mercoledì 18 gennaio: genova per leonard peltier

Il diciotto gennaio è mercoledì ed è la 764esima settimana in cui si tiene, a Genova, l’Ora in silenzio contro la guerra; questa edizione è però un po’ diversa: a partire dalle ore 18:00 – sugli scalini del palazzo Ducale, nella centralissima piazza Raffaele De Ferrari – si anima un presidio dedicato al nativo-americano Leonard Peltier.

Costui è un militante dell’American Indian Movement (Aim) che da quarantuno anni si trova nelle prigioni statunitensi: è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio, avvenuto nel giugno 1975 all’interno della riserva di Pine Ridge, di due agenti dell’Ufficio Federale di Investigazione (Fbi).

Il dubbio è che si sia trattato di un ‘falso positivo’: la versione ufficiale parla di una furiosa sparatoria  innescata dall’inseguimento, da parte dei due agenti federali, di un tizio che avrebbe rubato un paio di stivali, ma fa acqua da tutte le parti.

I presenti – nonostante il freddo pungente, ed un fastidiosissimo vento che spira a raffiche – sono qualche decina, armati di uno striscione arancione con la scritta nera in inglese “Libertà per Leonard Peltier, Mumia Abu Jamal, e tutti i prigionieri politici”, nonché di un buon numero di volantini da distribuire ai passanti.

L’intento di quello che è uno dei quattro presidi che si tengono in questi giorni in alcune città italiane è sensibilizzare il presidente yanqui uscente a firmare la grazia ad un uomo malato – tra le altre cose è cieco da un occhio – che ha passato più della metà della propria vita all’interno di un penitenziario.

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ilva taranto: il patteggiamento tra procura e riva inquina il processo (da slai cobas sc)

Ieri si è compiuto un altro passo dell’osceno accordo messo in piedi da Procure (Taranto-Milano), i Riva e il Governo. La Procura di Taranto, col nuovo Procuratore, è diventata una dependance degli interessi di padroni e governo. L’udienza è stata nuovamente rinviata al 1° marzo, per permettere ai Riva di patteggiare.
Lo “specchietto delle allodole” del famoso 1 miliardo e 300 milioni, utilizzato per legittimare i patteggiamenti, viene tirato da tutte le società che hanno chiesto di patteggiare. In realtà, buona parte di questi soldi sono già stati consumati nella gestione ordinaria della produzione Ilva, e ciò che resta verrà usato per “abbellire” la svendita ai nuovi padroni, non certo per bonificare la fabbrica e tantomeno la città. 
La strumentale ammissione di Claudio Riva “E’ vero, inquinavamo”, fatta unicamente per ottenere il patteggiamento e cavarsela con pochi soldi e minimo di condanna, è un’offesa agli operai morti, alle tante persone di Taranto ammalati o che non ci sono più.

Occorre la mobilitazione degli operai e della popolazione di Taranto, ma non solo.
PER IL 1° MARZO STIAMO PREPARANDO UNA PROPOSTA DI MOBILITAZIONE

Ecco il resoconto dell’udienza, a cura avv. Vitale – foro di Torino – legale parti civili

operai cimitero, operai Ilva/Appalto, cittadini Tamburi, Paolo VI, Slai cobas sc, Medicina democratica.
Il difensore di Riva Fire, oggi Partacipazioni Industriali, ha comunicato che è stato nominato un curatore speciale. Per quanto si è capito il curatore speciale è stato nominato perché i tre commissari si trovano in una situazione di incompatibilità, essendo già amministratori straordinari di Ilva SpA.

Il difensore ha quindi chiesto un rinvio per consentire la formalizzazione, da parte del curatore, della richiesta di patteggiamento. Nella richiesta di rinvio, formulata anche con una nota scritta, sarebbe già precisato che a maggio sarà definito lo stato passivo; si puó quindi pensare che, sino a maggio, in realtà non sará possibile la formalizazione.
Tutto questo, per quello che sappiamo, benchė i termini dell’accordo di patteggiamento – che ė in realtà un accordo “politico” che vede una triangolazione tra Procure (Milano e Taranto), governo, commissari, Riva…. – siano già ampiamente stabiliti, ed hanno già l’assenso della Procura.
A questo punto alcuni difensori delle parti civili hanno preso la parola, opponendosi con forza al rinvio e chiedendo, eventualmente, che si proceda già a separare le posizioni di Ilva e Riva Forni elettrici (ed eventualmente ex Riva Fire-Partecipazioni Industriali) e ripartire con il processo “principale”. Dalla prima udienza della “prima” Corte d’Assise sono passati 15 mesi (in mezzo c’ė stato il ritorno al GIP e il riavvio dell’Assise); e dall’udienza in cui la Procura ha cambiato i reati delle società consentendogli un patteggiamento altrimenti impossibile, quasi tre mesi… E ancora non si ė riusciti ad andare avanti…
In particolare l’avvocato Vitale ha in primo luogo evidenziato che la Corte di Assise non ha ancora deciso sulle questioni preliminari sollevate a settembre, tra cui il trasferimento del processo a Potenza. Inoltre ha ricordato che, se ė vero che le parti civili formalmente non hanno diritto di entrare nel merito del patteggiamento, hanno comunque il diritto di dubitare che questo sia legittimo e di esprimere i propri dubbi. E qui di dubbi ne hanno tanti, a cominciare dal fatto che le legge prevede che il patteggiamento delle società possa essere ammesso solo quando le persone imputate potrebbero ipoteticamente patteggiare (ció che si puó fare solo se la pena finale sia sotto i 5 anni).
Accettare questo patteggiamento significa considerare il reato commesso da chi amministrava l’Ilva come un reato di “ridotta gravità” (di reati di ridotta gravità parla la relazione illustrativa delle legge sulla responsabilità “penale” delle società quando parla del patteggiamento); significa accettare che si pensi che quello che è successo a Taranto non è poi così grave. Significa dare agli imputati la possibilità di chiedere, quando saranno finalmente giudicati, quella stessa mitezza e “comprensione” che ė stata riservata alle società.
Ma è soprattutto sulla necessità di assicurare al processo dei tempi certi che i difensori delle parti civili hanno insistito.
Vicende estranee al processo di carattere strettamente politico, anche se coinvolgano i massimi livelli politici, non possono eterodirigere i tempi della giustizia penale, ha sottolineato l’avv. Vitale.
È per questi motivi e con questi argomenti che le parti civili hanno chiesto con forza di respingere la richiesta di rinvio; in alternativa hanno chiesto di separare il processo alle persone dal processo alle società perché non si possa pensare che quest’ultimo venga usato per impedire di giudicare le persone che hanno condotto alla devastazione ambientale di Taranto.
L’esigenza di un processo con tempi certi ed accettabili non è un capriccio delle parti civili, ma un preciso obbligo di livello costituzionale ed internazionale (come più volte affermato dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo), che dovrebbe sempre guidare i giudici.
Di fronte ad un accordo di dubbia legittimità, e che forse non risponde neppure al principio che “chi inquina paga”, non sembrano quindi giustificate queste continue richieste di rinvio – oggi nell’assoluto silenzio della Procura, la scorsa udienza con l’assenso del Procuratore Capo in persona.
La Corte di Assise, pur dopo aver ricordato che già la scorsa udienza era stato dato un termine maggiore di quello previsto dal codice proprio per dar modo di definire la richiesta di patteggiamento, ed aver ricordato che dalla data di modifica del capo di imputazione sono passati quasi tre mesi, ha ugualmente rinviato al 1° marzo
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taranto: decine di migranti messi in mezzo alla strada dal centro di accoglienza. la colpa: aver protestato per il loro diritto al pocket money (da slai cobas sc)

Dopo i primi 5 migranti cacciati dal centro d’accoglienza Bel sit dell’ass. Salam, di sera mentre fuori pioveva, oggi altri 20 hanno ricevuto il provvedimento di espulsione dal centro. Il motivo è di avere partecipato ad una protesta spontanea avvenuta il 2 novembre scorso a Talsano, perchè i migranti erano esasperati dal fatto di non ricevere da mesi il pocket money, di 2,50 euro al giorno, per le spese minime.

E’ da mesi che i migranti del Bel sit e ora anche degli altri centri lottano, fanno presidi, impongono incontri in Prefettura e al Comune, non solo per il pocket money, ma anche per le indecenti condizioni che vivono nei centri (al freddo, senza acqua, senza assistenza sanitaria, con cibo carente e scadente, senza assistenza legale in attesa da mesi e mesi di documenti, di essere sentiti dalla Commissione per il diritto d’asilo, ecc. ecc.); ma tutto questo, più volte denunciato dai migranti e dallo Slai cobas sc, frutto di una speculazione sulla pelle dei migranti, di associazioni che ricevono soldi ma li usano per loro, invece di portare a incriminare le associazioni, sta portando, con un connubio tra prefettura, questura e associazione, a colpire i migranti che lottano per i loro diritti.

E’ chiaro che questo provvedimento vuole colpire chi si ribella e lotta, essere un segnale per tutti i migranti, ed è pericolosamente in sintonia con la linea politica di Minniti, che vuole la cacciata in massa dei migranti.

Ma i migranti non si sono fatti impaurire! Si autorganizzano sempre di più e con lo Slai cobas sc stanno mettendo in atto tutte le iniziative sia di lotta che legali.
Da lunedì è ripresa la lotta, che continua anche stamattina!
LE ESPULSIONI DAL CENTRO DEVONO ESSERE IMMEDIATAMENTE REVOCATE!

Lo Slai cobas per il sindacato di classe di Taranto fa appello a tutti, da ogni città, a far sentire la loro solidarietà, anche mandando e mail alla prefettura: prefettura.taranto@interno.it – malgari.trematerra@interno.it
A Taranto fa appello a tutte le forze solidali, antirazziste a unirsi alla lotta dei migranti.
Grazie a questa solidarietà da parte di associazioni solidali di Taranto i primi migranti hanno potuto non dormire per strada.

Prepariamo una grande giornata di lotta per MARTEDI’ 24 GENNAIO.

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solidali con il compagno ferroviere riccardo antonini (da slai cobas sc)

“Riccardo è stato un operaio della manutenzione infrastruttura di Rfi a Viareggio per 34 anni. Ha prestato la sua attività di consulente a titolo gratuito per familiari delle vittime e per il sindacato nell’incidente probatorio sulla strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009.
Nell’estate del 2011 viene prima diffidato dall’Azienda a porre termine alla sua attività, poi sospeso per 10 giorni ed infine, il 7 novembre 2011, licenziato in tronco “per essersi posto in evidente conflitto d’interesse con la società”.
A luglio 2012 inizia il processo. L’Azienda sottoscrive una conciliazione in cui, per la sua reintegrazione, chiede a Riccardo di sconfessare il suo sostegno ai familiari. Riccardo non può e non accetta una simile contropartita perché significa offendere la propria dignità, quella dei familiari e le stesse 32 Vittime. Così, il 4 giugno 2013, il giudice del lavoro Luigi Nannipieri del Tribunale di Lucca conferma il licenziamento.
Riccardo presenta ricorso. Il giudice Bronzini, presidente della Corte di Appello di Firenze, insieme ai giudici Schiavone e Liscio, non discute il caso e respinge il ricorso di Riccardo per inammissibilità.
In queste ‘sentenze’ è sancito l’obbligo ed il dovere di fedeltà, la violazione del Codice etico, il conflitto di interessi con l’azienda, i suoi Amministratori delegati di allora, Moretti, Elia, Soprano… (imputati, con pesanti accuse, nel processo di Viareggio). Riccardo è stato licenziato per il suo impegno nella mobilitazione per la sicurezza, la verità e la giustizia, a fianco dei familiari delle Vittime. Moretti, invece, è stato prima rinominato Ad della holding Fs e poi promosso Ad di Finmeccanica, la più grande impresa del paese.
A tal proposito, riportiamo quanto scritto nel documento del giugno 2016 dell’Associazione dei familiari: “… Riaffermiamo la reintegrazione immediata del ferroviere Riccardo Antonini, licenziato il 7 novembre 2011 per essere stato a fianco dei familiari delle 32 Vittime ed essersi messo a disposizione gratuitamente come loro consulente nella ricerca della verità e per garantire quella sicurezza che avrebbe evitato la strage ferroviaria del 29 giugno 2009. Essendo, tra l’altro, consapevoli e coscienti che il licenziamento di Riccardo Antonini è strettamente ed indissolubilmente legato alla tragica notte del 29 giugno 2009”.
Da giugno a dicembre 2016, il documento è stato approvato all’unanimità da tutti i Comuni della Versilia, da numerosi altri comuni, dalla provincia di Lucca, dalla Regione Toscana. Mercoledì 18 gennaio a Roma a sostegno di Riccardo.

Martedì 31 gennaio è il giorno della sentenza del processo (iniziato il 13 novembre 2013) sulla strage ferroviaria di Viareggio. I familiari delle Vittime invitano alla presenza ed alla partecipazione a questo importante appuntamento, dalle ore 09.30 al Tribunale di Lucca, allestito nell’aula del Polo fieristico, località Sorbano, per attendere insieme il pronunciamento del Collegio giudicante.

 Mondo Che Vorrei

Assemblea 29 giugno Viareggio

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riceviamo dai comitati scrivia e volentieri pubblichiamo

Così parlò il vice del Cociv – Terzo Valico:

“Amianto? Tanto la malattia arriva fra trent’anni”

Dalle carte dell’inchiesta genovese sulla corruzione nelle grandi opere, l’intercettazione di Ettore Pagani, vicedirettore del Terzo Valico e incaricato da Salini-Impregilo di seguire lo sviluppo del ponte sullo stretto, opera rilanciata da Renzi. A fianco del quale compariva alla festa milanese per i 110 anni del gruppo

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Amianto nei cantieri del Terzo Valico? Tanto “la malattia arriva fra trent’anni”. E’ la raggelante risposta, intercettata dalla Guardia di Finanza di Genova, di Ettore Pagani, uno dei più importanti manager delle grandi opere italiane, arrestato a ottobre insieme ad altre trenta persone nell’ambito di un’inchiesta per corruzione della Procura del capoluogo ligure, parallela a un filone coordinato dai pm di Roma. Pagani era il vice direttore generale del Cociv, il consorzio di imprese che si è autoaggiudicato nel 1991 i lavori del Terzo valico per l’alta velocità ferroviaria Milano-Genova. Ma è anche una figura importante del gruppo Salini-Impregilo e, in questa veste, responsabile del progetto Ponte di Messina, la più faraonica delle opere pubbliche, per ora solo sulla carta ma rilanciata in grande stile da Matteo Renzi tre mesi prima dell’addio a palazzo Chigi. In quell’occasione, il 27 settembre a Milano, alla festa per i 110 anni di Salini-Impregilo, era proprio Ettore Pagani uno degli alti dirigenti immortalati a fianco dell’allora presidente del consiglio.

L’intercettazione anticipata oggi da La Stampa e dal Secolo XIX non era contenuta nell’ordine di custodia cautelare firmato dal gip di Genova a ottobre, ma fa parte di atti d’indagine trascritti dai finanzieri. La frase è del 2015. Durante i lavori emergono tracce di amianto nelle rocce interessate agli scavi del cantiere. I cittadini dell’area coinvolta, fra basso Piemonte e Liguria, cominciano a protestare. La “fibra killer”, infatti, provoca il mesotelioma pleurico, un tumore non guaribile. Che si sviluppa, appunto, parecchi decenni dopo che i microfilamenti di amianto si sono depositati nei polmoni di chi li ha disgraziatamente inalati.

Nella conversazione un interlocutore esprime le sue preoccupazioni sulla gestione del minerale cancerogeno. “Il primo che si ammala è un casino”, dice, riferendosi agli operai che lavorano sul cantiere, quindi a rischio esposizione. Pagani, annotano gli investigatori, risponde in modo agghiacciante: “Tanto la malattia arriva fra 30 anni”.

È come la risata atroce degli imprenditori all’indomani del terremoto dell’Aquila. È come la consapevolezza della camorra di avvelenare la Campania, tanto poi si ammalano dopo. Si ammalano altri.

Ancora di recente, al convegno No Tav Terzo Valico, tenutosi a Casei Gerola, avevamo ricordato che nella cava Parlotta e alla Montemerla non doveva arrivare alcun camion del Cociv. Si è fatto riferimento a quanto appurato in un servizio delle “Iene” con quali modalità viene trasportato, senza alcun controllo lo smarino nelle cave approvate dal Governo e dalle Regioni; alla impossibilità dell’Arpa di garantire il rispetto delle leggi, sia pure trasformate aumentando di dieci volte il limite minimo di amianto consentito.

Era stato citato un passo fondamentale delle intercettazioni riportate nell’atto di arresto di Pagani “Ci sono ben quattro milioni di metri cubi di roccia amiantifera lungo il percorso. Troveremo qualche soluzione!”. Eppure per anni, politici, sindacati, Regioni, partiti e sindaci (a parte quelli di Pontecurone) hanno sostenuto che i controlli operati dal controllore (Cociv) nei confronti del controllato (Cociv) non potevano essere messi in discussione e che il passaggio attraverso i paesi per raggiungere le cave sarebbe avvenuto con tutti i controlli necessari.

Provate ad andare a Casale a chiedere come possono considerare questi Pagano, Longo, Marcheselli che hanno querelato, a destra e manca, chi poneva dubbi sulla loro moralità, etica professionale e correttezza procedurale. Provate a chiedere ai casalesi se li conforta il sapere che le terribili e dolorosissime malattie derivanti dall’inalazione di una particella di amianto compie un ciclo di 30 anni prima di ucciderti. Quella Casale o Broni ove il picco verrà raggiunto nel 2009-2010, colpendo soprattutto una popolazione fra i 30 e 60 anni d’età.

Va ribadito con sempre maggiore forza che quell’opera, il Terzo valico ad alta velocità tra Genova e Tortona Ligure, ormai è indifendibile, come lo era già 25 anni or sono, non solo per le conseguenze sulla salute e sull’ambiente, ma anche dal punto di vista trasportistico.

Lega ambiente delle valli Scrivia, Lemme e Polcevera dichiara di ritenere tutti i soggetti pubblici, in particolare i Sindaci, e i soggetti privati che sostengono il Terzo Valico, responsabili del rischio a cui sottopongono la salute dei cittadini e dei lavoratori delle province di Alessandria e Genova al solo fine di realizzare una costosissima infrastruttura inutile, per la quale non è mai stata provata l’utilità pubblica, non è mai stata presentata una seria analisi costi-benefici, non è mai stata indetta una gara d’appalto.

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napoli: salutiamo i tre disoccupati rilasciati dopo gli arresti, e diciamo un forte no al rinvio a giudizio per chi lotta per il lavoro e i diritti (da proletari comunisti)

da infoaut

Napoli: rilasciati i 3 compagni dei “disoccupati 7 Novembre”, la lotta continua…

Sono tornati in libertà Yvan, Giacomo e Vincenzo, i 3 disoccupati del movimento “7 novembre” di , che ieri erano stati arrestati e accusati di resistenza a pubblico ufficiale durante l’occupazione della sala del consiglio comunale. Chiedevano solo che gli accordi presi, anche con il Comune di Napoli, venissero rispettati e potessero trovare quanto prima un lavoro.
Durante la protesta c’erano stati momenti di tensione con la Polizia, con un lavoratore ferito alla gola e altri tre ammanettati e portati alla Questura dove hanno passato la notte. A seguito di questa azione repressiva si è attivata in forza la solidarietà e la mobilitazione della città, con cortei selvaggi e blocchi del traffico.
Oggi il tribunale ha deciso di rimetterli in libertà con un rinvio a giudizio per un futuro processo, mentre fuori era presente nutrito presidio che li ha accolti e riabbracciati.
Intanto la mobilitazione non si ferma. Domani, mercoledì 18 gennaio, alla Mensa Occupata si terrà un’iniziativa in solidarietà ai compagni arrestati, mentre venerdì riprenderà la lotta con una nuova manifestazione anche per rilanciare le tematiche del movimento “Disoccupati 7 novembre”: l’istituzione di un salario minimo e l’utilizzo dei fondi europei della Regione Campania per garantire la retribuzione di lavori socialmente utili, che potrebbero essere messi in atto a partire dalla messa in sicurezza del territorio.
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coerentemente ultima

L’edizione telematica del Sole 24 Ore di lunedì sedici gennaio riporta i risultati di un interessante sondaggio che, come tutti gli anni, Ipr Marketing ha condotto per il quotidiano di proprietà della Confindustria.

Si tratta di misurare il gradimento della popolazione delle città più popolose verso i propri sindaci; le risultanze sono ampiamente prevededibili, ance se in qualche modo sembrano stupire chi le ha commissionate: “Consenso dei sindaci, vince Chiara Appendino, Virginia Raggi in coda”.

In ambedue i casi si tratta di primi cittadini donne del Movimento 5 Stelle: la prima è stata nominata borgomastro di Torino, mentre la seconda detiene la stessa carica a Roma, e già solo questo dovrebbe far comprendere i motivi dei rispettivi piazzamenti.

Nel capoluogo subalpino, la Appendino succede ad alcuni dei peggiori politicanti della storia italiana; Valentino Castellani, Sergio Kiamparino, e Piero Fassino, sono i suoi recenti predecessori: quei personaggi che si sono prodigati attivamente per distruggere tutto quanto di buono restava nella prima capitale di Italia.

Sembra logico, pertanto, pensare di trovare costei tra gli amministratori meno malsopportati dai cittadini; per quanto riguarda la seconda, sconta la sua evidente incapacità di risolvere i problemi che attanagliano la città eterna.

Forse gli elettori si aspettavano che costei potesse, con un colpo di bacchetta magica, risolvere in un attimo tutte le magagne che attanagliano da sempre – sin almeno dai tempi del sindaco Ugo Vetere – uno dei luoghi più difficilmente amministrabili dell’intero stivale.

Infine, credo che vada tributata una menzione d’onore, per la propria coerenza, al sindaco della città metropolitana dove risiedo: la sedicente democratica Maria Rita Rossa; costei, per il quarto anno consecutivo, riesce nell’impresa di essere la centoquattresima in classifica, e ad occuparne quindi l’ultimo posto.

La ‘signora delle discariche’ – come viene giustamente apostrofata, a causa della sua pervicace mania di concederne l’utilizzo per attività contrarie alla salute pubblica – paga, a differenza di quanto scrive la Repubblica.it (si veda l’articolo a firma Monica Rubino) dello stesso giorno, non già soltanto il fatto che la precedente Giunta abbia provocato il dissesto del Comune, ma anche propri palesi errori.

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