alcune considerazioni sulla mozione presentata da nicola zingaretti al congresso del partito democratico

Ci siamo dedicati alla lettura della mozione congressuale di Nicola Zingaretti: il principale candidato alla segreteria politica del Partito Democratico, sostenuto dall’ala ex socialdemocratica rimasta fedele al suo tradimento.

La prima considerazione che viene da fare, leggendo le righe introduttive del lungo – è composto da quarantaquattro cartelle – documento, è che se questo è il linguaggio utilizzato dai sedicenti democratici, si capisce che altrove vi siano molti che male interpretano questo partito.

Il politicante romano scrive che il compito della sua formazione politica deve essere quello di «salvare e cambiare. L’Europa, l’Italia, il Pd»: come operare lo si vedrà a tempo debito, ma perché farlo è chiaro.

«L’Europa, così com’è, prigioniera dell’austerità, tecnocratica, poco rappresentativa e indebolita dagli egoismi nazionali, non rappresenta per i cittadini né un futuro né una soluzione».

L’ex segretario nazionale della Sinistra Giovanile dimentica le parole del compagno Lenin, il quale ammoniva che in regime capitalistico «gli Stati Uniti d’Europa sarebbero impossibili o reazionari», quindi non potrebbero rappresentare nessuna delle due prospettive.

Subito appresso, il fratello dell’attore che impersona il commissario Montalbano passa a disquisire sui temi di politica interna: «Nell’azione di governo abbiamo più volte salvato l’Italia. Con il primo governo Prodi (…) abbiamo impostato un robusto programma di riforme, non dettato dalle contingenze o da calcoli elettorali, ma strategico (sic!)».

Vorremmo ricordare a Zingaretti che il primo governo Prodi restò in carica dal 1996 al 1998: a quell’epoca a nessuno era ancora venuto in mente di fondere in un solo contenitore gli eredi del partito revisionista con quelli della formazione politica del cattolicesimo democratico.

Come lui certamente ricorderà, il Partito Democratico, partorito principalmente dalla “mente illuminata” di Walter Veltroni, nacque al padiglione Lingotto Fiere di Torino il 14 ottobre del 2007, circa nove anni dopo la fine del governo a cui fa riferimento.

Una caduta, vale la pena ricordarlo, attribuita ad un capriccio di Rifondazione Comunista, ma che nella realtà fu provocata da un errore – non si sa quanto involontario – del deputato Giuseppe Pisicchio detto Pino, di Rinnovamento Italiano, che “sbagliò a votare”, negando la fiducia all’esecutivo.

Per quanto concerne, infine, il tema delle così dette “riforme”, basta confrontare il livello di benessere di cui godevano i ceti popolari all’epoca dell’insediamento dell’esecutivo del professore bolognese, e quello che scaturì da quelle “belle pensate”: esse furono un disastro su tutta la linea.

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un criminale contro l’umanità (da proletari comunisti)

Questo criminale non blocca gli scafisti, ma chiude i porti ai migranti e manda a morte uomini, donne, bambini

Questo criminale, come i suoi complici Di Maio, Conte, è amico dei capi del regime libico che conoscono bene e coprono gli scafisti, in affari con la guardia costiera e  i soldati libici

Questo criminale ferma chi soccorre i migranti in mare, le Ong, e rimanda nelle mani dei torturatori, stupratori, assassini nei campi/lager libici donne, uomini, bambini

Questo criminale/sciacallo usa i morti in mare per farsi propaganda elettorale, seminando veleno di odio, paura

Questo criminale invece di essere arrestato per crimini contro l’umanità, per propaganda fascista/razzista, per aperta violazione della Costituzione, trova il suo miglior sostegno negli apparati militari dello Stato, e nella pelosa ipocrisia del presidente della Repubblica.

Questo criminale, i suoi compari di governo, sono un pericolo per i lavoratori, i giovani, le donne, del nostro paese.

Questo criminale, tutto il governo di assassini, deve essere fermato, rovesciato, impedito di agire, in ogni modo! E’ la lotta proletaria e popolare, non il parlamento, non il voto, che lo può fare!

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riceviamo da “movimento di lotta per la salute giulio alfredo maccacaro”, alessandria, e volentieri pubblichiamo

Convegno Pfoa: i rischi per la salute nel territorio di Alessandria e le responsabilità pubbliche.

La trascrizione della relazione di Lino Balza:

Carta canta. Questa che ho in mano è la denuncia presentata ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI ALESSANDRIA. E’ l’ultimo ESPOSTO, del 2017, firmato da Barbara Tartaglione e Lino Balza. Il primo è del 2008.

Denunciamo (testuale): gli estremi di reato in cui incorrono le Autorità di Alessandria e del Piemonte preposte alla tutela della salute pubblica per i loro comportamenti difformi dalle Omologhe del Veneto, pur in presenza di condizioni ambientali e sanitarie del tutto coincidenti. Provocate cioè dagli inquinamenti PFOA di Miteni a Trissino e da Solvay a Spinetta Marengo.

Da notare che Miteni (fornitrice di Solvay) e Solvay (utilizzatrice) si sono scambiati lo stesso direttore (Luigi Guarracino)  e lo stesso medico specialista di fabbrica (Giovanni Costa).

Dello scandalo Miteni e dell’emergenza Veneto hanno già relazionato chi mi ha preceduto. Ad Alessandria noi l’allarme l’avevamo lanciato anni prima: nel 2008. Eppure nel 2017 siamo ancora a denunciare con codesto esposto. (E ancora nel…2019).

Nel 2008 l’allarme fu urbi et orbi, locale e nazionale. Prima con esposti individuali di nostri tre Soci e poi con una campagna nazionale. (Per inciso. I tre lavoratori saranno colpiti da rappresaglie e costretti a lasciare lo stabilimento di Spinetta. Chi vi parla era già stato licenziato anni prima da Montedison per aver ripetutamente denunciato, fra l’altro, proprio le schiume di Pfoa in Bormida). 

Nel 2008 la Sezione di Medicina democratica di Alessandria condusse una campagna nazionale per la messa al bando del PFOA scaricato in Bormida fino alla foce del Po, denunciando anche ai massimi livelli sanitari la presenza del veleno nel sangue dei lavoratori, a loro volta addirittura donatori di sangue. Sul nostro Blog della Rete Ambientalista sono archiviati 150 interventi sulle questioni PFAS PFOA. Il nostro libro “Ambiente Delitto Perfetto” ne parla diffusamente.

Vi ripropongo alcuni minuti tratti da una lunga intervista televisiva rilasciata 10 anni fa davanti allo scarico Solvay in Bormida (lo scarico è sempre lì, potete andare a vederlo).

VIDEO. Questa parte dell’intervista insiste sulla denuncia della presenza di PFOA nel sangue: “L’ASL ha la responsabilità di provvedere direttamente alle analisi del sangue dei lavoratori, di verificare quelle fornite ai lavoratori da Solvay, la quale non può essere controllata e controllore di se stessa, nonché di procedere ai referti della popolazione a rischio, in merito particolare alla presenza di queste sostanze pericolose, fornendo delle stesse completi parametri tossicologici e sanitari di concerto con ARPA. Sottolineiamo che per Medicina democratica i valori limite devono essere zero. Chiediamo nuovamente che i risultati delle rilevazioni siano portati a conoscenza individuale degli interessati e della collettività tutta: tale riteniamo sia l’obbligo della Sindaco di Alessandria (Rita Rossa), peraltro già insolvente del Referto epidemiologico e dell’Indagine epidemiologica della Fraschetta. Chiediamo inoltre al direttore generale ASL Alessandria Paolo Marforio, all’assessore Regione Piemonte alla Sanità Antonino Saitta e al Ministro della salute Beatrice Lorenzin, di impedire su tutto il territorio nazionale trasfusioni di sangue contenenti tali veleni. Il documento è stato inviato alla Procura, a tutti i sindaci della provincia, a tutti gli ospedali, Arpa, Avis ecc.”

Carta canta. Dieci anni dopo (e ancora oggi) con codesto esposto, ma anche con  lettere aperte raccomandate a Regione Arpa Asl sindaco assessori, denunciamo  che nel territorio alessandrino non hanno riscontro in ambito Asl e Arpa analisi e interventi ispettivi che invece si stanno svolgendo in Veneto.Che – oggi possiamo commentare – sono criticabili e criticati, ma che almeno sono stati realizzati, mentre ad Alessandria neppure quelli.

E allora possiamo ripetere ciò che scrivemmo allora:  l’inerzia e il silenzio di Comune Asl e Arpa alessandrini ai nostri esposti rappresentano uno scandalo che colpisce la salute della cittadinanza.

Si tratta si gravi reati di omissione. Sono enormi le responsabilità, nel corso degli anni, delle amministrazioni (di ogni colore), comunali, regionali, asl, arpa, perché gravi sono gli effetti del PFOA che permangono per decenni nell’acqua e nel sangue dei lavoratori e dei cittadini.

Ce ne parlerà Claudio Lombardi, assessore all’Ambiente della passata Giunta.

Il risultato della nostra campagna nazionale fu l’eliminazione del PFOA (proveniente da Miteni) dalle lavorazioni della Solvay di Spinetta. Però è stato sostituito  con il uiQC6O4: sale ammonico inodore, scarsamente biodegradabile, corrosivo, tossico per ingestione inalazione e contatto, principale organo bersaglio il fegato, sospetto cancerogeno, mutageno e teratogeno.

Allora anche per il C6O4 (e anche per l’ADV) abbiamo chiesto all’ARPA campionamenti: silenzio.  E anche abbiamo coinvolto Asl, Sindaco e Assessore all’ambiente: silenzio. E abbiamo denunciato per l’ennesima volta le relative omissioni nell’esposto alla magistratura. Carta canta.

Anche le responsabilità della Magistratura alessandrina, dunque, sono enormi. Finalmente, come effetto di una lotta condotta per quasi mezzo secolo, anche pagando salati prezzi personali, finalmente nel 2008 è stato avviato un procedimento penale contro Montedison/Solvay. Il quale si è concluso, anche in Appello, con una sentenza scandalosa. Le motivazioni, nella sentenza,  si gonfiano con esclamazioni catastrofiche, corrispondenti alla realtà: “un evento distruttivo di proporzioni straordinarie”, “ un avvelenamento delle falde difficilmente reversibile”, “sprezzo assoluto degli imputati all’incolumità pubblica”.  Poi, nella condanna, la sentenza si sgonfia come un palloncino: assolve praticamente tutti gli imputati, a cominciare dagli amministratori; non riconosce risarcimenti alle centinaia di Vittime morte e ammalate, se non indecenti mance ad alcune;  e la bonifica –checchè ne scrive la propaganda Solvay sui giornali- è una balla: quella vera non è mai stata avviata e dunque non sarà mai conclusa, altro che “entro il 2029”. Compreso il Pfoa.   Ripeto:  una sentenza scandalosa che ben merita il posto d’onore nel nostro libro “Ambiente delitto perfetto”, una sentenza che ha anche prodotto il mio abbandono a Medicina democratica dopo 40 anni dalla fondazione, a causa del rifiuto della presidenza a tutelare le Vittime (morti e ammalati) in un processo in sede civile.

In Veneto per il Pfoa la Procura ha rinviato a giudizio 13 indagati. Ad Alessandria fino ad oggi nessuno.

Nel 2008,  nel processo penale non era stato preso in considerazione il Pfoa tra i 21 cancerogeni che (ancora oggi) stanno scendendo nella falda acquifera. Perché? Perché il pubblico ministero non aveva inserito il Pfoa tra i 21 del cocktail. Perché? Perché l’Arpa non l’aveva trovato nelle analisi. Perché? Perché non l’aveva cercato. Se non lo cerchi, non lo trovi! Come l’Asl che non lo cerca nel sangue. Perché? Perché il sindaco, massima autorità sanitaria locale, non glielo ordina. Perché? Perché i sindacati se ne fregano. E anche i giornalisti…

Tutte queste responsabilità sono enormi. Le ribadisco per l’ennesima volta, l’ultima volta, presumo, ad Alessandria, visto che a breve mi trasferirò lontano: da questa classe dirigente di fatto e di diritto storica connivente con il suo maggiore inquinatore. Resterà il “Movimento di lotta per la salute Giulio Alfredo Maccacaro” a contribuire alla spinta propulsiva generata da questo Convegno, della quale tratterà Godio.

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carcere della Spezia: “qui le guardie continuano a picchiare i detenuti una volta a settimana almeno” (da proletari comunisti)

Lettera di Paska dal carcere punitivo di La Spezia, dove è stato trasferito da Teramo in seguito ai presidi antifascisti di solidarietà coi detenuti.

Confermo quanto detto, ma voglio un medico adeguato per quello che mi è successo. Quando sono uscito dalla cella, è vero ho spinto l’agente che era presente sul piano. Poi sceso all’ingresso ho spinto l’altro agente che mi aspettava e che faceva parte della scorta. Dichiaro però, che subito dopo, sono stato aggredito da più di dieci agenti, con schiaffi e pugni; mi hanno buttato a terra e ho ricevuto pugni e schiaffi, calci in testa, sulla schiena, sull’addome, su gamba sinistra e destra e sulla mano sinistra. E quando mi sono alzato ho ricevuto degli schiaffi fino a quando mi hanno ammanettato. Durante il tempo del pestaggio sono stato offeso e minacciato pesantemente”. Visto quanto emerge dagli atti, e soprattutto viste le certificazioni sanitarie DA CUI NON RISULTA QUANTO DICHIARATO DAL DETENUTO, tenuto conto della gravità dell’episodio, il collegio applica la sanzione di giorni 15 di esclusione dalle attività in comune.
Questo è quanto ho dichiarato al consiglio disciplinare, avvenuto venerdì 9 novembre in seguito ai fatti accaduti in carcere prima del processo dell’8/11.
Ma sarebbe bene ed opportuno raccontare tutto ciò che è accaduto in questo ultimo mese e mezzo. Il 2 ottobre la mattina parto dal carcere di Teramo per Lecce, arrivo verso le 16 in carcere; tempo delle lungaggini burocratiche, riesco a fare una doccia volante ed è già orario di chiusura. Il giorno dopo, nell’attesa di andare a processo chiedo di andare all’aria, ma la risposta è no perché “qui sei isolato”. Il motivo si spiegherà da solo due ore dopo. Poco dopo vado a processo e al ritorno non mi fanno salire in sezione a prendere le mie cose perché lo han già fatto le guardie; rimango in matricola e devo prepararmi gli zaini per l’aereo se voglio andare a processo a Firenze. Così facendo, quando le compagne e i compagni saranno lì il pomeriggio per fare un presidio sotto il carcere di Lecce io già sarò in volo per Genova.
A malincuore devo lasciare un po’ di cose giù, tipo pentole-padelle-libri-cd-opuscoli, perché non posso portare più di due zaini, quindi prediligo vestiti-lenzuola-coperte-documenti e qualche libro (più moka e fornello, fondamentali per la carcerazione)
Quindi il 3 ottobre alle 13 mi muovo da Lecce direzione Brindisi, dove prenderò ben due aerei (Brindisi-Roma e Roma-Genova), e poi mi muoverò da Genova per La Spezia in blindato. Alle 21 arrivo a La Spezia e vado a dormire vestito, non mi porto neanche i vestiti dentro e decido di prendere il tutto il giorno dopo, perché troppo stanco.
4 ottobre, 8 di mattina: perquisizione in stanza; tra l’altro il 2 sera a Lecce sotto il materasso trovai una lama artigianale che feci sparire e meno male, dato che il giorno dopo sono state le guardie a farmi i sacchi…coincidenze?Comunque, meglio prevenire che curare.
Il 6 ottobre mi fanno salire in sezione, mettendomi in stanza con un ragazzo con cui all’apparenza potevano esserci problemi sin da subito, ma in realtà non abbiamo dato soddisfazione alle guardie e ci siamo adeguati alle esigenze carcerarie.
Il 9 vado a processo, e primi screzi insulti reciproci con la scorta che ha modi di fare un po’ tamarri e coatti alla guida. Lascio passare. Dal giorno 10 o 11, non ricordo bene il giorno esatto, problemi per andare all’aria: le guardie devono avvisare il primo piano prima di lasciarmi passare perché direttrice e comandante, su suggerimento di “ordini dall’alto”,ci hanno messo un divieto di incontro a me e un altro compagno detenuto a La Spezia.
Inizio quasi a non sopportare più la situazione, ma la goccia che fa traboccare il vaso arriva il giorno 18: vado nuovamente a processo, ed oltre a dovermi sorbire tra andata e ritorno 300km, ammanettato, la scorta inizia ad “imitare” i personaggi di Fast & Furious. Appena entrati a La Spezia, al ritorno dal processo, iniziano ad accendere sirene, cacciare palette, bruciare semafori, tirare freni a mano, insultare e minacciare gli automobilisti per passare rischiando incidenti, fare sgommate…e percorrono un sottopasso a 80 all’ora, e all’atterraggio, perché di un volo si è trattato, sbatto la testa, mi cadono gli occhiali e sbatto fortissimo con le manette sul costato, che ancora mi fa male.
Salgo in sezione molto arrabbiato, il giorno dopo mi faccio visitare ma non riscontrano nulla logicamente, dico che devo parlare con direttrice e comandante, e che accelerino le pratiche per l’invio della richiesta di trasferimento (ufficialmente partita il giorno 23); loro già sanno benissimo che se dovrò partire da La Spezia per la prossima udienza del processo non gli renderò vita facile, ma non danno importanza alle mie parole.
Il 26 ottobre arriva un foglio dal DAP che mi notificano giorno 30 dove in sostanza mi rifiutano il trasferimento: logicamente risposta già preconfezionata, senza neanche aver letto l’istanza, dato che un rifiuto in così pochi giorni è un record! Situazione di nervosismo, insulti reciproci con le guardie, ed anche se so che forse non servirà a nulla, dichiaro l’incompatibilità con il corpo di polizia penitenziaria di La Spezia.
Volevo già iniziare lo sciopero il 31/10 ma aspetto il lunedì 5 novembre, dato che durante le feste non serve a molto, chiedo di parlare con la direttrice, mi dicono domani mattina ti chiamerà. Mattina dopo nulla, quindi mi rifiuto di rientrare in cella dalle 12 alle 13 e poi scendo all’aria, ed anche lì mi fermo rifiutando di risalire. Dopo mezz’ora (14.30 circa) mi chiamano direttrice e comandante, gli rifaccio presente tutte le problematiche di andare a processo con la scorta di La Spezia, dell’incompatibilità con le guardie, che sono a più di 500km dai familiari e a 150km dal processo, e che sanno benissimo che se non parto giorno 8 qualcosa accadrà. Loro rispondono che ricevono ed eseguono gli ordini del DAP, e di assumermi tutte le responsabilità di ciò che farò; rispondo che sicuramente mi accollerò tutto, ma basta che mi vengano addosso uno ad uno e non 10 contro 1.
Bene: giorno 8/11 succede quello che ho scritto all’inizio del testo; dopo avermi ammanettato e continuato a malmenare, chiamano il medico chiedendogli se ero in grado di andare a processo, e pure lui, impaurito solo a guardare la situazione, vede i bozzi e i lividi (ma non li scriverà) e mi chiede “Vuoi andare?”. Ed io dico di sì, anche perché avevo preparato una dichiarazione da leggere in aula, che avrei a quel punto modificato aggiungendo che mi avevano pestato in carcere prima del processo; dichiarazione abbastanza blanda dove volevo rimarcare perché chiedevo il trasferimento.
In aula, il giudice non mi fa leggere tale scritto affermando che la sede è inadatta, riesco però a far sapere alle altre e agli altri in aula che mi hanno pestato i secondini e sono in sciopero della fame da 4 giorni. Mi cacciano così dall’aula ed un secondino zelante, che mi ha schiaffeggiato fino all’ultimo, mi mette le manette strettissime tanto che i polsi diventano viola e per poco svengo. Mi portano alle cellette, e dopo un po’ mi fanno risalire, anche se siamo rimasti solo noi 3 imputati, oltre ad avvocati, giudici e sbirri, e dico agli altri 2 che vorrei rimanere per far vedere i segni sul corpo all’avvocato e tornare il più tardi possibile a La Spezia, prevedendo un altro pestaggio al ritorno. Così non è stato, anche se c’erano 5-6 guardie belle grosse che mi hanno portato a fare la visita per sciopero della fame. Provo anche a farmi refertare gli evidenti segni, ma non c’è nulla. Per i due giorni successivi proverò ancora a farmi refertare ma “non posso scrivere cose che non si vedono”. Finita la visita mi rimettono alla cella 1 del piano terra, la stessa dove dormii la prima sera qui a Spezia. Regime chiuso, le mie cose le avevan già preparate e messe in cella le guardie. Il giorno dopo, almeno, mi fanno recuperare il resto delle mie cose e mi fanno il consiglio disciplinare dandomi 15 giorni di isolamento.
Questo è quello che mi ha portato a dare due spinte alle guardie e il mio vissuto a La Spezia: niente di anormale, le guardie che ti provocano con fare mestierante e poi ti sfondano di mazzate quando sei a terra con calci e pugni su testa e schiena, direttrice che copre il pestaggio grazie alla complicità di medici (su 4 visite con 3 medici diversi, uno forse la seconda volta che mi ha visto ha scritto le parti che ho doloranti), e le guardie che ti minacciano pure di denunciarti per calunnia, con il giudice che non ti fa rilasciare una dichiarazione a riguardo e ti caccia dall’aula.
Tutto nella norma.E’ per questo che non mi ritrovo nella normalità della società, che giustifica l’autorità, gli abusi, i soprusi, e li copre. E’ per questo che continuerò lo sciopero della fame finché potrò, continuando a esigere il trasferimento in altro carcere, visto che se per De Andrè la stessa aria di un secondino non si può respirare nell’ora di libertà, io voglio proprio evitare di condividerla sempre con le guardie che qui mi hanno pestato, con i medici ciechi e complici, la comandante che giustifica i suoi uomini dicendo che mi invento tutto e la direttrice che nasconde il marcio sotto un tappeto di falsità.
SEMPRE A TESTA ALTA, PASKA
ps. sciopero della fame: peso iniziale 5/11: 108,4 kg; peso giorno 11/11: 101,8 kg.
nb. scritto giorno 11/11 ed inviato almeno due volte. riscritto il 30/12.
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riceviamo da “piattaforma comunista” e volentieri pubblichiamo

21 Gennaio: la lotta per il Partito ieri e oggi

Novantotto anni fa, il 21 gennaio 1921, si costituì a Livorno il Partito Comunista d’Italia – sezione della Terza Internazionale comunista.

Fu una forte e agguerrita minoranza comunista ad operare la scissione dentro il Partito Socialista Italiano, rompendo tanto con la destra riformista quanto con il centro massimalista.

La scissione di Livorno fu soprattutto un atto di lotta contro il centrismo, per l’affermazione della linea leninista.

La direzione principale della lotta che sostennero i comunisti per fondare il Partito non fu contro il riformismo di Turati e Modigliani, ma contro i massimalisti di Serrati, che rappresentavano il tipico opportunismo italiano dentro il movimento operaio.

Sono passati 98 anni da quell’evento con il quale il proletariato del nostro paese usciva dalla sua preistoria.

I comunisti organizzati in Partito e sotto la guida dell’Internazionale di Lenin e Stalin hanno scritto le pagine più gloriose della storia recente. Hanno lottato e vinto contro i nemici più spietati dei lavoratori, come il fascismo, hanno affrontato con coraggio le persecuzioni, il carcere, il confino, le torture, la morte, hanno corretto i propri errori, mettendo radici profonde nella classe operaia e sviluppandosi nella lotta come forza politica rivoluzionaria.

Come sappiamo, il Partito Comunista d’Italia è stato dapprima corroso e poi distrutto dai dirigenti revisionisti e opportunisti, che hanno rinnegato la linea rivoluzionaria e internazionalista del leninismo in nome della “via italiana al socialismo”, delle “riforme di struttura”, del cretinismo parlamentare e della collaborazione di classe.

Oggi agiamo nelle condizioni della sconfitta transitoria del socialismo. In Italia nessuna organizzazione o partito esistente può rivendicare il ruolo di parte integrante e dirigente del proletariato nella lotta per la sua completa emancipazione.

La classe operaia, priva di un proprio partito politico indipendente, si trova alla coda della piccola borghesia populista e della borghesia liberal-democratica.

Malgrado i colpi subiti, la lotta fra le classi non è stata eliminata, ma si sviluppa incessantemente; tutte le contraddizioni del sistema capitalista-imperialista si acutizzano e i comunisti sono presenti e attivi in questo scenario.

Perciò il nostro compito è quello di ricostruire il Partito, in quanto strumento indispensabile della lotta politica rivoluzionaria.

Nella situazione attuale esso non potrà prodursi da una scissione, come avvenne nel 1921, perché dentro le organizzazioni socialdemocratiche esistenti non vi sono forze fedeli al marxismo-leninismo che si pongono l’obiettivo di una totale rottura con gli elementi riformisti e revisionisti.

Il cammino da seguire è l’avvicinamento e la fusione dei gruppi comunisti e degli elementi di avanguardia del proletariato che sentono l’esigenza di un partito con una propria concezione scientifica del mondo, con un proprio programma di classe e rivoluzionario, una propria politica indipendente, distinto e contrapposto a tutti i partiti delle classi proprietarie.

Oggi la spinta all’unità organica si sviluppa sulla base di potenti fattori: la profonda crisi politica del riformismo e del revisionismo, il fallimento politico evidente che hanno subito i partiti socialdemocratici nel movimento operaio; l’accentuazione dell’offensiva borghese, l’ascesa delle forze reazionarie e fasciste, la politica di guerra imperialista che spingono a realizzare una politica di classe e  rivoluzionaria.

Siamo perciò molto attenti a tutte le proposte che circolano sulla questione dell’unità dei comunisti per il Partito, e a nostra volta abbiamo avanzato l’idea di una riunione dei gruppi comunisti e operai per favorire questo processo. Ma non possiamo sottacere che vi sono forze che rallentano il processo dell’unità comunista, che creano ostacoli, che lo boicottano.

Contro queste forze, contro il centrismo odierno che assume diverse forme – dall’attesismo alle forzature soggettiviste, dalla mancata rottura con gli opportunisti alle pretese di inglobamento di altre forze – noi lottiamo quotidianamente, fornendo il nostro contributo senza indietreggiare sui principi.

Per creare un partito rivoluzionario e indipendente del proletariato è necessario attaccare e distruggere le posizioni opportuniste e revisioniste in campo ideologico, della politica quotidiana e dell’organizzazione, rompere con tutte le deviazioni dal socialismo scientifico e collocarsi su una solida piattaforma marxista-leninista.

La necessità dell’oggi è avviare un lavoro unitario, concreto e positivo, senza pretese egemoniche, fra gruppi comunisti e operai per avanzare verso questa meta attraverso il lavoro di propaganda, di agitazione e direzione della lotta contro il nemico di classe.

L’obbiettivo da perseguire è la costruzione di una solida organizzazione intermedia che serva a preparare le condizioni politiche, organizzative e programmatiche del Partito, attraverso una continua relazione col movimento operaio e la verifica della sua pratica politica nella lotta di classe.

E’ infatti impossibile risolvere il problema del Partito senza appoggiarsi sulla massa degli operai avanzati e rimanendo ai margini della lotta di classe e delle organizzazioni di massa. Tutti coloro che hanno costituito partiti senza realizzare la combinazione del movimento comunista con i settori avanzati della classe hanno fallito o si sono trasformati in elementi di ulteriore frammentazione.

La situazione ci spinge a marciare sul terreno della lotta per il Partito indipendente del proletariato, lasciandoci alla spalle la confusione ideologica, lo spezzettamento organizzativo e lo spirito di gruppo, avviando un lavoro comune sulla base dei principi comunisti, rafforzando l’unità ideologica e organizzativa e  dotandoci di una combattiva linea politica.

Avanti compagni, rompiamo il ghiaccio! Si avvicinano conflitti di classe aperti, stringiamo i nostri legami, cooperiamo e superiamo ogni ostacolo sulla via del Partito!

Celebrare il 21 gennaio significa lottare per il Partito comunista costruito sulle granitiche  basi del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario!

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parigi. cimitero di père lachaise. commemorazione a un anno dalla morte di pierre (da proletari comunisti)

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accuse ridicole al “povero” kiampy

Il quotidiano telematico della provincia di Cuneo Targato Cn riporta, nella sua edizione di martedì quindici gennaio, il testo di una lettera firmata da Anna Mantini, consigliera comunale leghista al Comune di Fossano.

Il titolo della missiva è: «”Un referendum sì Tav? Servirebbe solo a Chiamparino per farsi campagna elettorale con i soldi dei contribuenti piemontesi”», ed il contenuto esprime le perplessità della politicante circa il comportamento del presidente uscente della Regione Piemonte, con particolare riguardo alla tempistica.

La accolita del nazista ministro degli Affari inteni pro tempore scrive: «L’attuale governatore PD della Regione dimentica di aver convissuto a lungo con quelli del No a tutto e ora vuol mettere il cappello sui voti del Centrodestra. Vogliamo sì le grandi opere, ma anche un diverso Governo del Piemonte».

La politicante mostra così un vero sprezzo del ridicolo: a chi scrive piacerebbe conoscere nomi e cognomi di coloro che al momento governano il territorio piemontese e sono pregiudizialmente contrari a tutto, soprattutto alla devastazione del territorio dovuta al criminale sistema delle così dette grandi opere; a memoria non ne ricordiamo!

Inoltre, vorremmo rammentare alla serva del vicepresidente del Consiglio dei ministri in carica che – le piaccia o meno – la destra moderata ha in comune con la sua cricca ed il resto della destra radicale il fatto di essere convinta sostenitrice della coventrizzazione della val di Susa, sia dal punto di vista dell’ecosistema sia della salute delle persone.

Per concludere, suona davvero ridicolo il riferimento ad una presunta alleanza del Kiampy con coloro che si oppongono a tutto: soprattutto se questa accusa proviene da chi, a livello nazionale, ha stretto un patto di governo con una forza che si dichiara orgogliosamente antisistema qual è il Movimento 5 Stelle.

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