la falsa moglie di fassino, involontariamente, si scopre

Pagina cinque del Manifesto di martedì ventiquattro maggio contiene un pezzo, a firma Daniela Preziosi, dal titolo: “Nessuna convergenza”; il riferimento è alla possibilità di apparentamento, al ballottaggio, tra le liste che appoggiano la candidatura a sindaco di Roma di Stefano Fassina ed il candidato sedicente democratico Roberto Giachetti.

L’inizio dell’articolo è costituito da una dichiarazione della falsa moglie dello Smilzo che credo sia utile riportare integralmente, perché non deve e non può passare sotto silenzio; l’argomento è la polemica del Governo con le associazioni di combattenti per la libertà.

“Renzi e il ministro Boschi hanno offeso un’associazione che ha fatto la storia e la Costituzione. La Costituzione dovrebbe unire mentre il governo fa di tutto per dividere gli italiani e delegittimare la revisione costituzionale”.

Analizzando le parole del candidato della socialdemocrazia alla poltrona di primo cittadino della terza capitale d’Italia, si scoprono cose estremamente interessanti: da una parte l’ex viceministro dell’Economia dell’esecutivo diretto dal Nipote di Famiglia rende omaggio ai partigiani, ma dall’altro dimostra di essere in sintonia con il Presuntuoso Toscano.

Infatti, il punto chiave per comprendere esattamente quale sia il pensiero del politicante romano – è nato lì il 17 aprile 1966 – risiede nel secondo periodo della sua esternazione: esattamente quando afferma che il Governo fa di tutto per disconoscere la revisione della Carta fondamentale della Repubblica italiana.

Se il Fassina si lamenta per questo motivo, è evidente – non lo dico io, ma la lingua italiana – che egli è d’accordo con la deforma proposta dal Bischero Fiorentino: in questo modo, involontariamente, il creatore di Sinistra Italiana getta la maschera e mostra il suo vero volto di borghese reazionario.

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sulle elezioni: i comunisti rivoluzionari devono fare un’analisi concreta della situazione concreta, dal punto di vista di classe e rivoluzionario (da proletari comunisti)

Noi, l’abbiamo detto e scritto a proposito delle elezioni amministrative: siamo, e diamo indicazioni, per il boicottaggio elettorale, e abbiamo spiegato il perchè. 
Abbiamo anche detto che questa posizione nasce dall’analisi della fase attuale. 
Noi non siamo affatto astensionisti di principio. 
Anche nella storia ricca, decennale che ha preceduto la nostra organizzazione odierna e su cui fondiamo le nostre radici, vi sono state fasi in cui era utile presentare una lista rivoluzionaria, proletaria alle elezioni politiche, e lo abbiamo fatto, ma al servizio e interna alla battaglia e alla via rivoluzionaria.
Ma oggi le motivazioni, nel campo dei movimenti, di aree di compagni, che in generale non presentano proprie liste ma danno indicazioni di voto – vedi a Napoli – non hanno a che fare con un’analisi di classe e rivoluzionaria. 
 
Pubblichiamo un pezzo dall’introduzione di Engels a: Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in cui invece è molto chiaro perchè e quando i comunisti utilizzano le elezioni. 
 
CHI OGGI DA INDICAZIONI DI VOTO SEGUE QUESTI CRITERI? O PIUTTOSTO ACCOMPAGNA LA VIA RIFORMISTA ELETTORALISTA CONTRO LA VIA RIVOLUZIONARIA?
 
“…Il suffragio universale esisteva in Francia già da molto tempo, ma era caduto in discredito per l’abuso fattone dal governo bonapartista. Dopo la Comune non era più esistito un partito operaio che potesse utilizzarlo. Anche in Spagna esso esisteva dal tempo della repubblica, ma in Spagna l’astensione elettorale era sempre stata la regola di tutti i partiti seri di opposizione. Anche le esperienze svizzere di suffragio universale erano tutto fuorché un incoraggiamento per un partito operaio. Gli operai rivoluzionari dei paesi latini si erano abituati a considerare il diritto di voto come una trappola, come uno strumento di mistificazione governativa. In Germania fu tutt’altro. Già il “Manifesto comunista” aveva proclamato la conquista del suffragio universale, della democrazia, come uno dei primi e più importanti compiti del proletariato militante, e Lassalle aveva ripreso questo punto. Quando poi Bismarck si vide costretto a introdurre questo diritto di voto come unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi piani, i nostri operai immediatamente presero la cosa sul serio e inviarono August Bebel nel primo Reichstag costituente. E da quel giorno essi hanno utilizzato il diritto di voto in un modo che ha recato loro vantaggi infiniti e che è servito di esempio agli operai di tutti i paesi. Secondo le parole del programma marxista francese, il diritto di voto è stato da essi transformé, de moyen de duperie qu’il a été jusqu’ici, en instrument d’émancipation, trasformato da strumento d’inganno, quale è stato sino ad ora, in strumento di emancipazione. E quando anche il suffragio universale non avesse dato altro vantaggio che quello di permetterci di contarci ogni tre anni, di avere, grazie alla regolare verifica del rapido e inatteso aumento dei voti, aumentato in egual misura la fede degli operai nella vittoria e la paura dell’avversario, diventando così il nostro miglior mezzo di propaganda; di darci una nozione esatta delle nostre proprie forze e di quelle di tutti i partiti avversari, fornendoci così un criterio superiore a qualsiasi altro per regolare la nostra azione e preservandoci tanto dalla pusillanimità inopportuna, quanto dalla intempestiva temerità; se questo fosse il solo vantaggio che abbiamo ricavato dal diritto di voto, sarebbe già più e più che sufficiente. Ma il suffragio universale ha fatto molto di più. Nell’agitazione elettorale ci ha fornito un mezzo che non ha l’eguale per entrare in contatto con le masse popolari là dove esse sono ancora lontane da noi; per costringere tutti i partiti a difendere dai nostri attacchi davanti a tutto il popolo le loro opinioni e le loro azioni. Inoltre esso ha aperto ai nostri rappresentanti al Reichstag una tribuna, dall’alto della quale essi hanno potuto parlare ai loro avversari nel parlamento e alle masse con tutt’altra autorità e libertà che nella stampa e nelle riunioni. Di quale aiuto è stata per il governo e per la borghesia la loro legge contro i socialisti, se l’agitazione elettorale e i discorsi socialisti nel Reichstag hanno continuamente aperto in essa delle brecce?…”
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obama/viet nam: operazione interna ad una “guerra pacifica” dell’imperialismo yanqui (da proletari comunisti)

Il 23 maggio scorso gli Stati Uniti hanno cancellato l’embargo sulla fornitura di armi al Vietnam.
Il progetto degli Usa è sviluppare il più possibile l’intesa con Hanoi, in modo da arginare l’espansionismo della Cina.
Gli americani hanno ottenuto la disponibilità dei vietnamiti a consentire alle unità della Marina militare Usa un approdo più facile e più frequente nei porti del Paese.

La stampa scrive che l’obiettivo dei generali del Pentagono è poter entrare nella Base navale di Cam Ranh, posizionata nello sperone meridionale del Vietnam, dove termina il mare cinese meridionale e transita il 50% del commercio mondiale e il 60% dell’export americano. Sempre qui si scaricano le tensioni causate dall’attivismo cinese. Pechino e Hanoi si disputano la proprietà dell’arcipelago di Spartly, parzialmente occupato anche da Malesia e Filippine, per un motivo molto semplice: i fondali sono ricchi di petrolio.

Questa cancellazione dell’embargo di armi unisce ad un’operazione chiaramente di contrasto verso l’invadenza della Cina, per mantenere l’egemonia geopolitica nella regione, profitti immediati per le grandi multinazionali Usa: “sono state annunciate vendite al Vietnam per 16 miliardi di dollari in aerei e materiale per l’aviazione, inclusi 100 aerei della Boeing e135 motori aerei Pratt and Whitnay che andranno ad una compagnia locale low cost”
A questo vanno aggiunti altri importanti passi che consentiranno futuri affari. “Obama e Quang (presidente vietnamita) si sono assicurati a vicenda sulla necessità di ratificare al più presto il Tpp, il “trans Pacific Partnership”, l’accordo per il libero scambio commerciale firmato il 5 ottobre 2015, insieme con altri 10 Stati. Il Tpp escude la Cina”.
Ma c’è un altro importante aspetto interno, politico, ideologico: “Obama in Vietnam parla alla gente e coi dissidenti”, “Gli Stati uniti continueranno a premere sulle autorità vietnamite per garantire “il diritto d’espressione, la libertà di stampa…”.
Un’operazione simile, su questo, a quella fatta a Cuba: mettere una pietra sopra, azzerare ogni residuo del passato rivoluzionario, anti imperialismo americano, per spostare/affermare lo “stile di vita” americano.
Tutta questa operazione verso il Vietnam, come verso Cuba, è di fatto una “guerra” di espansione, di occupazione dei territori, una “guerra” interimperialista, anche se non dichiarata e non fatta con le armi.
Come scrive Lenin ne “l’imperialismo”: “…può mutare. e di fatto muta continuamente la forma della lotta, a seconda delle differenti condizioni parziali e temporanee; ma finchè esistono classi non muta mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe”… “oggi può essere pacifica, domani bellica, dopodomani nuovamente pacifica”.
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metalmeccanici: fim-fiom-uilm avevano dato una mano, ma i padroni vogliono tutto il braccio e anche di più (da slai cobas sc)

Dopo sette mesi, di nuovo bloccata la trattativa per il CCNL dei metalmeccanici.
La Federmeccanica vuole dare solo un salario minimo di garanzia ai soli lavoratori che sono al di sotto di questo livello. Vuol dire che avrebbero un misero aumento solo il 5% dei lavoratori, e gli altri niente. In più i padroni non vogliono neanche darlo subito. Infatti hanno proposto un’introduzione graduale del nuovo impianto contrattuale nel triennio di vigenza. Non c’è limite all’indecenza. Proprio ora che anche le statistiche ufficiali dicono che è da più di 30 anni che i salari non crescono.
Ma Federmeccanica va ancora avanti: afferma di voler distribuire la ricchezza solo dopo che è stata prodotta. A parte che “la ricchezza” è quella che incassano loro, mentre ciò che viene dato è solo il parziale pagamento della forza-lavoro, riducendolo sempre più; ma i padroni non stanno neanche alle loro stesse leggi: non vogliono neanche pagare la forza-lavoro dell’operaio, ma subordinare anche il pagamento del lavoro necessario a quando e se gli ritornano utili dalla produzione.

I sindacati confederali si indignano, dicono: “Si sta mettendo in discussione contemporaneamente il modello contrattuale fondato sui due livelli e il ruolo e il valore del contratto nazionale quale reale strumento di tutela dei salari e dei diritti di tutte le persone…”. E minacciano scioperi dello straordinario e manifestazioni regionali (il 9 e il 10 giugno).

Ma non sono stati loro a dirsi disponibili a dare peso al contratto di secondo livello, rispetto al CCNL? Quindi di permettere ai padroni di legare gli operai all’andamento di ogni realtà produttiva?

Non è la stessa Fiom di Landini che ha dichiarato: “Per quanto ci riguarda il negoziato per ricostruire un rinnovato Contratto nazionale deve misurarsi su cosa serve per rilanciare gli investimenti, difendere ed estendere l’occupazione stabile, favorire una qualificazione e innovazione dei sistemi produttivi e dei prodotti realizzati nel nostro Paese e far ripartire i consumi interni e far crescere la produttività generale del sistema”, in cui, a parte il “rilancio dell’occupazione”, il resto sono obiettivi anche dei padroni?

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“una mattina mi son svegliata…”. un lavoro di ricerca e documentazione su donne e resistenza (da mfpr)

Uscito in formato opuscolo il primo lavoro di ricerca, documentazione sulle donne nella Resistenza antifascista. Per richiederlo: mfpr.naz@gmail.com

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formazione operaia. la spartizione del mondo tra i complessi capitalistici (da proletari comunisti)

Riprendiamo il lavoro sul libro di Lenin “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”, trattando il V capitolo “Sulla spartizione del mondo tra i complessi capitalistici”, che ci porta in pieno nella situazione che stiamo vivendo ai nostri giorni e ci fornisce un importante strumento per comprendere le posizioni giuste e le posizioni sbagliate.

Scrive Lenin:“Le associazioni monopolistiche dei capitalisti – cartelli, sindacati, trust – anzitutto spartiscono tra loro il mercato interno e si impadroniscono della produzione del paese. Ma in regime capitalista il mercato interno è inevitabilmente connesso col mercato esterno. Da lungo tempo il capitalismo ha creato il mercato mondiale. E a misura che cresceva l’esportazione di capitali, si allargavano le relazioni estere e coloniali e le “sfere di influenza” delle grandi associazioni monopolistiche, “naturalmente” si procedeva sempre più verso accordi internazionali tra di esse e verso la creazione di cartelli mondiali.

Questo è un nuovo gradino della concentrazione mondiale del capitale e della produzione, un gradino molto più elevato del precedente”.
Lenin nella sua straordinaria opera ‘L’imperialismo’ già qui definisce lo stato del mondo che a cent’anni di distanza è ancora lì, a dimostrarci la differenza tra scienza e visioni superficiali, tra marxismo e ciarlataneria.
Quello che serve oggi ai proletari è innanzitutto la chiarezza semplice del mondo in cui vivono, chiarezza su chi sono i nemici, chiarezza del perchè gli operai di tutto il mondo, i popoli e le classi oppresse dall’imperialismo devono unirsi, e che solo da questa unità internazionale può scaturire la forza materiale per combattere questo sistema.
Lenin nella sua opera non si limita ad enunciare il processo ma lo analizza attraverso i dati a sua disposizione per renderlo inoppugnabile, prendendo in considerazione quei settori dell’economia, dell’industria che ne sono il cuore e l’espressione visibile del capitalismo nella sua fase imperialista.
E’ sempre necessario e lodevole in ogni epoca in cui ci si trova e si utilizza l’imperialismo di Lenin, fare questa analisi aggiornata, utilizzando i dati dell’epoca.
Ma non è questo lo scopo del corso di formazione che ha invece l’obiettivo chiaro e semplice di dare ai proletari che vogliono capire e lottare contro il mondo esistente, l’arma per leggere i processi che sono comunque sotto gli occhi di tutti e che producono gli eventi generali e particolari delle condizioni di vita e di lavoro delle masse.
Con i progressi nella tecnica del capitalismo, i “cartelli” si concentrano sempre più e, grazie alla funzione che svolgono le banche, diventano concentrazioni industriali e finanziarie, e nelle crisi, in realtà, lungi da andare in rovina, accelerano quei processi che portano all’aumento della potenza di fuoco dei grandi cartelli industrial-finanziari, che possiamo chiamare, per semplificare, multinazionali.
Sin dall’epoca di Lenin erano nei grandi paesi capitalistici, segnatamente Usa e Germania, in cui si concentravano questi cartelli e questi processi.
Nel tempo è chiaro che si è sgranato il quadro dei paesi del mondo e che comunque il centro di esso è divenuto sempre più gli Usa.
La sgranatura dei paesi capitalisti e di paesi imperialisti e dei cartelli a cui essi fanno riferimento, ha portato innanzitutto ad una spartizione mondiale dei mercati tra questi paesi. Una spartizione non immutabile, ma, come dice Lenin, “…la divisione del mondo tra due potenti trust non esclude che possa avvenire una nuova spartizione non appena sia mutato il rapporto delle forze, in conseguenza dell’ineguaglianza di sviluppo come effetto di guerre, di crack, ecc.”.
Lenin prende in considerazione l’industria del petrolio e delle altre fonti energetiche per spiegare come funziona tutto il gioco che da vita alle spartizioni del mondo e le lotte che esso provoca. Racconta come si sviluppa la contesa e l’espansione del gruppo americano Rockefeller, la Standard Oil e il gruppo anglo-olandese della Shell.
Come si sviluppò in Germania, invece, l’azione della Deutsche Bank per appropriarsi delle sorgenti di petrolio e come soccombette all’azione della Standard Oil.
Lo stesso avviene oggi con le famose “sette sorelle”, e gli altri grandi monopoli messi in piedi dalla concorrenza europea, russa.
Interessante è come Lenin mostra il movimento reale che sta dietro le battaglie dei governi e le battaglie parlamentari, come la stampa diventi immediatamente tutta allineata, patriottica e di Stato, quando si tratta di difendere gli interessi delle multinazionali del proprio Stato, e come si diventi paladini, in certe fasi, dell’industria di Stato e in altre dello smantellamento di esse.
Citando una rivista berlinese nel libro si scrive: “I nostri socialisti di Stato, che si lasciano accecare da belle teorie, dovrebbero finalmente accorgersi che in Germania i monopoli non hanno mai avuto né lo scopo né il risultato di giovare al consumo e neppure quello di assicurare allo Stato una partecipazione ai guadagni degli imprenditori, ma hanno sempre servito soltanto a risanare, con l’aiuto dello Stato, industrie private sull’orlo del fallimento”.
Da qui Lenin trae la conclusione: “Da esse scorgiamo, all’evidenza, come, nell’età del capitale finanziario, i monopoli statali e privati s’intreccino gli uni con gli altri e tanto gli uni quanto gli altri siano semplicemente singoli anelli della catena della lotta imperialistica tra i monopolisti più cospicui per la spartizione del mondo”.
Anche oggi i “socialisti di Stato” e i sindacati che ad essi fanno riferimento, anche quando si tingono di estrema sinistra, con la parola d’ordine delle “nazionalizzazioni” svolgono esattamente il ruolo che Lenin individuava nei socialisti di Stato della Germania. Essi non sono, né saranno mai rappresentanti degli interessi degli operai e dei lavoratori, ma anelli della lotta tra monopolisti dentro la spartizione del mercato e del mondo.
E’ fondamentale nell’epoca descritta da Lenin, in cui tuttora noi viviamo, combattere tutte le forme di travisamento di essa e che sono a base di ogni politica riformista e pacifista di teorici, partiti e organizzazioni che si rifanno o influenzano i proletari e le masse popolari.
Lenin deve ribadire con forza nei confronti di Kauski che:
I cartelli internazionali mostrano fino a qual punto si siano sviluppati i monopoli capitalistici, e quale sia il motivo della lotta tra i complessi capitalistici… Infatti può mutare. e di fatto muta continuamente la forma della lotta, a seconda delle differenti condizioni parziali e temporanee; ma finchè esistono classi non muta mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe”.
Gli opportunisti invece si basano sulla forma. E’ il caso, per esempio, di chi vede l’azione di un imperialismo e non di un altro, nelle contese economiche come nelle guerre. E’ il caso di chi, quando l’imperialismo fa la guerra lo condanna, quando conduce la sua azione di dominio con la pace, lo appoggia.
Lenin dice: “I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perchè il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie “proporzionalmente al capitale”, “in proporzione alla forza”, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione”.
I riformisti invece quando un imperialismo è minore in proporzione al capitale o è minore in proporzione alla forza, combattono l’imperialismo maggiore, e sostengono coscientemente o incoscientemente, a parole o spesso coi fatti, l’imperialismo minore.
E’ questo che c’è dietro nei giorni nostri all’appoggio alla Russia di Putin rispetto agli Usa in alcuni scacchieri internazionali, è questo che c’è dietro al sostegno ai paesi europei nei confronti dell’”impero americano” ed è questo che c’è dietro i cosiddetti “no euro” nei singoli paesi imperialisti e capitalisti europei nella contesa rispetto alla Germania, ecc.
Essi esaminano la forma della lotta, quindi di questa contesa, ma non la sostanza, direbbe Lenin. Lotta, come dice Lenin, che “oggi può essere pacifica, domani bellica, dopodomani nuovamente pacifica”.
Tutte queste lotte si muovono dentro la spartizione del mondo, la spartizione economica del mondo e la spartizione territoriale del mondo, la lotta per le colonie, la “lotta per il territorio economico”.
Tutti i sostenitori dell’imperialismo russo, tutti i sostenitori del “No euro”, qualunque sia la veste che si danno, sono forze filo imperialismo e conciliatrici con esso.
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un interessante convegno sulla siderurgia a genova

Si tiene, a Genova, mercoledì venticinque maggio – a partire dalle ore 17:00, presso la sala Mercato del Teatro dell’Archivolto, sito in piazza Gustavo Modena, nel quartiere di San Pier d’Arena – un convegno dal titolo: “La siderurgia genovese nella storia. Il caso Ilva. Il mercato della latta”.

A guardare il volantino che pubblicizza l’iniziativa, non si riesce a capire chi organizza l’appuntamento: ci viene in aiuto l’elenco degli sponsor presenti in fondo al foglio, dove tra gli altri si leggono i nomi della Fiom-Cgil e del Centro di documentazione Logos, la longa manus di Lotta Comunista in campo editoriale.

A testimoniare ulteriormente chi siano i misteriosi personaggi che hanno messo in piedi la giornata di studi, contribuisce il contenuto del banchetto presente all’entrata del salone: le pubblicazioni sono quelle tipiche della suddetta formazione politica, anche se la casa editrice che la fa da padrone è la Pantarei.

Tra tutti, l’intervento più importante della giornata è quello del sindaco di Genova, il marchese Marco Doria: questi si cimenta in una lunga e dettagliata ricostruzione della storia della siderurgia genovese, dalla seconda metà dell’ottocento agli anni novanta del novecento.

Ricorda persino – su sollecitazione del sindacalista Armando Palombo della Fiom-Cgil, che era intervenuto per primo aprendo l’incontro – l’esistenza, in ambito cittadino, della Società Ligure Fabbricazione Latta: una realtà, che impiegava trecentocinquanta dipendenti, che viene menzionata anche nel titolo della manifestazione.

Peccato che il primo cittadino del capoluogo ligure, confermando di non essere proprio un cuor di leone, interrompa il suo racconto ai tempi dell’accordo di programma del 2005 che ha portato alla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Genova Cornigliano; in questo modo evita di prendere posizione sul processo per disastro ambientale che vede imputata la dirigenza dell’azienda davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Taranto.

Resta da capire se abbia preso questa decisione per deferenza verso i dirigenti locali presenti in sala, o se invece abbia preferito evitare di irritare i suoi azionisti di maggioranza: quei sedicenti democratici da sempre legati alla famiglia Riva; in ogni caso si è trattato di un comportamento inaccettabile.

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