genova, giovedì 2 luglio: si riuniscono i comitati no gronda

Giovedì due luglio – a partire dalle ore 21:00, presso i giardini intitolati al partigiano Giacomo Catellani, quelli che sorgono sopra il depuratore delle acque installato nella delegazione genovese di Pegli – si svolge una riunione dei comitati della zona che si oppongono alla costruzione della Gronda autostradale di ponente.

Bisogna dire che il luogo scelto non sembra essere dei più felici; a pochissimi passi da qui scorre l’intenso traffico della strada statale Aurelia, e si fatica assai a comprendere bene gli interventi della ventina di presenti: gli attivisti dei comitati sono supportati dai ragazzi del vicino Spazio Liberato Utopia, e dal consigliere comunale indipendente, eletto nelle file della Federazione della Sinistra, Antonio Bruno.

La discussione serrata verte principalmente sull’autocritica rispetto ai metodi sin qui usati per coinvolgere la popolazione in questa battaglia per la salvaguardia del territorio, e su due suggerimenti che a chi scrive appaiono largamente condivisibili.

Uno degli intervenuti – proveniente dalla val Varenna – propone, per l’autunno, uno o due giorni di ‘bivacco’ sui terreni che verranno espropriati, in modo da sensibilizzare, attraverso una serie di iniziative da svolgere in loco, chi non sembra interessato a combattere contro questo scempio ambientale.

La seconda idea – che ricalca quella esposta la sera precedente alla riunione svoltasi in val Verde – è quella di organizzare, in autunno, una manifestazione congiunta con il Movimento No Tav-Terzo Valico che coinvolga la città.

A proposito di questa proposta, va detto che ambedue le assemblee citate concordano sulla sua esigenza, ma vi è discordanza sui tempi di attuazione: qualcuno propende per i mesi di novembre-dicembre, mentre altri preferirebbero farla slittare ai primi mesi del 2016 per avere maggiore tempo per prepararla.

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le braccianti a nero, sottopagate, supersfruttate… prepariamo lo sciopero delle donne in autunno! (da tarantocontro)

…In 76mila sono donne e almeno 40mila continuano a subire per non dover rinunciare a uno stipendio mensile. Una buona fetta proviene dal Brindisino, “feudo” storico del caporalato degli anni Ottanta e Novanta… Anche in nero le braccianti agricole vengono pagate in media 5 o 6 euro al giorno meno degli uomini. Perché? “Perché la donna è ritenuta una fascia debole, come gli immigrati” spiega Deleonardis. Debole perché “se lavora, ha davvero bisogno di farlo. Ha situazioni famigliari difficili. Non si ribellerà”.

Come se nessun fronte di opposizione ci sia mai stato i pullmini partono ancora e molti proprio dalla “collina brindisina”. Da Oria, da Francavilla Fontana, Villa Castelli, Ceglie Messapica. Partono alle 2 della notte se si deve andare nel Metapontino, alle quattro del mattino per raggiungere il Barese per le ciliegie o per l’uva. Sono almeno 10mila donne, a cavallo tra le province di Brindisi e Taranto, stando alle stime, che continuano a fare le levatacce. A viaggiare in condizioni indefinibili. Ammassate, con un cuscino portato da casa per dormire un po’. Mezz’ora per mangiare un panino, un biscotto, una brioche portata da casa. Poi via di nuovo, in viaggio. Anche quattro ore per tornare a casa…
“Il salario poi realmente erogato – spiega Deleonardis – è diminuito all’incirca del 50 per cento rispetto a quanto previsto in busta paga”. E varia di zona: nel Brindisino si percepiscono dai 27 ai 32 euro, nel Barese qualcosa in più, dai 37 ai 40 euro. Nella Bat un po’ meglio: 42 o 43 euro per la Bat.

“Il mezzo di trasporto non è a carico dell’impresa” e quindi il passato ritorna inesorabile. L’indagine è stata fatta incrociando i dati degli iscritti alle liste di collocamento con quelli dell’ispettorato del lavoro e dell’Inps. Su 1810 ispezioni fatte lo scorso anno, emergono almeno per l’80 per cento violazioni di vario genere, per il 50 per cento si tratta di lavoro nero….
“Abbiamo a Brindisi una delle più alte percentuali di lavoratrici gestite dai caporali, in particolari stagioni il numero raddoppia”. Un dramma quotidiano figlio della crisi ma anche di politiche del governo centrale che non hanno fatto abbastanza: “Abbiamo ottenuto la legge che rende reato penale il caporalato, sono state fatte inchieste giudiziarie per riduzione in schiavitù. La legge ce l’abbiamo, ma non viene rispettata”.

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l’anpi di maranello conferma che non andrà alla festa del pd affermando che sono “censori come in dittatura”. noi sottolineamo che sono moderni fascisti e che occorre una nuova resistenza per spazzarli via (da proletari comunisti)

Maranello, Anpi non andrà alla Festa dell’Unità: “Pd censore come in dittatura”.

“L’attività dell’associazione non può avere contenuti discordanti rispetto alla politica locale e nazionale del Partito democratico” pena “la sospensione in qualunque momento, e senza preavviso, della concessione”. Lo si legge tra le clausole poste dal partito alla partecipazione dei partigiani all’eventoin programma dal 9. I dirigenti dem avevano parlato di “incomprensione” promettendo di rimediare, ma gli ex combattenti non ci stanno: “Avevamo chiesto loro di scusarsi e non l’hanno fatto”

di Annalisa Dall’Oca | 1 luglio 2015

“Saremo anche anziani, ma siamo ancora in grado di leggere, e non c’è stato alcun malinteso”. Hanno preso carta e penna per scrivere al Partito Democratico che no, alla Festa dell’Unità loro non ci saranno. Sono i partigiani dell’Anpi di Maranello, che qualche giorno fa avevano puntato il dito contro il partito di Matteo Renzi accusandolo di “comportamenti censori, più adatti al fascismo che alla sinistra italiana”. A innescare la rottura tra i figli della Resistenza e i Dem del Comune modenese, infatti, era stata la richiesta, avanzata dall’Anpi, di poter allestire un banchetto durante la festa dell’Unità che si terrà tra il 9 e il 29 luglio a Gorzano, frazione di Maranello. Il Pd, via lettera, aveva acconsentito, e tuttavia aveva posto alcune clausole alla partecipazione dei partigiani, la più gravosa delle quali, “l’attività dell’associazione non può avere contenuti discordanti rispetto alla politica locale e nazionale del Partito democratico”. Pena, “la sospensione in qualunque momento, e senza preavviso, della concessione dello spazio dedicato all’associazione”. Un aut aut che l’Anpi aveva definito “un bavaglio alla libertà di opinione e di pensiero”, tanto da decidere non essere presente alla Festa. “O il Partito Democratico si scusa e cancella la clausola – aveva sottolineato Giordano Zini, presidente dell’associazione partigiani di Maranello – o noi non ci saremo”. E per la sorpresa di più di un maranellese, tesserato al partitone o meno, il Pd non si è scusato. A stretto giro di posta, infatti, i Dem capitanati dal segretario Marco Mililli avevano scritto ai partigiani per dirsi “dispiaciuti del fatto che possa essersi ingenerata una tale incomprensione”. E tuttavia, la regola di non contraddire la linea politica del Pd, pena la cacciata dalla kermesse, non l’hanno cambiata. “Né – precisa Zini – il Pd si è scusato per quell’atteggiamento censorio. Io la parola ‘scuse’ non l’ho vista scritta da nessuna parte”. Così il 30 giugno il direttivo dei partigiani si è riunito, e ha deciso di comunicare ai Dem che il ‘no’ alla Festa dell’Unità è definitivo. “Abbiamo chiesto chiaramente al Pd di compiere una scelta democratica – scrive l’Anpi  – cambiare, cioè, la formula di un regolamento censorio, non solo per la nostra, ma per qualsiasi associazione. Verifichiamo con rammarico che tutto ciò non è avvenuto. Ci sentiamo in dovere morale, quindi, di ribadire che alla festa dell’Unità non ci saremo, ma che la nostra assenza non sarà dovuta a un’incomprensione: il termine, infatti, implica che sia stato commesso un errore da entrambe le parti, mentre noi abbiamo capito benissimo cosa il Pd volesse imporci”. “Noi siamo un’associazione, non facciamo politica – sottolinea Zini – il nostro ruolo è quello di portare avanti la memoria. Tuttavia da sempre combattiamo contro chi, a qualsiasi titolo, tenta di limitare la libertà di pensiero e parola, come avveniva ai tempi della dittatura. E’ chiaro quindi che non potremo prendere parte a un’iniziativa dove il bavaglio è la divisa d’ordinanza”.

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la sicilsaldo a novi. per i ros è “completamente soggiogata da cosa nostra” (da notavterzovalico)

Apprendiamo che i lavori per l’adeguamento del metanodotto all’interno del cantiere Tav di Novi Ligure sono stati assegnati alla ditta Sicilsaldo di Gela.

Angelo Brunetti, titolare della ditta fino al 2008 quando gli è subentrato il figlio Emilio, è stato definito dai Ros che hanno indagato su di lui “un imprenditore completamente soggiogato da cosa nostra etnea”.

La sua è un’azienda molto grande e specializzata, che negli anni ha svolto lavori per milioni di euro per i principali committenti pubblici del settore, Snam, Eni e ora il contestatissimo TAP, il gasdotto trans-adriatico che dovrebbe portare metano dall’Est fino in Italia.

La Sicilsaldo per anni ha pagato la mafia per la “sicurezza” nei cantieri e per gli agganci politici che gli garantiva. Non è stato mai processato per questo, ma solo indagato nel 2007 per alcuni subappalti. Per tre volte, anzi, è riuscito a passare per parte lesa, come vittima di estorsione. Nonostante alcune foto lo ritraessero invitato ad una cerimonia in casa dei suoi estorsori, nonostante anche sua moglie, produttrice vinicola, fosse in affari con le stesse famiglie.

Ancora una volta a Novi l’amministrazione stende il tappeto rosso alla mafia. Perché? Come mai nessuna opera di prevenzione sulle infiltrazioni della criminalità? Per quanto ancora questa provincia dovrà sopportare di essere presa in giro dal prefetto Tafuri (quella che telefonava a Incalza)? Ancora lungo questo osceno spettacolo? Mentre le istituzioni tacciono e la politica si frega le mani, la Sicilsaldo si accomoda al banchetto del Terzo Valico in compagnia delle altre ditte con legami accertati con mafia, ‘ndrangheta e camorra già censite: Ruberto, Lauro, Lande, Calcestruzzi, Trecolli.

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formazione operaia. saggio e massa del plusvalore (da proletari comunisti)

Quanti operai devono essere sfruttati per potersi definire capitalista? Qual è il capitalista più potente? Abbiamo visto che un operaio ogni giorno fornisce una data quantità, una data massa di plusvalore al padrone: è questo, e le necessarie implicazioni, che Marx analizza nel capitolo di oggi.

Cominciamo con un esempio che chiarisce chi è il capitalista: “ … non qualsiasi somma di denaro o di valore è trasformabile in capitale … anzi tale trasformazione presuppone un minimo determinato di denaro o valore di scambio in mano al singolo possessore di denaro o di merci. Il minimo di capitale variabile è il prezzo di costo di una singola forza-lavoro che venga utilizzata tutto l’anno, giorno per giorno, per la produzione di plusvalore.”

Perché è chiaro che “Se questo operaio fosse in possesso dei propri mezzi di produzione e si accontentasse di vivere da operaio, gli basterebbe il tempo di lavoro necessario per la riproduzione dei suoi mezzi di sussistenza, diciamo otto ore giornaliere. Gli basterebbero quindi anche mezzi di produzione per otto ore lavorative soltanto. Il capitalista, invece, che gli fa fare oltre a queste otto ore, diciamo, quattro ore di pluslavoro, abbisogna di una somma di denaro addizionale per procurarsi i mezzi di produzione addizionali. Tuttavia, data la nostra ipotesi, egli dovrebbe impiegare già due operai per poter vivere, col plusvalore che si appropria giornalmente, secondo il tenore di vita di un operaio, cioè per poter soddisfare i suoi bisogni di prima necessità. In tal caso, scopo della sua produzione sarebbe il puro e semplice sostentamento, non l’aumento della ricchezza, mentre proprio quest’ultimo è il presupposto della produzione capitalistica.

“Per vivere soltanto con il doppio di agio dell’operaio comune e per ritrasformare in capitale la metà del plusvalore prodotto, egli dovrebbe aumentare di otto volte, insieme al numero degli operai, il minimo del capitale anticipato. Certo, anch’egli può metter direttamente mano al processo di produzione come il suo operaio, ma allora sarà una cosa intermedia fra il capitalista e l’operaio, sarà un «piccolo padrone». Un certo livello della produzione capitalistica implica che il capitalista possa impiegare tutto il tempo durante il quale funziona da capitalista, cioè come capitale personificato, nell’appropriazione e quindi nel controllo del lavoro altrui e nella vendita dei prodotti di tale lavoro. Le corporazioni del medioevo cercarono d’impedire con la forza la trasformazione del maestro artigiano in capitalista, limitando a un massimo molto ristretto il numero dei lavoratori che il singolo maestro aveva diritto di impiegare. Il possessore di denaro o di merci si trasforma realmente in capitalista, solo quando la somma minima anticipata per la produzione supera di gran lunga il massimo medioevale.”

Torniamo al saggio e alla massa del plusvalore. Marx dice dunque che “insieme al saggio è data anche la massa del plusvalore fornita dal singolo operaio al capitalista entro un periodo di tempo determinato.”

“Se, per esempio, il lavoro necessario ammonta a 6 ore giornaliere, espresse in una quantità d’oro di 1 tallero, 1 tallero sarà il valore giornaliero di una forza-lavoro, ossia il valore capitale anticipato nell’acquisto di una forza-lavoro. Se inoltre il saggio del plusvalore ammonterà al cento per cento, questo capitale variabile di un tallero produrrà una massa di plusvalore di un tallero, ossia l’operaio fornirà giornalmente una massa di pluslavoro di 6 ore.

“Ma il capitale variabile è l’espressione in denaro del valore complessivo di tutte le forze-lavoro che il capitalista impiega simultaneamente. Il suo valore è quindi eguale al valore medio di una forza-lavoro, moltiplicato per il numero delle forze-lavoro impiegate. Dato il valore della forza-lavoro, l’ammontare del capitale variabile sta quindi in proporzione diretta col numero degli operai impiegati simultaneamente. Se il valore giornaliero di una forza-lavoro è eguale a un tallero, si deve dunque anticipare un capitale di cento talleri per sfruttare giornalmente cento forze-lavoro, un capitale di n talleri per sfruttare giornalmente n forze-lavoro.

“Allo stesso modo: se un capitale variabile di un tallero, valore giornaliero di una forza-lavoro, produce un plusvalore giornaliero di un tallero, un capitale variabile di 100 talleri produrrà un plusvalore giornaliero di cento e un capitale di n talleri un plusvalore di un tallero moltiplicato n.” Da qui la

“ … prima legge: la massa del plusvalore prodotto è eguale all’ammontare del capitale variabile anticipato, moltiplicato per il saggio del plusvalore” ossia, è determinata dalla moltiplicazione “del numero delle forze-lavoro simultaneamente sfruttate da uno stesso capitalista e del grado di sfruttamento della singola forza-lavoro.”

“Se chiamiamo quindi P la massa del plusvalore e p il plusvalore fornito giornalmente in media dal singolo operaio, se chiamiamo v il capitale variabile anticipato giornalmente nell’acquisto della singola forza-lavoro, V la somma complessiva del capitale variabile; f il valore di una  forza lavoro media, a’:a (pluslavoro:lavoro necessario) il suo grado di sfruttamento e n il numero degli operai impiegati, avremo:

“Nella produzione di una determinata massa di plusvalore, la diminuzione di un fattore può quindi essere sostituita dall’aumento di un altro. Diminuendo il capitale variabile e aumentando allo stesso tempo, nella stessa proporzione, il saggio del plusvalore, la massa del plusvalore prodotto rimane invariata.

Alcuni esempi a chiarimento: “Se… il capitalista deve anticipare cento talleri per sfruttare giornalmente cento operai e il saggio del plusvalore ammonta al cinquanta per cento, questo capitale variabile di cento talleri renderà un plusvalore di cinquanta talleri, ossia di ore lavorative 100 x 3.”

Quindi, 100 operai a un tallero l’uno valgono 100 talleri e cioè capitale variabile complessivo V=100 moltiplicato per il saggio del plusvalore p:v che è del 50% (3 di pluslavoro  + 6 ore di lavoro necessario). Totale 300 ore lavorative.

“Se il saggio del plusvalore viene raddoppiato, ossia se la giornata lavorativa, anziché essere prolungata da 6 a 9 ore, viene prolungata a 12 ore, il capitale variabile di cinquanta talleri, diminuito della metà, darà ancora un plusvalore di cinquanta talleri, ossia di ore lavorative 50 x 6.”

Qui abbiamo invece 50 operai a 1 tallero l’uno che valgono 50 che viene moltiplicato per un saggio del plusvalore del 100% (6 ore di lavoro necessario e 6 di pluslavoro). Totale 300 ore lavorative.

“La diminuzione del capitale variabile è quindi compensabile mediante l’aumento proporzionale del grado di sfruttamento della forza-lavoro; ossia, la diminuzione del numero degli operai occupati è compensabile mediante un prolungamento proporzionale della giornata lavorativa. Quindi, entro certi limiti, la offerta di lavoro che il capitale può estorcere diventa indipendente dalla offerta di operai. Viceversa, la diminuzione del saggio del plusvalore lascia invariata la massa del plusvalore prodotto, qualora l’ammontare del capitale variabile o il numero degli operai occupati aumentino in proporzione.”

A questo grado dell’indagine si può quindi dire che questo sfruttamento è senza limiti? No, perché “… la sostituzione del numero degli operai, ossia della grandezza del capitale variabile, mediante l’aumento del saggio del plusvalore o mediante il prolungamento della giornata lavorativa ha limiti insuperabili.” A causa del fatto che “il valore complessivo producibile da un operaio giorno per giorno è sempre minore del valore in cui si oggettivano ventiquattro ore lavorative” per cui ne discende la seconda legge: “Il limite assoluto della giornata lavorativa media, la quale è per natura sempre minore di ventiquattro ore, costituisce un limite assoluto alla sostituzione della diminuzione del capitale variabile mediante l’aumento del saggio del plusvalore, ossia alla sostituzione della diminuzione del numero degli operai sfruttati mediante un aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro.”

“Questa seconda legge, di evidenza tangibile, è importante per la spiegazione di molti fenomeni che risalgono a una tendenza del capitale di cui dovremo trattare più avanti, cioè alla tendenza del capitale alla massima riduzione possibile del numero degli operai da esso occupati, ossia della propria componente variabile investita in forza-lavoro, tendenza che è in contrasto con l’altra sua tendenza a produrre la maggior massa possibile di plusvalore.”

E infine la terza legge.

“Una terza legge risulta dalla determinazione della massa del plusvalore prodotto mediante i due fattori, saggio del plusvalore e grandezza del capitale variabile anticipato…” che “assume quindi questa forma: le masse di valore e plusvalore prodotte da capitali diversi, a valore dato ed essendo eguale il grado di sfruttamento della forza-lavoro, variano in proporzione diretta al variare delle grandezze delle parti variabili di quei capitali, cioè delle loro parti convertite in forza-lavoro vivente.

E cioè, semplicemente, tanto più massa di plusvalore quanti più operai si impiegano.

“Questa legge contraddice evidentemente a ogni esperienza fondata sull’apparenza. Ognuno sa che un industriale del cotone il quale, calcolate le percentuali del capitale complessivo impiegato, impieghi relativamente molto capitale costante e poco capitale variabile, non arraffa per questo un guadagno o un plusvalore minore che non un fornaio che mette in movimento relativamente molto capitale variabile e poco capitale costante. Per risolvere quest’apparente contraddizione, occorrono ancor molti termini intermedi …” che saranno affrontati in seguito.

A proposito dei limiti della giornata lavorativa Marx aggiunge: “Il lavoro che viene messo in movimento, giorno per giorno, dal capitale complessivo di una società può essere considerato un’unica giornata lavorativa. Se, per esempio, il numero degli operai è di un milione e la giornata lavorativa media di un operaio di dieci ore, la giornata lavorativa sociale sarà di dieci milioni di ore. Data la durata di questa giornata lavorativa, siano i suoi limiti fissati fisicamente o socialmente, la massa del plusvalore può essere aumentata soltanto aumentando il numero degli operai, cioè aumentando la popolazione operaia. L’aumento della popolazione costituisce, in questo caso, il limite matematico della produzione di plusvalore ad opera del capitale complessivo sociale. Viceversa, quando l’entità della popolazione sia data, questo limite viene costituito dal possibile prolungamento della giornata lavorativa. Si vedrà, nel capitolo seguente, che questa legge vale solo per la forma di plusvalore sinora trattata.” Cioè della produzione del plusvalore assoluto.

Invece riguardo al minimo del capitale necessario per il capitalista Marx dice: “Il minimo della somma di valore, di cui deve disporre il singolo possessore di denaro o di merci per compiere la sua metamorfosi in capitalista, varia nei diversi gradi di sviluppo della produzione capitalistica ed è diverso nelle diverse sfere della produzione, a grado di sviluppo dato, secondo le loro particolari condizioni tecniche. Certe sfere della produzione richiedono, sin dagli inizi della produzione capitalistica, un minimo di capitale, che però ancora non si può trovare in mano a singoli individui. Ne conseguono in parte sussidi statali a privati, come in Francia all’epoca di Colbert [Francia, metà del 1600] e come in diversi Stati tedeschi fino all’epoca nostra, in parte la costituzione di società con un monopolio legale per l’esercizio di determinati rami dell’industria e del commercio, precorritrici delle moderne società per azioni.”

Questi “sussidi statali ai privati” come si vede sono abbastanza vecchi e oggi sono arrivati a livelli inimmaginabili ai tempi di Marx, e servono di fatto a tenere in piedi il sistema capitalistico stesso!

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ig-nobili vergogne

Martedì trenta giugno il Consiglio comunale genvese deve votare una delibera che concerne le società partecipate dal Comune nei settori: igiene urbana, trasporto pubblico, manutenzione.

Nelle settimane precedenti, tale atto era già stato rinviato in due occasioni grazie alla lotta dei lavoratori delle tre società, che si erano presentati in Sala rossa per contestare e non consentire la decisione.

Questa volta, per impedire che i dipendenti delle ditte interessate possano difendere direttamente i propri diritti, la Giunta guidata dal Markese decide di chiudere le porte ai visitatori, così da non permettere ciò che è successo la seduta precedente: tafferugli, con feriti e contusi.

La delibera, che alla fine passa con i voti di una parte della destra radicale – i due consiglieri dell’Unione dei Democratici Cristiani e di Centro – che sostituisce quelli di Gian Piero Pastorino, di Sinistra Ecologia e Libertà, e di Paolo Gozzi, del Partito (sedicente) Democratico, ha un contenuto che definire fascista è farle un complimento.

Si prevede, infatti, di subordinare l’erogazione del premio di produzione all’aumento degli utili dell’azienda: in caso contrario, di fatto, vi sarà la decurtazione di una parte dello stipendio dei lavoratori.

Non è possibile tollerare che il salario sia correlato, anche se in minima parte, alla capacità o all’inettitudine dei dirigenti; l’amministrazione deve pagare il premio a tutti, per successivamente rifarsi sui dirigenti che ritiene incapaci: se del caso anche rimuovendoli dall’incarico.

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si apre a palermo la campagna di solidarietà per la liberazione del compagno ajith, con un primo attacchinaggio (da proletari comunisti)

Lottiamo per la liberazione del compagno Ajith


A Palermo oggi come in tutto il mondo si apre la campagna di solidarietà per il compagno Ajith arrestato ingiustamente dal governo reazionario indiano con l’accusa di essere un intellettuale maoista. La così detta più grande democrazia del mondo dice che un reato dedicare la vita al bene dei popoli contro le disuguaglianze che invece questo sistema in India crea e cioè di classe, casta e genere basati su sfruttamento e oppressione delle masse popolari.
A Palermo si è iniziato oggi con un attacchinaggio al centro della città ma è solo l’inizio per una campagna che da oggi si prolungherà fino al 28 luglio a livello internazionale, con diverse iniziative per diffondere la nostra solidarietà tra intellettuali, studenti, operai, lavoratori e masse popolari in generale e anche come denuncia di questa violazione dei diritti umani, perché il compagno Ajith è in carcere soltanto per il suo pensiero politico maoista.E’ stata data anche la solidarietà degli stessi intellettuali indiani che hanno detto chiaramente che essere maoisti non può essere considerato un crimine.
LIBERTA’ PER AJITH!
LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI IN INDIA!
APPOGGIARE LA GUERRA POPOLARE!
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