un’interessante conversazione

Ci sono giornate in cui tutto va storto, e ce ne sono altre in cui dal nulla nascono situazioni interesanti: in questa seconda categoria devo inserire domenica ventiquattro maggio.

Sono circa le ore 14:00 di questa bella giornata di sole, quando transito per la centralissima via San Vincenzo, a Genova: la meta prevista è il Tiger Point che si trova al numero cinquantatre, dove si svolge un’iniziativa organizzata dal gruppo ecologista Sea Shepherd.

Giunto a pochi metri dal luogo del dibattito, incontro – seduto al tavolino fuori da un bar ristorante – un importante dirigente nazionale del Partito Comunista in Italia, che mi invita a scambiare quache parola.

Il contenuto della conversazione non trascende le questioni personali e lavorative, se non per affrontare la problematica della mancata presentazione del partito, guidato dal torinese Marco Rizzo, alle elezioni regionali di domenica trentuno maggio.

Secondo quanto sostiene il mio interlocutore, la mancata candidatura sarebbe dovuta a problemi organizzativi: mentre a Genova – grazie alla presenza sui luoghi di lavoro, in particolare nell’Azienda Mobilità e Trasporti – non ci sarebbero stati problemi a raccogliere il numero di firme necessarie, la debolezza del partito nelle altre province non ha permesso di ottenere lo stesso risultato.

Detto del fatto che mi pare indegno che una formazione politica presente su tutto il territorio nazionale debba raccogliere le firme per potersi presentare, trovo indecente che i militanti di un’organizzazione, che fa delle elezioni un importante momento di verifica della propria attività, non siano in grado di mettere in atto i passi fondamentali – sostanzialmente tenere un banchetto – per raccogliere le sottoscrizioni necessarie alla presentazione della propria lista: neppure, e questo ritengo sia grave, assistiti da chi di queste operazioni ne ha fatte diverse nel corso della propria vita.

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sentenza solvay attesa ad alessandria. c’è fiducia nella giustizia? (da medicina democratica alessandria)

I potenti resteranno impuniti? Il ruolo dei Giudici popolari. A Bussi si sospettano minacciose pressioni sulla Giuria: gli imputati (tra cui quelli di Spinetta) prosciolti per prescrizione.

Udienza del 25 maggio 2015

Con le arringhe finali dei difensori Ausimont (Montedison) e Solvay si è prossimi alla sentenza in Corte di Assise ad Alessandria per il disastro ecologico di Spinetta Marengo. Quale sentenza è attesa? Se ascolti gli addetti ai lavori, gli avvocati, la disputa sembra se il dolo dell’articolo 439 riguarda solo i terroristi che versano cianuro nei tubi dell’acquedotto o anche i dirigenti d’azienda che consapevolmente versano cancerogeni nelle falde acquifere. Se invece interroghi la gente, ti rendi conto che non c’è molta fiducia nella giustizia. Difficilmente la pronunciano con la maiuscola. E non per le motivazioni che le attribuisce Berlusconi. Bensì proprio per il contrario. Sono infatti convinti che i potenti resteranno impuniti, in virtù del fatto che sono potenti, ricchi. I magistrati, dicono, hanno sempre fatto parte di quella casta. La Giuria popolare? Sì, ma conta davvero? Le notizie che giungono dall’Abruzzo non hanno fatto altro che intorbidire le aspettative. La sentenza della Corte d’Assise di Chieti, che mandò in parte assolti (per avvelenamento delle acque) e in parte prescritti (per disastro ambientale) 19 dirigenti e tecnici della Montedison, imputati per il mortifero inquinamento causato dalle discariche di Bussi sul Tirino (Pescara), è infatti altamente sospetta di pressioni indebite del Presidente della Corte su alcuni membri della Giuria. Alcune giurate hanno infatti affermato di essersi sentite dire dal Presidente che “se avessero condannato per dolo, e se poi gli imputati si fossero appellati e avessero vinto la causa, avrebbero potuto citarci personalmente, chiedendoci i danni, e avremmo rischiato di perdere tutto quello che abbiamo, negozio e casa compresi”. Affermazione in sé falsa perché la legge prevede la responsabilità dei giudici soltanto “in caso di dolo oppure di negligenza inescusabile per travisamento del fatto o delle prove”. Fatti e prove ben documentati dai PM, dall’Istituto superiore della sanità, dall’Avvocatura dello Stato.  Però quella minacciosa prospettazione della loro rovina economica era volta a derubricare il disastro da reato doloso a colposo, punito con pene inferiori e soprattutto con prescrizione più breve e già scattata. No dolo: ritornello peraltro reiteratamente ripetuto fra un’udienza e l’altra ai sei giudici popolari. Così fu la genesi della sentenza. Ora, sulla correttezza della condotta dei due giudici togati di Chieti si pronuncerà anche il Consiglio superiore della magistratura, anche annullando il verdetto. Cose del genere sono impensabili per la Corte di Assise di Alessandria. Ma questa provincia ha già assistito sgomenta alla vergognosa prescrizione dell’Eternit e tutti, a cominciare dalle vittime e dai familiari dei morti, hanno chiaro che una sentenza Solvay per colpa, invece che per inquinamento doloso delle acque e dolosa omessa bonifica, equivarrebbe ad una prossima prescrizione.

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un libro da leggere: “morire per un iphone. la apple, la fox­conn e la lotta degli ope­rai cinesi” (da proletari comunisti)

Il volume Morire per un iPhone. La Apple, la Fox­conn e la lotta degli ope­rai cinesi di Pun Ngai, Jenny Chan e Mark Sel­den, che por­ta alla luce la con­di­zione di ope­raie e ope­rai cinesi che lavo­rano per il mar­chio com­mit­tente, la Apple, e per il suo gruppo appal­ta­tore, la Fox­conn, è importante leggere, non per come viene presentato: “caso esemplare della condizione operaia”, ma perchè da un lato rappresenta la punta di Iceberg della nuova schiavitù del capitale che è in atto non in paesi del cosiddetto “terzo mondo”, ma in un paese di nuovo capitalismo/imperialismo e nelle fabbriche della produzione più all’avanguardia; dall’altro perchè è la condizione operaia che, nella crisi mondiale, il capitale cerca di introdurre dovunque (vedi la Fca-Sata in Italia).

Da una recensione: Foxconn, il lato oscuro della Mela di Carlo Formenti

“…Già in precedenti lavori (vedi fra gli altri Cina. La società armoniosa, sempre tradotto da Jaca Book) il team di sociologi cinesi guidato da Pun Ngai aveva analizzato le terribili condizioni di lavoro e di vita delle centinaia di milioni di operai cinesi… In questa nuova ricerca l’attenzione si concentra sulla Foxconn, il colosso taiwanese che, in decine di stabilimenti sparsi per tutta la Cina, produce la quasi totalità degli smartphone, computer e tablet che utilizziamo (ed è il contractor pressoché esclusivo di Apple). A Shenzen e in altre città Mister Gou, il padre padrone di Foxconn, ha costruito dei veri e propri lager, dove centinaia di migliaia di giovani donne e uomini sono costretti a vivere (la maggioranza abita, dorme e mangia all’interno dei compound aziendali in alloggi degradati e superaffollati) e lavorare in condizioni di semi schiavitù (orari e ritmi massacranti, paghe irrisorie, disciplina militare).
L’attenzione dei media è stata attirata su questa realtà dai sucidi che, per alcuni lavoratori, sono diventati l’unica, terribile, forma di lotta per opporsi a questa condizione e denunciarla agli occhi del mondo. Una terribile “arma finale” cui è stato necessario ricorrere perché nessuno (sindacato, partito, amministrazioni locali, polizia) difende le vittime dai soprusi cui vengono sottoposte, né impone di rispettare le pur lasche regole in materia di salario minimo, divieto del lavoro minorile, tutela della salute, protezione dagli infortuni, ecc. Al contrario: partito, burocrati e funzionari locali collaborano attivamente ad “arruolare” decine di migliaia di giovani studenti, spedendoli in fabbrica con la scusa di far compiere loro dei percorsi di formazione professionale; mentre polizia ed esercito intervengono a reprimere con la violenza le rivolte che sempre più frequentemente scoppiano nelle fabbriche.
Recensendo il libro Alessandro Gilioli richiama l’attenzione sulla “filosofia” che governa Foxconn: il libretto dei pensieri di Mister Gou (derisoria parodia del libretto di Mao), gli slogan recitati in coro per rafforzare disciplina e spirito di gruppo, le punizioni con umiliazione pubblica del colpevole. Ma soprattutto coglie il punto essenziale: su ogni 100 euro che spendiamo per comprare un prodotto Apple, solo 1,8 euro vanno a chi lo ha fabbricato. Tradotto dalle cifre statistiche al crudo linguaggio della lotta di classe, ciò significa che il luccicante regno creativo di Apple non è qualcosa di diverso dall’inferno Foxconn; i ritmi spaventosi di lavoro che uccidono gli operai cinesi sono provocati dai tempi di consegna e dalle esigenze pressanti che Apple impone al suo contractor, così come i salari miserabili sono dettati dall’esigenza di mantenere i più elevati possibili i margini di profitto di quel “sistema” integrato che è Apple/Foxconn…”.

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ucraina: assassinato mozgovoy, comandante della brigata del donbass (da proletari comunisti)

Donbass: assassinato il comandante comunista Aleksey Mozgovoy

Una notizia ferale, tragica, per le conseguenze politiche che avrà nel conflitto in corso nelle regioni orientali dell’Ucraina che hanno perso oggi un combattente formidabile.
Il comandante della Brigata Fantasma – che si dichiara esplicitamente comunista – Aleksey Mozgovoy è stato assassinato nel tardo pomeriggio di oggi tra Alchevsk e Lugansk. Il capo della Prizrak è stato vittima di un agguato nel quale è stata uccisa la sua segretaria Anna, due miliziani ed alcuni civili. Per ora le notizie non sono ancora dettagliate, ma l’annuncio ufficiale della morte di Mozgovoy è stato diffuso dalla sua brigata e da numerosi organi di stampa locali e russi. L’auto a bordo del quale viaggiavano Mozgovoy e la scorta é stata fatta saltare in aria e poi gli occupanti sono stati crivellati di colpi. Attaccate con armi automatiche altre tre automobili che facevano parte del convoglio.
Pochi giorni fa Aleksey Mozgovoy e la sua brigata, di fronte ai tentennamenti del governo della Repubblica Popolare di Lugansk, si era assunto la responsabilità di ospitare più di 100 internazionalisti provenienti da una decina di paesi europei, compresi una cinquantina di attivisti italiani giunti in Donbass nell’ambito della Carovana Antifascista organizzata dalla Banda Bassotti. Per ora non è chiara la paternità dell’agguato e degli omicidi. Di sicuro Mozgovoy – così come i suoi combattenti – aveva nemici non solo sul fronte del governo sciovinista di Kiev alle cui forze militari aveva per ben due volte inflitto sconfitte cocenti.
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markionne propone e renzi segue a ruota: sindacato unico

SlaiCOBAS per il Sindacato di Classe

Qualche settimana fa, come avevamo scritto in questo blog, Marchionne, dopo la formazione del sindacato di capi e quadri presentatosi alle ultime elezioni Rsu alla Sata di Melfi in tandem con il sindacato giallo Fismic, ha cominciato a parlare che era meglio che si organizzasse un (suo) sindacato unico. E la Fismic traducendo subito questa richiesta del padrone in una lettera alla Fim scriveva:  “le sigle sindacali sono troppe nel nostro Paese e sono un residuo degli anni 50. Per affrontare il futuro servono strumento nuovi. In Fca esistono un sindacato maggioritario che è quello partecipativo e uno minoritario che è quello antagonista. la Fiom. Sarà bene che i sindacati partecipativi trovino un’intesa”.

E’ la strada, dicevamo, per l’affossamento della idea stessa dell’organizzazione sindacale dei lavoratori, per la sola legittimazione del sindacato corporativo padronale, che ha come compito solo quello di far passare tra gli operai i piani del padrone, di spianarne la strada, di impedire l’opposizione, le lotte – e non è un caso che l’altro passaggio è stato affidare alle Rsu il compito di raffreddamento del diritto di sciopero!
Su questa strada, come nel fascismo, chi non avrà la tessera del sindacato unico rischierà di essere licenziato.
Oggi, con l’uscita di Renzi, possiamo dire che il padrone propone e Renzi dispone…
Matteo Renzi dai microfoni del Giornale radio Rai ha detto: “Mi piacerebbe arrivare un giorno al sindacato unico, ad una legge sulla rappresentanza sindacale e non più a sigle su sigle su sigle”.
Dopo l’attacco all’art. 18 e l’avvio di un percorso che va verso l’abolizione di tutto lo Statuto dei lavoratori”, ecco un altro passaggio da regime di moderno fascismo.

Qui nessun lavoratore può farsi ingannare. Questo passo non c’entra nulla con l’esigenza del movimento operaio di unità dei lavoratori, indipendentemente dalle sigle sindacali.
C’entra invece con una profonda divisione/contrapposizione che si vuole creare tra i lavoratori, tra quelli che piegano la testa ai ricatti, alle minacce dei padroni e quelli che non ci stanno e vogliono opporsi.
C’entra con un sindacato che non è più sindacato, ma una longa manu del capitalista tra gli operai per affossare ogni loro diritto. 
MA LE CRITICHE A RENZI DEI SINDACATI CONFEDERALI SONO DI AUTOPROMOZIONE (vedi la Cisl) O IPOCRITE (vedi la Uil e più ancora la Cgil)!
La Fim Cisl, come a Marchionne aveva risposto: “La Fim Cisl ritiene non più rinviabile un processo rifondativo e di rinnovamento del sindacalismo italiano, per poter meglio rispondere alla sfida della rappresentanza del futuro… La proliferazione di innumerevoli sigle sindacali in ogni settore ha di fatto indebolito la forza complessiva di tutto il sindacato”; oggi a Renzi la Furlan dice: “L’Italia ha bisogno di sindacati responsabili e riformatori, capaci come ha fatto sempre la Cisl nella sua storia di guidare le trasformazioni del Paese con una linea partecipativa e non antagonistica, assumendosi le responsabilità con la politica di concertazione…”.
La Uil, per bocca di Barbagallo afferma che Renzi “sembra che voglia far prevalere il modello dell’uomo solo al comando e che intenda esportare questa sua idea anche nel mondo del lavoro e del sociale…”;
così la Camusso ha risposto: “una concezione che è concettualmente sbagliata perché presuppone che la totalità di orientamenti e la rappresentanza di tutti i soggetti, anche diversi, che vi sono nel mondo del lavoro, vengano inclusi in un pensiero unico che non fa parte della modernità”, 
Ma entrambi sono evidentemente ipocriti. 
Il patto sulla rappresentanza siglato con la Confindustria il 10 gennaio 2014, altro non è che fare dei sindacati confederali il “sindacato unico”, contro la libertà dei lavoratori di scegliere altri sindacati.
La Cgil e la Uil quando devono difendere le loro organizzazioni parlano di legittimità della presenza di “soggetti diversi nel mondo del lavoro”, quando devono attaccare, cercare di impedire la presenza di sindacati, organismi di base parlano anch’essi il linguaggio del “fascismo”. 
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alessandria, sabato 23 maggio: corteo contro le cave del terzo valico ferroviario dei giovi

Sabato ventitre maggio, Alessandria è il teatro di un pomeriggio di mobilitazione contro il Terzo Valico ferroviario dei Giovi: in particolare contro le previste cave di Cascina Bolla e Cascina Clara; l’appuntamento è alle ore 15:00, sulla centralissima piazza della Libertà, e precisamente davanti al palazzo comunale.

Al momento del mio arrivo sono circa duecento i presenti; tra essi, anche grazie agli striscioni che compaiono distesi sul selciato, si notano: i comitati No Tav-Terzo Valico del Basso Piemonte; i Comitati di Base della val Bormida; i No Tav Torino e Cintura; le sezioni locali delle associazioni Medicina Democratica e Legambiente; alcuni cittadini di Casale Monferrato, facilmente individuabili per le bandiere legate al collo con su scritto “Eternit: Giustizia”.

Sul piazzale, dove è montato un gazebo che offre gadgets e pubblicistica del movimento, sono anche presenti – pur senza alcun segno che ne distingua la provenienza ideologica – militanti delle istanze locali di alcune organizzazioni politiche: Laboratorio Sociale; Laboratorio anarchico PerlaNera; Partito Comunista dei Lavoratori; Partito Comunista d’Italia; Rifondazione Comunista; Proletari Comunisti.

Alle ore 15:45 si interrompe la musica diffusa dal sound system, montato su un furgoncino bianco, per dare spazio alla voce di Claudio Sanita, esponente del Laboratorio Sociale e leader del movimento che si oppone alla costruzione della nuova linea ad alta capacità ferroviaria Genova Fegino-Rivalta Scrivia.

Questi lamenta che “la Giunta – a differenza di quanto promesso in campagna elettorale – ha deciso, senza consultare nessuno, di autorizzare le cave per il Terzo Valico che stanno avvelenando gli abitanti dei quartieri di Spinetta Marengo e del Cristo”; la proposta che avanza, in questa che è la terza giornata in nove mesi dedicata al tema, è che “la sindaco (la sedicente democratica Maria Rita Rossa, n.d.r.) scriva, al più tardi lunedì, una lettera alla Regione Piemonte nella quale dichiara l’indisponibilità, da parte della città, ad ospitare le cave di stoccaggio dello smarino proveniente dai cantieri”.

Alle ore 16:00, finalmente, il corteo – che nel frattempo ha raggiunto il migliaio di unità – si mette in movimento: in testa, dietro il sound system, si trova lo striscione “Giù le mani dalla nostra terra”, firmato dal Movimento No Tav-Terzo Valico, seguito da quello dei Comitati di Base della val Bormida “No al Terzo Valico. No alle discariche di Sezzadio”; alla coda del serpentone si posizionano invece i torinesi con il drappo nero “Torino e cintura sarà dura”, preceduti da due finte bare grigie con cartelli che recitano, rispettivamente: “Alessandria” e “Spinetta”.

La manifestazione si snoda per il centro della città, passa davanti alla stazione ferroviaria, e si conclude nella stessa piazza da dove era partita, tra la soddisfazione degli organizzatori per i quali “non era affatto scontato raggiungere un tal numero di partecipanti”.

(pubblicato su L’inchiostro fresco il 24 maggio)

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la lega di salvini viene dai ladri e diventa di razzisti assassini (da proletari comunisti)

Truffa ai danni dello Stato, Umberto Bossi e Francesco Belsito a giudizio

Francesco Belsito e Umberto BossiFrancesco Belsito e Umberto Bossi

Genova – L’epopea della family e delle spese dell’inner circle della famiglia Bossi si trasformerà in un maxi-processo, insieme allo scandalo dei soldi trasferiti in Tanzania. Lo ha deciso ieri il giudice dell’udienza preliminare Massimo Cusatti, che ha rinviato a giudizio l’ex segretario della Lega Nord Umberto Bossi insieme all’ex tesoriere Francesco Belsito, due imprenditori e tre revisori del conti del Carroccio, accusati a vario titolo di riciclaggio e truffa ai danni dello Stato.
Il solo Belsito è accusato anche di appropriazione indebita. Il processo prenderà il via il prossimo 23 settembre di fronte ai giudici della seconda sezione penale, primo collegio. Era stato il gup Cusatti ad avere riunito il procedimento nei confronti di Francesco Belsito, Umberto Bossi e gli altri tre esponenti della Lega Stefano Aldovisi, Diego Sanavio e Antonio Turci, con quello nei confronti di Belsito, Stefano Bonet e Paolo Scala, accusati di riciclaggio.
L’indagine nei confronti dell’ex tesoriere, Scala e Bonet riguarda il presunto riciclaggio di 5,7 milioni che Belsito avrebbe usato per investimenti e l’acquisto di diamanti a Cipro e in Tanzania. L’inchiesta su Bossi e Belsito riguarda l’uso improprio di denaro pubblico, circa 40 milioni di euro, per scopi personali, reato a cui avrebbero concorso anche i revisori dei conti Aldovisi, Sanavio e Turci.
I cinque, in questo filone del processo, rispondono di truffa ai danni dello Stato perché – si legge nella richiesta di rinvio a giudizio -«in concorso tra loro con artifici e raggiri, traendo in inganno i revisori pubblici nominati dei presidenti di Camera e Senato deputati al controllo di regolarità di tale rendiconto e traendo in inganno gli stessi presidenti che disponevano la liquidazione dei rimborsi, ottenevano la somma di circa 40 milioni di euro».

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