAF un nuovo autoporto per aprire anche la seconda canna del traforo autostradale del Frejus e spostare attraverso la Valle di Susa anche il traffico che oggi passa per il traforo del Monte Bianco. Vogliono rubare il  nostro futuro, ma soprattutto il futuro dei nostri figli e delle generazioni future con un’opera che non avrà mai un saldo positivo di emissioni di CO2, che nel momento più delicato di svolta per migliorare il clima e salvare il Pianeta riversa nell’aria milioni di metri cubi di veleni oggi, raccontando la favoletta che domani andrà meglio. Dicono che non c’è più’ l’opposizione al TAV, alla distruzione della Valle, ad un nuovo autoporto a San Didero in sostituzione di quello di Susa che deve far posto allo smarino delle gallerie. Parlano dell’opposizione dei partiti, in quanto sono tutti al governo. Invece nel Paese non siamo tutti favorevoli al grande saccheggio delle casse dello Stato per foraggiare i soliti ben noti: dai Gavio (SITAF) a TELT, dalla ‘Ndrangheta che ci mette la manovalanza, a qualche piccolo im-prenditore locale che pensa di lucrare le briciole segando il ramo su cui è seduto! 

Beni comuni, acqua e nucleare: indietro non si torna!

A 10 anni dai referendum, per un Recovery Plan dei diritti e per un futuro ecocompatibile. Manifestazione nazionale del 12 giugno a Roma (ore 15.30 a Piazza dell’Esquilino) e dibattito internazionale il 13.

Acqua pubblica e clima, col Recovery andrà ancora peggio.

Utili vietati? 8 miliardi di fatturato e bollette sempre più salate. E col Pnrr andrà peggio

Siamo nel bel mezzo di una crisi climatica, la gestione ai privati è una catastrofe

Canone ridicolo e concessioni affidate senza gara: il grande affare delle minerali

Transizione eco-illogica del ministro Cingolani

Il governo non è intenzionato ad affrontare l’emergenza climatica.

Con i suoi programmi, il governo ignora il Global Methane Assessment , il rapporto dell’Onu .

Prima causa legale contro lo Stato italiano per inazione climatica.

Per la prima volta la società civile fa causa allo Stato rappresentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. affinché si assuma le sue responsabilità di fronte all’ emergenza climatica.

La finta transizione energetica di Civitavecchia.

Dove il governo intende passare da combustibile fossile a… combustibile fossile, “riconvertire”  cioè le  centrali a carbone in centrali a gas. A ruota ci sono anche gli analoghi progetti per Brindisi, Fusina e La Spezia.

Ponte sullo Stretto di Messina grave danno all’Ambiente.

Sono invece necessari interventi per migliorare la logistica e le reti ferroviarie e stradali siciliane e calabresi, adeguate e emesse in sicurezza.

Nasce la “Coalizione Art.9 per salvare il paesaggio”.

Ad opera di quindici associazioni ambientaliste assai preoccupate delle novità contenute nel decreto “Semplificazioni”, varato a supporto del PNRR del governo.

Scatenata la repressione contro i Movimenti dal nord al sud dell’Italia.

La repressione del dissenso è il comune filo rosso che si snoda tra lotte e territori, travolgendo specificità e motivi del conflitto, non appena si supera la soglia minima di allarme del consenso popolare; non appena si accendono i riflettori mediatici su aspetti e vicende pubbliche da custodire gelosamente come affari privati. Gli esempi sono tanti, come tanti sono i modi con cui si articola il ricatto sui territori per ridurre al silenzio e tutto ricomporre alla logica unitaria del dogma degli affari privati e del profitto. E’ il caso delle lotte No Tav e No Tap, dei No Muos a Niscemi, dei 45 ragazzi antimilitaristi No basi Nato del processo “Lince” in Sardegna, dei No Grandi Navi a Venezia, dei No Pfas di Alessandria e Vicenza, dei No Carbone a Brindisi, Civitavecchia, Imperia, di chi da decenni si oppone No Ilva a Taranto, della Rete campana No Rifiuti contro le discariche della morte, di chi lotta No nucleare contro il traffico di rifiuti, di chi, infine, No espulsioni, per aver compiuto il solo gesto di lavare i piedi dei migranti che giungono in Italia dalla rotta balcanica, si ritrova imputato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ilva, prima di tutto va fermata l’attuale produzione inquinante e insicura per i lavoratori.

Da sempre per l’Ilva Alessandro Marescotti è il punto di riferimento del Movimento di lotta per la salute Maccacaro. Clicca qui l’intervista al fondatore di Peacelink: l’ambientalista che per primo si è battuto contro l’Ilva e i suoi 210 chili di veleni l’anno (diossina ecc.) per ogni cittadino di Taranto. Fu denunciato per procurato allarme. In questi anni, dalla sinistra non ha mai avuto la solidarietà di nessuno. La sinistra è rappresentata da Nichi Vendola, nella sentenza condannato per  concussione  a 3 anni e 6 mesi di reclusione per le pressioni sull’Arpa Puglia  affinché ammorbidisse la sua linea dura contro l’Ilva 

I rapporti tra la politica e i padroni dell’Ilva.

A p. 22 della rivista “Il Ponte” vi sono le dichiarazioni di Vendola del 2011 su Riva. Basta leggere la sua affettazione  di stima per Emilio Riva e ricordare che l’anno successivo Riva viene arrestato per disastro ambientale. Si spiega come nel 2010, la Regione Puglia annegò il drammatico rapporto dell’Arpa invece di fermare la cokeria o ridurne la produzione, e fornì l’assist a Berlusconi per eliminare il limite per il micidiale benzo(a)pirene. E nel 2011 la Regione, sempre contro l’Arpa,  è partecipe all’infame autorizzazione  che consentiva all’ILVA di non coprire i parchi minerali e di aumentare per di più la capacità produttiva. Tra una risata e l’altra con Archinà, uno dei  principali artefici delle morti per tumore dei bambini, Vendola lo rassicura: “Dica a Riva che il presidente non si è defilato”. 

 Il rischio sui risarcimenti sarebbe l’ultima beffa per i tarantini.

Miliardi di euro in sanzioni e provvisionali. Una montagna di denaro che si rischia a Taranto di vedere mai. Nonostante le condanne inflitte dal Tribunale di Taranto, il rischio della beffa è concreto per le quasi mille parti civili costituite nel processo “Ambiente svenduto” come vittime dell’ ex Ilva.  (continua)

Ambiente Venezia invia diffida per la ripresa della navigazione crocieristica nella Laguna.

Biciclettata di lotta sulle rive del Marzenego.

Le ferite dei Balcani : dalle bombe della Nato alla guerra ai migranti.

La guerra dimenticata del Tigray.

Una Repubblica con cittadini di “serie A” e cittadini di “serie B”.

Il trasporto a scuola dev’essere sempre gratuito.

E’ Toti che ruba lo stipendio?

Riceviamo crescenti apprezzamenti per la Lista (siamo a 32mila utenti!)  ma anche mail con “cancellami”. C’è però un “cancellami” che è clamoroso, per non dire scandaloso. Quello dell’ARPAL della Liguria. L’acronimo ARPA sta per Agenzia Regionale per la protezione dell’Ambiente. Quella ligure, con altre 21 ARPA e ISPRA, compongono il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA) istituito dalla legge 132/2016. Cioè l’ARPAL è pagata dai contribuenti italiani per svolgere oltre alle funzioni tradizionali di “controllo e vigilanza”, compiti di monitoraggio, elaborazione e diffusione dei dati ambientali nonché l’elaborazione di proposte tecniche: limiti di accettabilità, standards, tecnologie ecologicamente compatibili, verifica dell’efficacia “tecnica” delle normative ambientali ecc. Onde intervenire prontamente, nel monitoraggio, dunque l’ARPA Ligure dovrebbe porre la più scrupolosa attenzione a tutte le segnalazioni e informazioni che le provengono dal territorio, dunque massima attenzione ad una Lista,  la nostra, della Rete. Invece no: “cancellami”. E’ l’iniziativa di un funzionario, oppure del direttore dell’Arpal, oppure del presidente della Regione Liguria? Chiunque sia, ruba lo stipendio.

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la cina capitalista e socialimperialista di xi jinping arresta i maoisti che si riorganizzano nella classe, nel popolo (da maoist road)

info da dazibaorojo

China: Autoridades revisionistas arrestan a militantes maoístas con motivo del centenario del PCCh

correovermello-noticias

Beijing, 09.06.21

Según agencias noticiosas internacionales las autoridades revisionistas, que usurparon el poder en octubre del 1976, estan llevando a cabo numerosas detenciones de autenticos comunistas que defienden la obra revolucionaria del Presidente Mao.

Según las fuentes, esta ola de represión se relaciona con el Centeario de la fundación del Partido el proximo 1 de julio.

Entre ellos se encuentra el disidente maoísta Ma Houzhi, de 77 años, que fue liberado de una pena de 10 años de cárcel en 2019.

Ma, profesor retirado de la Universidad Normal de Qufu, fue encarcelado por establecer un Partido Comunista Maoísta Chino, desafiando la prohibición del registro de nuevos partidos políticos bajo el PCCh.

Otros destacados izquierdistas, incluidos Liu Qingfeng, Fu Mingxiang, Hu Jiahong, Nie Jubao y Wu Ronghua, han sido detenidos. La mayoría de ellos tiene menos de 30 años, dijo CNA.

Las detenciones reportadas se producen después de que el PCCh cancelara una conferencia de prominentes ideólogos maoístas programada para el 16 de mayo, aniversario del inicio de la Revolución Cultural (1966-1976), lo que sugiere que el líder del PCCh, Xi Jinping, no está dispuesto a permitir que la facción aumente su poder. base en un posible desafío a su liderazgo “central”.

Grupos y sitios web maoístas, izquierdistas como Hongzhan, Practical Communism, Utopia, Mao Zedong Thought Banner, Mao Zedong Research Institute, The Protagonist, The Red Song Society habían dicho que participarían en la conferencia cancelada.

La base maoísta según algunos observadores es mas amplia de lo que desearia el régimen revisionista, por lo cual han atenuado sus ataques a la Revolución Cultural o al Pdte. Mao.

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caccia e aerei-spia dell’entità sionista si esercitano in italia per le prossime guerre in medio oriente (da proletari comunisti)


Antonio Mazzeo | antoniomazzeoblog.blogspot.com

07/06/2021

Dodici giorni di esercitazioni aeronavali con l’uso dei più avanzati sistemi missilistici in un’area geografica che dai poligoni della Sardegna si estende sino alla Campania, alla Basilicata e alla Calabria, al Golfo di Taranto e al mar Ionio. Un test strategico della potenza di fuoco dei nuovi cacciabombardieri in dotazione alle aeronautiche di Italia, Stati Uniti d’America, Regno Unito ed Israele, paese quest’ultimo che solo un paio di settimane fa è stato l’autore dei sanguinosi bombardamenti nella striscia di Gaza. E proprio Israele, tramite un portavoce delle forze armate, fa sapere che la maxi-esercitazione negli spazi aerei e nelle acque italiane sarà una storica opportunità per addestrare i propri piloti alle prossime guerre in Medio oriente, Iran in testa.

Il 6 giugno ha preso il via dalla base aerea di Amendola (Foggia), “Falcon Strike 21”, l’esercitazione multinazionale promossa dallo Stato Maggiore della difesa, congiuntamente a due partner NATO (USA e Regno Unito) e Israele. Ad oggi nessun comunicato officiale è stato emesso dalle autorità militari italiane, probabilmente imbarazzate per la partecipazione ai war games di sei cacciabombardieri F-35 “stealth” dell’IAf – Israelian Air Force che hanno fatto il loro debutto operativo proprio durante la recentissima operazione di guerra anti-palestinese “Guardians of the Wall”. Per avere qualche informazione su “Falcon Strike 21” si deve consultare il sito delle forze armate USA dove compare un laconico comunicato stampa che spiega come l’esercitazione serva “ad ottimizzare l’integrazione tra gli aerei di 4^ e 5^ generazione e ad accrescere il livello di cooperazione nei campi della logistica e del trasferimento dei caccia F-35, rafforzando l’interoperabilità delle forze aeree alleate e dei partner durante le operazioni congiunte”.

Molto più numerosi e inquietanti i dettagli forniti dai media israeliani. Times of Israel spiega che i sei F-35 dell’aeronautica israeliana impiegati per “Falcon Strike” sono giunti in Italia già nei primi giorni di giugno e si eserciteranno sino a martedì 15. “Si tratta della più grande e più lontana esercitazione a cui hanno mai preso parte questi nostri velivoli”, ha dichiarato alla testata un ufficiale dell’aeronautica israeliana, la cui identità è stata mantenuta segreta. “Nonostante l’obiettivo ufficiale dell’esercitazione è quello di migliorare le capacità complessive del velivolo F-35, l’alto ufficiale dell’aeronautica ha riconosciuto che in parte essa è stata destinata a preparare i piloti israeliani all’uso dei cacciabombardieri contro le forze iraniane”.

“L’Iran è il nostro obiettivo”, ha espressamente dichiarato l’alto ufficiale a Times of Israel. “Sebbene gli F-35 israeliani hanno preso parte a esercitazioni internazionali in passato, questa sarà la prima volta che il velivolo volerà insieme agli F-35 di altri tre paesi”. Sempre secondo il quotidiano israeliano, oltre ai nuovi caccia di Lockheed Martin, a “Falcon Strike 21” prenderanno parte i cacciabombardieri F-16 USA (sicuramente provenienti dalla base di Aviano, Pordenone), un aereo-spia Gulfstream “Etam” e due aerei da rifornimento Boeing “Re’em” dell’aeronautica israeliana, due velivoli-tanker KC767 e HC130 e un velivolo da ricognizione Gulfstream “Eitam” dell’Aeronautica italiana e l’aereo da rifornimento britannico Voyager A330.

“Gli aerei incontreranno una flotta di velivoli italiani che agiranno come una squadra rossa, simulando un’aviazione nemica, tra cui Eurofighter Typhoon, caccia da combattimento AMX International, Panavia Tornado, droni Predator ed elicotteri Bell Augusta”, aggiunge Times of Israel. “Anche la portaerei britannica HMS Queen Elizabeth sarà impiegata nel corso dell’esercitazione che si svolgerò sia in territorio italiano che nel Mediterraneo”. Per la cronaca proprio la “Queen Elisabeth” ha attraversato domenica 6 giugno lo Stretto di Messina per raggiungere lo Ionio meridionale, scortata da quattro navi da guerra britanniche e dal cacciatorpediniere lanciamissili “Andrea Doria” della Marina italiana.

“Sempre secondo l’ufficiale di IAF, un gran numero di batterie di missili terra-aria sarà utilizzato nel corso dell’esercitazioni contro i caccia F-35 al fine di creare un’atmosfera piena di minaccie“, aggiunge Times od Israel. “I caccia israeliani F-35 parteciperanno a due sortite quotidiane. Nella prima gli aerei voleranno con gli americani, mentre nella seconda voleranno con le forze aeree britanniche e italiane. Durante queste missioni, i piloti israeliani simuleranno attacchi aerei su obiettivi dietro le linee nemiche e missioni di supporto terrestre, mentre voleranno su terreni non familiari. Oltre a contrastare le minacce dei missili terra-aria, i velivoli israeliani prenderanno parte a vere e proprie battaglie aeree”.

Anche The Jerusalem Post ha dedicato un ampio articolo alla missione IAF sui cieli italiani. Il quotidiano, in particolare, ha specificato l’identità dei i reparti israeliani impiegati (il 140th Squadron dell’Aeronautica con gli F-35, il 116th Squadron con gli F-16A/B, il 122nd Squadron con l’aereo d’intelligence G550 e il 120th Squadron con i due aerei tanker). “L’aeronautica militare israeliana ha ricevuto i primi cacciabombardieri F-35 nel dicembre 2016 e ad oggi conta su 27 velivoli di questo tipo”, scrive il quotidiano di Gerusalemme. “Altri 23 caccia saranno consegnati entro il 2024, completando così l’ordine di IDF di 50 velivoli, anche se gli ufficiali israeliani contano di acquistarne ancora altri”.

Il sito specializzato Desk aeronautico che fornisce, tra l’altro, informazioni sulle limitazioni del traffico aereo in Italia in caso di esercitazioni militari, ha pubblicato una mappa con le aree che saranno utilizzate per “Falcon Strike 21”. “Durante la reale attivazione delle aree lo spazio aereo interessato sarà da considerare come zona temporaneamente segregata in cui l’attraversamento da parte di altro traffico non è consentito”, riporta la nota. “I due corridoi Poseidon e Brown collegheranno le aree delle operazioni alla base militare di Amendola. Per mezzo NOTAM A3569/21 è stata inoltre istituita una zona dal suolo a FL350 in cui sarà possibile riscontrare la poco affidabilità del segnale GPS per attività di jamming“.

Dato l’ampio spettro operativo off-limit proprio nel Golfo di Taranto, è più che probabile che per l’esercitazione sarà impiegata operativamente anche la portaerei italiana “Cavour”, rientrata in Italia a fine aprile dopo la lunga missione in Virginia, in cui – congiuntamente alle forze aereonavali USA – sono stati testati per la prima volta gli atterraggi e i decolli degli F-35 sul lungo ponte del “gioiello” di morte della Marina italiana.

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il “partito marxista leninista italiano” deve cambiare nome

Per la serie “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, oggi ci occupiamo di un gruppo sedicente “marxista-leninista”, addirittura seguace del maotsetung-pensiero, che brilla per la sua coerenza da sempre: il Partito Marxista Leninista Italiano.

Esso nasce da una scissione di ultradestra, voluta dall’avolese Giovanni Scuderi, del Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista) nel 1969: da quel momento, e sino al 1977, assume la denominazione di Organizzazione Comunista Bolscevica d’Italia/marxista-leninista.

Tutta la storia di questa formazione è fatta di scelte a dire poco discutibili – ultimo il sostegno al Daesh, in quanto movimento antimperialista, in funzione anti usamericana – ma quelle di quest’ultimo periodo rappresentano l’apoteosi dell’opinabile.

Troviamo particolarmente criticabile che questi “signori” abbiano deciso di partecipare al “Coordinamento della sinistre di opposizione”, visto che da sempre si scagliano contro la “sinistra” borghese a cui loro farebbero da contraltare.

In teoria sarebbe una posizione giusta, quest’ultima, se non fosse per un piccolo particolare: del su detto agglomerato fanno parte, tra gli altri, tutte le principali formazioni trotzkiste operanti in Italia, escluso il Partito d’Alternativa Comunista, e quelle revisioniste.

SANITà, I PARTITI COMUNISTI DI OPPOSIZIONE: MERCOLEDì DAVANTI ALLA REGIONE,  DIMISSIONI PER TOMA E FLORENZANO - Molise Web giornale online molisano

Non capiamo come possano costoro, che si proclamano difensori del marxismo-leninismo e del maotsetung-pensiero, giustificare il fatto di andare a braccetto con questi altri “signori” che propugnano l’antistalinismo e l’antimaoismo.

Se, come afferma Pino Siclari – coordinatore della questione meridionale del Partito Comunista dei Lavoratori – «PCL, PMLI e PRC rinnovano l’invito a superare tutte le resistenze settarie (miopi e suicide)» è giunto il momento di cambiare ufficialmente nome.

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sblocco dei licenziamenti e liberalizzazione del subappalto: un attacco frontale alla dignità e alla sicurezza dei lavoratori”. un contributo (da slai cobas sc)

Da www.resistenze.org – proletari resistenti – lavoro – 08-06-21 – n. 792

Domenico Cortese | lordinenuovo.it

04/06/2021

Nel decreto legge Sostegni-bis è stato stabilito che il blocco dei licenziamenti non andrà oltre il 30 giugno per le grandi aziende e fine ottobre per le piccole e medie imprese. L’unica “concessione” che il governo Draghi sembra fare alla classe lavoratrice coinciderebbe con l’istituzione di una Cassa integrazione agevolata per le aziende accompagnata dal divieto, per queste, di licenziare. In altre parole, vince Confindustria su tutta la linea, con il solo ammortizzatore sopravvissuto per i lavoratori concesso a patto di espungere totalmente ogni voce di costo per il padronato.

Infatti, dal 1° luglio 2021 i datori di lavoro che non potranno più utilizzare la cassa integrazione ordinaria Covid-19 prevista dal decreto Sostegni (i.e. massimo 13 settimane tra il 1° aprile 2021 ed il 30 giugno 2021) potranno accedere alla cassa integrazione ordinaria o straordinaria prevista dal D.Lgs. n. 148/2015 senza tuttavia pagare contributi addizionali fino al 31 dicembre 2021. Durante l’utilizzo dei predetti ammortizzatori, le imprese resteranno allora vincolate al divieto di licenziamenti.

Il quadro che si profila lungo l’estate del 2021 diviene perciò estremamente pesante per i lavoratori, non tanto e non solo per le conseguenze occupazionali che lo sblocco apporterà (si va dai 150 mila posti di lavoro che si perderanno secondo la Fondazione Adapt ai quasi 600 mila stimati da Bankitalia e ministero del lavoro, che si aggiungerebbero ai 900 mila occupati in meno da inizio pandemia) quanto per il crollo del potere politico e negoziale che risulta già evidente da un intervento dei sindacati confederali fiacco e convenzionale.

Di fronte ad un attacco mediatico, ideologico e politico delle associazioni padronali che si intensifica gradualmente dall’inizio dell’era Covid, con il presidente di Confindustria Bonomi che aveva già avvertito che l’Italia non doveva ridursi a un “Sussidistan” (eccetto che per le imprese) e le associazioni territoriali di Confindustria che avevano definito, sdegnate, un “colpo basso” l’eventuale proroga del blocco ipotizzata dal ministro del lavoro Orlando, la risposta di Cgil Cisl e Uil non va oltre un vago ammonimento (“la partita non è chiusa”), un artificioso richiamo alla concertazione e dei presidi di protesta di routine, brevi e indolori nei loro effetti sulla produzione.

La messa all’angolo delle istanze dei lavoratori deve comunque essere iscritta in una cornice per cui il blocco dei licenziamenti, come testimoniano i numeri prima riportati, ha preservato solo in parte il potere contrattuale del proletariato, soprattutto in regioni – come, ad esempio, la Calabria – in cui è più rilevante, in proporzione, l’occupazione nel settore pubblico oppure in mansioni inquadrate con contratti a tempo determinato o stagionale. La questione dello sblocco dei licenziamenti si inquadra, infatti, non tanto nella necessità delle imprese di eliminare posti di lavoro in sovrappiù con i relativi costi: il blocco, oltre assicurare alle imprese la Cig pagata dallo Stato (e usata persino in maniera illegittima nel 28% dei casi nei primi sei mesi di applicazione) non ha sospeso tipi di licenziamento come quelli disciplinari, quelli relativi ai dirigenti, nonché le risoluzioni del contratto di apprendistato e le procedure di licenziamento collettivo definite prima del 23 febbraio 2020, e da agosto 2020 alcuni vincoli sono stati rimossi per le imprese che cessano l’attività.

Lo sblocco si inquadra nella necessità di ristrutturazione e di incremento del potere negoziale dell’imprenditoria italiana e non solo, grande o piccola che sia, che fuoriesce dalla crisi Covid consolidando la tendenza capitalistica di scaricare i costi sulla collettività e sui lavoratori, i quali verranno licenziati in caso di possesso di contratti con maggiori tutele e assunti attraverso contratti peggiorativi. Tutte le istanze politiche provenienti dagli ambienti borghesi non hanno fatto altro che ricalcare le richieste classiche della classe capitalista in risposta alle crisi cicliche del sistema, ovvero esenzioni fiscali pagate dalla collettività, liberalizzazioni e maggiore flessibilità dei contratti di lavoro. Ottenendo quanto richiesto.

I numeri danno infatti la dimostrazione plastica che, al di là dei pianti di chi dice di essere vessato dalle chiusure Covid, proprio le imprese sono state le principali beneficiarie delle misure varate nel 2020, coincidenti con 108 miliardi di debito aggiuntivo. Gli interventi a favore dei lavoratori, nel primo anno di pandemia, si sono fermati a 29,7 miliardi di cui oltre 18 per la Cassa Integrazione Guadagni, che a sua volta è un risparmio per il padrone dell’attività ed è pagata dagli stessi lavoratori con le imposte.

Agli enti territoriali sono andati soltanto 10,8 miliardi, alla sanità 8,2 miliardi e alla scuola 2 miliardi. Altri 6 sono andati al capitolo famiglia e politiche sociali, in cui ricade anche il reddito di emergenza. E le aziende sono state il settore più attenzionato anche nella prima manovra 2021 (11,8 miliardi su 24) e nella spartizione del primo scostamento di bilancio del 2021: 16,6 miliardi su 32.

Questi sono stati gli effetti del decreto-legge n. 9 del 2020, le cui misure sono poi confluite nel successivo più ampio intervento legislativo contenuto nel decreto-legge n.18 del 2020 Cura Italia, del decreto-legge n. 23 del 2020 Liquidità, del decreto-legge n. 34 del 2020 Rilancio, del decreto-legge n. 104 del 2020 Agosto, del decreto-legge n. 137 del 2020 Ristori (AC 2828), del decreto-legge n. 149 del 2020 Ristori-bis, del decreto-legge n.154 del 2020 Ristori-ter e del decreto-legge n. 157 del 2020 Ristori-quater. È interessante notare che queste disposizioni sono state messe in campo dal governo Conte e che il governo Draghi si muova sostanzialmente nel medesimo solco di tutela degli interessi e della ripresa per la borghesia, una continuità che, pur non legittimando letture eccessivamente semplificatorie, può aiutare a inquadrare il governo Draghi nella cornice di un’accelerazione, e non di una svolta, nella gestione della crisi in favore dei capitalisti.

In sintesi, solo 8 miliardi sono andati alla sanità durante una pandemia globale e 11 miliardi reali per sostenere i lavoratori a fronte di una somma 6 volte tanto per la parte padronale, senza contare le garanzie statali di 400 miliardi per le banche e le grandi corporation e l’erogazione di moneta da parte della BCE volta ad acquistare titoli poco liquidi delle istituzioni finanziare, per un ammontare di ben due mila miliardi di euro in un anno – cifre che mai hanno raggiunto le famiglie, i disoccupati e i lavoratori e che servono solo a mantenere in vita il sistema speculativo autoreferenziale delle borse, che si gonfia di denaro a buon mercato per acquistare beni creati col sudore di chi lavora.

Il decreto Sostegni bis, invece, va a stanziare 15 miliardi di contributi a fondo perduto, 9 miliardi per la liquidità e l’accesso al credito e altri 5,7 miliardi per ulteriori misure di “aiuto all’economia” o di carattere settoriale.

Sui 40 miliardi complessivi, un totale di circa 30 miliardi va dunque alle imprese (il 75%).

Tutto questo occorre per capire chi davvero stia pagando la crisi. Vi è una classe sociale, la borghesia, che è stata sostenuta e che, tornati alla “normalità”, ricomincerà a far fruttare il proprio capitale come prima. Qualche piccolo borghese che, forse, si proletarizzerà a favore delle grandi catene come in ogni crisi (ma che non vuole, nel suo individualismo proprietario, rinunciare tuttavia allo stesso libero mercato finché questo lo fagocita) e, infine, una grande massa di lavoratori che, a causa dell’aumento esponenziale dei contratti precari e della disoccupazione avrà sempre meno potere negoziale. Lo sblocco dei licenziamenti, la ridicola campagna stampa del padronato che mira ad attribuire a misure di sostegno al reddito le cause di una presunta difficoltà a trovare personale disponibile a lavorare con trattamenti contrattuali pessimi, le condizioni della Commissione Europea per ottenere i finanziamenti minimali del Recovery Fund servono a consolidare la nota prassi capitalista per fare pagare la crisi alle classi popolari.

Uno dei temi “caldi” di questi giorni, la liberalizzazione del subappalto, si situa proprio nel contesto dell’attacco della borghesia per minimizzare la capacità di reazione della classe lavoratrice.
Le ultime intese con i sindacati confederali hanno portato all’ipotesi di una nuova soglia innalzata al 50% fino al 31 ottobre che poi sparirà del tutto, controlli antimafia più stringenti e soprattutto una clausola sulla parità delle condizioni di lavoro tra i dipendenti della stazione appaltante e quelli delle aziende in subappalto. Come ora spiegheremo, al di là di quello che c’è scritto sulla carta, il problema risiede nella reale applicabilità di queste garanzie.

Occorre ricordare come la liberalizzazione dei subappalti coincida con una delle misure contenute dal memorandum europeo in funzione del Recovery Fund e che la Corte di giustizia europea aveva già imposto un aumento dal 30% al 40% del limite dei lavori subappaltabili considerando comunque ogni limitazione “arbitraria”. Tale nuovo limite è attualmente previsto dall’art. 1 co. 18 della Legge di conversione del Decreto “Sbloccacantieri” n. 55/20197, mentre nel Decreto cd. “Milleproroghe” (D.L. 31 dicembre 2020, n. 183) esso si è prolungato al 30 giugno 2021, a ulteriore riprova del fatto che il governo Conte e il governo Draghi presentano una netta continuità in termini di interessi difesi, quelli dei capitalisti.

È necessario sottolineare la natura della liberalizzazione del subappalto, per la quale i sindacati confederali sembrano disposti ad azioni più dirompenti sebbene, ad oggi, essi si limitino a espressioni verbali poco più minacciose.

La “frammentazione” degli appaltatori non serve per produrre efficienza, piuttosto a deresponsabilizzare la stazione appaltante e la principale ditta appaltatrice la quale delega ad “intermediari” (che alcune volte spariscono poco dopo) la ricerca di personale, con l’implicito meccanismo da caporalato e precarietà che si viene a formare.

La struttura di appaltatore principale e subappalti viene anzi a creare un decentramento nelle peculiari modalità di utilizzo degli strumenti e nei controlli, il che favorisce l’aumento del rischio di infortuni sul lavoro. D’altra parte, l’aumento della precarietà contrattuale (dovuto alla maggiore estemporaneità nell’utilizzo delle ditte in subappalto) e della separazione dei nuclei di lavoratori non fanno che diminuire l’acquisizione di competenze pratiche nell’affrontare le situazioni pericolose, oltre che la solidarietà di classe. In altre parole, si baratta un’ulteriore possibilità di fare profitti con minori controlli preventivi, maggiore debolezza contrattuale da parte dei dipendenti e incertezza nella perseguibilità della ditta in caso di danni al lavoratore.

Tutto ciò è dovuto anche al fatto che, fino al 31 dicembre 2021, è sospeso l’obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori (comma 6 dell’articolo 105 e terzo periodo del comma 2 dell’articolo 174, del D.lgs. 50/2016) e, fino al 31 dicembre 2021, sono sospese le verifiche in sede di gara, di cui all’articolo 80 del medesimo Codice, riferite al subappaltatore.

Tale mortificazione della trasparenza e della capacità di valutazione dell’ente pubblico (favorite, ricordiamo, anch’esse dalle pressioni politiche della Commissione Europea che aveva bollato come illegittimi i limiti nella disciplina italiana che imponevano l’indicazione della terna e, come già detto, un tetto del 30% della quota subappaltabile) vanno nella direzione, che già connota i subappalti, di far tendere al ribasso la qualità dei lavori pubblici.

Da questo punto di vista, appare falsa e pretestuosa la retorica che vorrebbe contrapporre la stabilità dei lavoratori all’efficienza e alla “produttività” dei servizi e della costruzione di infrastrutture pubbliche, le quali risultano invece spinte al massimo ribasso nella competizione economica tra concorrenti proprio attraverso la frammentazione dell’appaltatore.

Come scrive anche Giorgio Sclip, docente di sicurezza del lavoro all’Università degli studi di Trieste, «è evidente che questa scelta organizzativa porti dei rischi aggiuntivi: le attività svolte dal personale esterno si sovrappongono o interfacciano con quelle eseguite dal personale interno dell’azienda o con quelle eseguite da altro personale esterno afferente ad altra azienda presente, a qualsiasi titolo, nelle stesse aree di lavoro, andando a creare, quindi, i cosiddetti rischi interferenziali». E la causa principale di tale criticità, continua Sclip – «è la perdita del fondamentale requisito dell’unitarietà, in assenza della quale è complicato – se non in presenza di un’adeguata, puntuale, precisa e costante gestione della sicurezza – garantire a tutti un adeguato livello di tutela».

Se esiste una maggiore “efficienza” nel meccanismo del subappalto, dunque, esso non può certamente coincidere con quella produttiva o della tutela della persona umana, ma più probabilmente con quella dell’interesse di chi deve fare profitto minimizzando la capacità di coesione e coordinamento dei dipendenti.

Inoltre, è importante ricordare che per l’Ispettorato del Lavoro, nei settori più importanti, ormai più di un quinto delle irregolarità sia legata a forme di intermediazione, il che conferma ancora di più la natura e le conseguenze di queste prassi che sono casse di profitti e mezzi di deresponsabilizzazione selvaggia con tutte le conseguenze sulle condizioni e sulle retribuzioni dei lavoratori.

Infatti, in termini percentuali, la quota dei lavoratori interessati da violazioni consistenti in esternalizzazioni e interposizione di manodopera rispetto al complesso dei lavoratori irregolari nel corso del 2020 è risultata, per macrosettori produttivi, pari al 23% per il terziario, al 20% per l’industria, al 13% per l’edilizia e al 4% per l’agricoltura.

Subappalto significa, in conclusione, che chi prende un lavoro non ha l’obbligo di essere in grado di realizzarlo. Non deve avere, per esempio, i dipendenti necessari. Può affidarlo ad altri, dopo aver ottenuto l’appalto e questi altri a loro volta lo possono affidare ad altri ancora. Naturalmente ad ogni passaggio ci deve essere un profitto e sarà sempre la classe lavoratrice che pagherà quel profitto, vista la tendenza (per ora non ancora “formalizzata” per legge) degli affidamenti ad essere fatti al ribasso.

Lo sblocco dei licenziamenti e la liberalizzazione del subappalto non possono che essere visti come un vero e proprio attacco sociale alla dignità ed alla sicurezza dei lavoratori. A maggior ragione se si pensa che, nei primi tre mesi del 2021, le morti per incidente sul luogo di lavoro sono aumentate dell’11,4% rispetto all’anno precedente e le morti sul lavoro, che comprendono casi eclatanti come quello di Luana, l’operaia tessile di Prato, fagocitata dall’orditoio in nome del risparmio e dell’efficienza dei tempi per il padrone, viaggiano in questo periodo con una media di tre morti al giorno.

Non è un caso, in conclusione, che questo attacco si sviluppi in tutta la sua forza alla vigilia della stagione estiva, una stagione di grandi riaperture, che porta alla ribalta le istanze della parte di padronato – i ristoratori, gli albergatori, i pubblici esercenti – che, secondo i controlli dell’Ispettorato del lavoro, si distinguono per il tasso maggiore di irregolarità ai controlli in materia di vigilanza lavoro, previdenziale e assicurativa.

L’enorme potere negoziale che permette a questa e altre categorie padronali (le stesse che la scorsa estate hanno favorito lo scoppio della seconda ondata nelle zone turistiche e industriali trascurando ogni precauzione anti-Covid) di usufruire di manodopera non contrattualizzata non potrebbe essere favorito di più che da un nuovo strato di lavoratori senza altra scelta se non quella della precarietà più assoluta.

L’esecutivo Draghi conferma, allora, tutte le attese e le aspettative con cui era stato accolto da settori della classe proletaria: il suo essere un metodo di governo utile per rendere più efficace, a livello mediatico e politico, la collaborazione fra le diverse anime della borghesia italiana – rappresentate dai diversi partiti oggi in Parlamento – allo scopo non tanto celato di continuare nell’operazione di depotenziamento dei diritti dei lavoratori, della trasparenza nella gestione delle imprese e di scarico dei costi della crisi sulla classe lavoratrice, in nome di una ripresa che sarà per pochi e trainata da sussidi senza condizioni alle imprese e debito classista formalmente concesso da quel coordinamento sovranazionale che è l’UE a patto di liberalizzazioni e riforme anti-operaie.

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formazione operaia. studiare e lottare, teoria e prassi. senza di questo i proletari non hanno nulla (da proletari comunisti)

Il ciclo straordinario della Formazione Operaia on line riprenderà a settembre 
ma non certo perchè andiamo in vacanza.

Ma perchè è ora di leggere e studiare individualmente e collettivamente il materiale prodotto.

Nessun operaio e militante comunista, giovane comunista e donne d’avanguardia in lotta può pensare di poterne fare a meno; vorrebbe dire che non comprende che senza rivoluzione nessun cambiamento radicale è possibile, e che la rivoluzione proletaria richiede teoria d’avanguardia per essere reale avanguardia. 

La lotta anche quella classista e combattiva in cui siamo realmente impegnati non basta. 

Senza l’autonomia operaia e proletaria in teoria, politica e organizzazione dominano i riformisti, gli economicisti e i ciarlatani in lotta contro l’ultimo governo della borghesia e si lotta sotto la cappa al massimo della piccola borghesia rivoluzionaria

Ripartiamo intanto da Engels.

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i segnali dei renzisti continuano a ripetizione

Una notizia apparentemente del tutto insignificante, la nascita in Italia di un ennesimo partito politico, può diventare la cartina di tornasole delle intenzioni di alcune altre formazioni che si fa sempre più fatica a collocare nelle coalizioni.

L’edizione di lunedì dieci maggio del quotidiano telematico il Riformista dedica un’ampia pagina alla assai poco affollata assemblea tenutasi il giorno prima a Roma, presso la sala Capranichetta dell’Hotel Nazionale di piazza Monte Citorio 131.

Lì erano presenti ben quaranta persone per la presentazione del neonato Partito Liberale Europeo, mentre il fogliaccio vicino alla cricca forzitaliota sostiene che altre mille persone abbiano seguito l’evento online.

Che la nuova accozzaglia sia formata da gente impresentabile non c’è bisogno di sottolinearlo, basta ricordare la storia del Partito Liberale Italiano che alle ultime elezioni nazionali ha dato indicazione di votare per la Lega Salvini Premier.

Camera e Senato: il PLI vota Lega

Chiarito questo, resta da capire come mai Marco Di Maio, vicepresidente del gruppo di Italia Viva alla Camera dei Deputati, rilasci la seguente dichiarazione: «molti sono i valori comuni che ci uniscono nell’impegno politico per rilanciare la centralità dei valori cardine delle democrazie liberali e un europeismo capace di coniugare pragmatismo e visione».

Il sospetto – che si fa sempre più concreto, anche alla luce di quanto dichiarato due giorni dopo da Ettore Rosato al fogliaccio Il Dubbio – è che, quello andato in scena in questa occasione, sia soltanto l’ennesimo segnale di un prossimo passaggio ufficiale della consorteria renzista nelle file della destra radicale e fascista.

Se ancora non bastasse, ecco la storia che arriva da Asti, dove le forze di opposizione alla giunta fascioleghista di Maurizio Rasero stanno costruendo appuntamenti per cercare un’intesa comune in vista delle elezioni del 2022.

La rappresentante di Italia Viva in Consiglio comunale, tale Angela Motta, non prende parte ai tavoli di confronto del “centrosinistra” perché sta «lavorando a un polo riformista»: smentisce, altresì, ogni suo «supposto avvicinamento al centrodestra»; crediamo che neppure lei, onestamente, possa credere alle sue parole.

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