verso il 150° anniversario della comune di parigi. 18 marzo 1871/2021: assemblea nazionale telematica (da proletari comunisti)

 18 marzo ore 17

link: https://meet.google.com/vvf-ugqy-mk

Prosegue, dopo la celebrazione, la continuazione degli incontri nazionali telematici per il 100° anniversario della fondazione del P.C.d’I.

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genova, lunedì 8 marzo: presidio, al miur, del mondo della scuola

In occasione della Giornata Internazionale della Donna e della Lavoratrice anche Genova fa la sua parte: il collettivo Non Una Di Meno organizza – a partire dalle ore 15:00 – un presidio in via Assarotti, davanti al civico 38, dove ha sede il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca.

Non una di meno: l'8 marzo noi scioperiamo! – Non una di meno

Tanti sono gli obiettivi della manifestazione, denominata “La scuola ha bisogno di cura adesso!”, che vede la partecipazione anche di altre realtà, quali: il collettivo di docenti In-segno, la rete E’ già settembre, il collettivo studentesco Come Studio Genova, nonché i sindacati S.I. Cobas Genova, Cobas Scuola Genova, e Slai cobas per il sindacato di classe.

Si va dall’aumento dei fondi alla scuola pubblica all’assunzione e stabilizzazione del personale precario, passando per l’eliminazione della Didattica a Distanza e delle così dette “classi pollaio”: a detta degli organizzatori le aule scolastiche non dovrebbero contenere più di quindici alunni ciascuna.

L’appuntamento è in via Giovanni Bertora, una stradina a sinistra dell’edificio principale, dove un certo numero di partecipanti si riunisce davanti all’Ufficio Scolastico provinciale, a pochi metri dalla sinagoga cittadina, per poi raggiungere l’entrata principale dell’edificio.

Qualche minuto dopo si materializzano le militanti di Non Una Di Meno, munite di alcuni striscioni che ripetono le parole d’ordine della giornata contenute anche nel volantino unitario distribuito ai passanti: grazie ai nuovi arrivi, il presdio si gonfia sino ad essere formato da un centinaio di persone.

Particolarmente visibili, per la presenza delle loro bandiere, di alcuni cartelli recanti le loro rivendicazioni specifiche, e di uno striscione – “8 marzo sciopero! No licenziamenti! Salario e diritti per tutti” – sono i militanti del sindacato S.I. Cobas.

Tutti gli interventi riprendono la necessità della giornata di sciopero odierna, ringraziano i sindacati conflittuali presenti, e stigmatizzano il vergognoso comportamento della Commissione di Garanzia degli Scioperi.

Essa ha impedito alle lavoratrici della scuola di esercitare un diritto, costituzionalmente garantito, che però nei fatti è impedito da accordi firmati da sindacati che non si possono nemmeno definire tali non facendo, ormai da lungo tempo, gli interessi di chi dovrebbero rappresentare.

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libia. la concorrenza dei ladri per dividersi il bottino (da proletari comunisti)

Una utile denuncia dell’imperialismo italiano e i giochi in corso in Libia

Operai Contro

La borghesia italiana fra russi e turchi rivendica un posto al tavolo per la spartizione del petrolio libico, ci sono di mezzo i profitti dell'ENI

La borghesia italiana fra russi e turchi rivendica un posto al tavolo per la spartizione del petrolio libico, ci sono di mezzo i profitti dell’ENI

L’articolo di Repubblica del 21 febbraio 2021 già dal titolo, “Il vallo di Putin e le fortezze turche – La nuova Libia ha due soli padroni” di Gianluca Di Feo”, mal dissimula le sue vere intenzioni: nessuno dei due padroni è italiano e va messa una pezza. Quando viene pubblicato, Draghi ha da poco stilato la sua lista dei ministri, deve ancora presentarsi alle camere per ottenere la fiducia, ma Di Maio, nella spartizione di poltrone tra i partiti, è appena stato riconfermato ministro degli esteri. La Repubblica si fa allora portavoce della borghesia italiana che conta, quella che fa profitti in giro per l’Africa e nel Mediterraneo, senza farsi troppi scrupoli, corrompendo e pagando politici e milizie locali. È certa che Draghi sarà sensibile agli interessi delle multinazionali italiane ma la riconferma di Di Maio forse la preoccupa, ne ha costatato l’inconsistenza nel rappresentarla nel mondo. Il quotidiano in mano alla famiglia Agnelli-Elkan lancia pertanto l’allarme al nuovo governo: “bisogna decidere se l’Italia intende ancora giocare un ruolo da protagonista nel Mediterraneo.” E il capitolo più caldo è da anni certamente la Libia dove i profitti dell’ENI in particolare, ma non solo, sono messi in discussione. Le rassicurazioni di Draghi non si faranno attendere, prontamente nel discorso per ottenere la fiducia alle camere dichiarerà: “Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa”.

IL MESSAGGERO DI CALTAGIRONE E LA PAURA DI PERDERE TRIPOLI
Ancor più esplicito del giornalista di Repubblica è Alessandro Orsini che cura una rubrica domenicale su Il Messaggero di Roma, di proprietà dei Caltagirone – noti imprenditori italiani nel settore edile e grandi lavori. “Che l’Italia sia riuscita a mantenere Tripoli è una specie di miracolo” … “La politica internazionale non è la politica interna, in cui si procede a colpi di “mi è simpatico/antipatico”. La politica internazionale è l’arena degli Stati. Qui si procede a colpi di “, muoio/sopravvivo” (L’Italia, la Libia e lo scandalo delle armi ad Haftar). Questo secondo campione dell’informazione asservita al grande capitale italiano quando parla esplicitamente del pericolo corso (“mantenere Tripoli”), ovvero che l’Italia avrebbe potuto perdere Tripoli, non sta in un altro secolo sotto il regime di Mussolini, ma parla, deridendo i 5 stelle, per conto dell’Eni al nuovo governo Draghi del 2021. Ciò che lo induce a tanta chiarezza è quanto pubblicato il 19 febbraio 2021 dal “New York Times”: un dossier Onu sulla violazione dell’embargo della vendita di armi al generale Haftar da parte di Erik Prince, fondatore della compagnia Blackwater (una compagnia militare privata americana).

TRIPOLI SEMBRAVA PERSA, MA LE ARMI PER CONQUISTARLA NON ARRIVARONO
I fatti denunciati dall’Onu risalgono alla primavera-estate 2019, quando sembrava che da un momento all’altro Tripoli dovesse cadere mano militare nelle mani di Haftar che ad aprile l’aveva presa d’assedio. Haftar, generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Tobruk (Cirenaica, Libia Est), già sostenuto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia, con anche gli armamenti della statunitense Blackwater avrebbe potuto prendersi Tripoli. Prenderla all’Italia, il “muoio” secondo il giornalista che scrive per il giornali dei Caltagirone.
Qualcosa andò però storto nei traffici tra Haftar e Blackwater, la Giordania attraverso la quale dovevano transitare gli armamenti tra cui 3 temibili elicotteri da combattimento, evitò la “sciagura industriale” interessi dell’ENI e la “sciagura nazionale” alla borghesia italiana.

I PADRONI DI TRIPOLI CHIESERO ARMI ALL’ITALIA PER LA CONTROFFENSIVA MA PER L’EMBARGO VENNERO NEGATE
Per capire meglio la questione, va detto che in quello stesso periodo il governo della Tripolitania chiese sostegno in armamenti all’Italia, ma gli venne negato. Lo stesso capo del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli (Tripolitania, Libia Ovest), Fayez al-Sarraj, prima ancora di andare a Roma, volò direttamente a Milano (1 luglio 2019) per spianare la strada alle sue richieste con l’allora vicepresidente Matteo Salvini, evidentemente ritenuto dai libici uomo forte e deciso del governo Conte I. Ma il governo italiano non oso tanto, va bene protestare nelle sedi internazionali contro il sostegno della Francia (Total) ad Haftar, ma da qui a fornire direttamente le armi a Tripoli mettendosi contro Ue, Usa e Onu evidentemente ne passava. Eppoi l’Italia non ha una sua Blackwater per questi giochi sporchi, solo i servizi segreti, che sono più esposti politicamente.

I TURCHI AGGIRANO L’EMBARGO
Un membro della delegazione libica descrisse allora la vicenda in questo modo: «il premier [Al-Sarraj, ndr] avrebbe chiesto all’Italia forniture di armi per consentire la controffensiva in difesa di Tripoli. Come ha fatto la Turchia, che non ha subìto nessuna punizione dall’Onu per la violazione dell’embargo». Ecco, appunto, la Turchia. Quella Turchia a cui da allora la borghesia di Tripoli (Libia Ovest) si è consegnata per evitare la conquista da parte dell’altra fazione, quella di Haftar (Libia Est).

PUTIN ED ERDOGAN SI DIVIDONO LA LIBIA SUL CAMPO
Ma torniamo all’articolo di Repubblica perché lì, oltre a fare una descrizione puntuale e dettagliata della spartizione sul campo della Libia tra la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan, si prefigura da una parte il solito ambiguo ruolo della borghesia italiana che fa affari con tutti i potentati locali (leggasi tangenti alle milizie e ai politici), dall’altra una storica tutela dell’alleanza con gli Usa, che con Biden, superata l’era di Trump, torni a fare da contrasto agli imperialismi francesi e russi. In breve quest’anima della borghesia italiana dando per assodato il vallo di Putin, vorrebbe soprattutto che le altre potenze imperialiste atlantiche non mettessero in discussione i contratti in essere della propria multinazionale degli idrocarburi nell’Ovest della Libia, in cambio sarà disposta (questo è l’appello a Draghi ad assumere un ruolo da protagonista nel Mediterraneo) a fornire uomini e mezzi a una coalizione militare che fermi le smanie di conquista della Turchia in tutto il Mediterraneo.

L’ITALIA CERCA DI INSERIRSI NELLA SPARTIZIONE
MA LA TURCHIA CONTROLLA TRIPOLI

Peccato che la Turchia è ormai ben insediata a Tripoli, cioè proprio in quel Nord-Ovest dove gli interessi dell’Eni e delle altre società italiane di costruzione e impiantistiche sono più radicati, e da dove non ha nessuna intenzione di andarsene. Anzi, è pronta a passare all’incasso del sostegno militare fornito a Tripoli nel momento del bisogno, e che ha permesso di fermare Haftar alle porte di Tripoli, gettarlo oltre Misurata a Sirte e poi costringerlo ad assestarsi, costruire il vallo russo. Le sue aziende – dice Erdogan – sono ora pronte alla ricostruzione della Libia. La sua compagnia petrolifera, la Turkish Petroleum Company (Tpao), è all’opera dal giugno 2020, dopo aver ricevuto dal GNA di Tripoli le autorizzazioni, in prospezioni petrolifere nella zona economica esclusiva libica. Per la Turchia, spiega al-Arab, la Libia rappresenta un “polmone” attraverso cui la propria economia può tirare sospiri di sollievo, e, pertanto, Ankara non sembra essere disposta a favorire la calma nel Paese, “contraria ai suoi interessi”.

ALLORA PER CONVENIENZA, UNA PARTE DELLA BORGHESIA ITALIANA VORREBBE APRIRE ALLA TURCHIA
Ecco dunque un Alessandro Orsini, giornalista dei Caltagirone, arrivare a sostenere che l’Italia, dopo aver fatto combattere alla Turchia la guerra in Libia ed aver vinto le mire francesi, debba ora stringere un patto di ferro con Erdogan. E’ uno che parla chiaro e così scriveva già settembre scorso: “è stata necessaria la guerra, che la Turchia ha combattuto al posto dell’Italia. Siccome Conte non poteva sparare contro Haftar, ha lasciato che fosse Erdogan a premere il grilletto. Il risultato, favorevolissimo all’Italia, è stato che Haftar ha invocato la pace con la foga di chi sta per affogare, d’intesa con il presidente dell’Egitto, al-Sisi. Senza Erdogan, Tripoli sarebbe caduta e l’Italia avrebbe subito un’umiliazione davanti al mondo intero, oltre a essere danneggiata nei suoi interessi materiali”. Il 23 febbraio scorso, dopo l’articolo del NYT di cui abbiamo parlato sopra, e che gli confermerebbe le sue tesi che gli interessi della borghesia italiana sono minacciati proprio da quelli che sono i suoi alleati storici, ritorna alla carica: “Il governo Draghi deve avviare una politica di amicizia con la Turchia, che abita accanto all’ambasciata italiana a Tripoli”.

LA REPUBBLICA E IL MESSAGGERO SI CONFRONTANO SULLE SCELTE DELL’IMPERIALISMO ITALIANO

Non è certo la prima volta nella storia che la borghesia italiana nei suoi rapporti internazionali mostra tutte le sue ambiguità e arriva anche a dividersi al suo interno per decidere con quale altra potenza allearsi per tutelare i propri interessi. Se quindi dietro alle tesi di Repubblica si scorge il desiderio di tornare al passato, alla Libia di Gheddafi in cui il capitale italiano faceva da unico padrone straniero, tesi che prefigura la pura illusione della pacifica uscita di scena sia di Turchia che di Russia (e Francia) per volontà di un nuovo fantomatico governo libico di “rassemblement” nazionale, dietro alle tesi del Messaggero si scorge la lucida costatazione che conviene al capitale italiano venire a patti con la Turchia di Erdogan. In ambedue i casi, qualsiasi sia la scelta che il governo Draghi farà, dietro vi stanno i tentativi di non perdere del tutto il controllo dei pozzi di petrolio e gas in Tripolitania.

R.P.

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partito, mfpr, rivoluzione proletaria… da un intervento di “proletari comunisti-pcm italia”

… L’Mfpr è un punto chiaro, forte dell’elaborazione e della storia di proletari comunisti/ Pcm, sia teorico che pratico.

Il voluminoso dossier prodotto nel 20° anniversario della fondazione del mfpr 2005-2015testimonia in maniera inconfutabile l’enorme mole di lavoro svolto, le molteplici battaglie fatte nel movimento delle donne e nella lotta di classe in generale. E’ stato un aspetto del marxismo-leninismo-maoismo verificato, che come tale va assunto, ripreso e portato avanti.

Noi avevamo raccolto una bandiera: tutte le donne che si ribellano vengono tacciate di essere femministe. La costruzione del Partito Comunista per doveva prendere questo aspetto del femminismo per farlo diventare organico al femminismo proletario rivoluzionario.

Nell’analisi del movimento delle donne avevamo analizzato l’aspetto della condizione delle donne in un paese imperialista, in particolare i settori di piccola borghesia, in cui si diffondono concezioni individualiste, concentrate sulla proprie miserie in cui non conti nulla. Alcune delle teorie piccolo borghesi che vengono seminate nel movimento delle donne devono essere battute, altrimenti diventano armi contro la costruzione del Partito comunista e la rivoluzione proletaria.

Tutta l’elaborazione del mfpr deve essere coltivata, trasmessa, aggiornata, diffusa, come l’importante e originale elaborazione innovativa, sulle uccisioni delle donne, la condizione sessuale delle donne, ecc.

Noi siamo partiti da una storia concreta e da un’analisi della condizione delle donne a 360° per elaborare l’mfpr; come siamo partiti dalle espressione più autentiche della ribellione delle donne. 

L’Mfpr lavora perché nasca nel nostro paese un organismo di massa delle donne molto largo, soprattutto delle donne proletarie.

A causa della doppia oppressione è complesso e difficile l’approdo alla costruzione del Partito delle donne in tutte le sue fasi, in particolare oggi al processo di costituzione, costruzione. 

L’Mfpr è uno strumento per trattare questa contraddizione. 

Le compagne del Mfpr devono interpretare il movimento reale delle donne per una doppia rivoluzione. 

Per assolvere al loro ruolo nella costruzione del Partito è necessario che le compagne si organizzino nel Partito collettivamente e tengano ogni volta che sia necessario delle riunioni separate. I problemi delle compagne, a fronte della doppia oppressione, della permanenza del patriarcalismo e maschilismo devono essere affrontati con la discussione collettiva, per essere più forti nell’organizzazione e nella lotta di classe, perchè le donne nella battaglia per il Partito e nel Mfpr abbiano un legame d’acciaio, necessario nella lotta contro le concezioni patriarcaliste, maschiliste, arretrate anche nell’organizzazione comunista , perché le compagne siano la “sinistra della sinistra”. 

Questo serve anche a combattere la divisione, uno spirito di concorrenza, un difensivismo presenti nelle compagne e nelle donne. 

Le compagne non possono diventare dirigenti dell’organizzazione se non sono portatrici della linea della lotta alladoppia oppressione. Nella nostra esperienza abbiamo verificato sia in positivo che in negativo come questo ruolo possa essere interpretato da compagne nel processo di costruzione del Partito e nel ruolo del Mfpr. Abbiamo visto come nel bilancio dell’esperienza le compagne sono state spesso motore della crescita ideologica dell’insieme dell’organizzazione. 

Noi lavoriamo perché si affermi nel Partito e nel movimento rivoluzionario donne che vogliono prendersi in mano tutti i problemi della costruzione del Partito, della strategia della rivoluzione, della teoria, della politica, dell’organizzazione; armate di odio infinito, della voglia di rovesciare il mondo. Donne che però sanno bene legarsi e di essere legate alle donne più sfruttate e oppresse, alla loro lotta

L’mfpr serve e conduce una battaglia ideologica, teorica, culturale e pratica su tutto questo, per tutto questo. Una battaglia difficile e controcorrente se si guarda a ciò che sta all’esterno, un universo di stupidità, autoreferenziale, preda facile delle ultime mode del sistema imperialista. Deve essere prodotta una critica radicale delle ideologie piccolo borghesi nel movimento delle donne, facendo leva sulla combattività e gioia delle lotte proletarie, per spazzare via questo mondo, per farne sempre più la forza che incarna lo scatenamento e l’organizzazione della furia delle donne come forza motrice della rivoluzione. 

Facendo con determinazione, combattività questo lavoro, le compagne hanno l’opportunità di guidare il percorso della rivoluzione nella rivoluzione.

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riceviamo da “unione di lotta per il partito comunista” e volentieri pubblichiamo

Un 8 Marzo in pandemia

Il valore e la qualità della resistenza delle donne

Anche quest’anno l’8 marzo cade in un momento di grande difficoltà e di sofferenza per le masse popolari, per i lavoratori e per le lavoratrici, che fornisce ai capitalisti- grazie alla “pandemia”-  la possibilità di continuare a sferrare l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro.

Sul fronte delle donne si sprecano studi, prese di posizione, presunte soluzioni economiche, per sottolineare come durante e a “causa” della pandemia, esse abbiano pagato un prezzo maggiore in perdita di posti di lavoro, infortuni, liquidazione delle conquiste, oppressione e violenze in ambito lavorativo e domestico.

Ma quali sono le risposte da parte della classe dominante?

Vengono proposte false soluzioni come il Recovery Plan, “un’occasione da non perdere per cominciare ad aggredire le profonde disuguaglianze di genere”, come dichiarava in questi giorni la sottosegretaria del Ministro dell’economia Guerra.  

Già nel 1920 Clara Zetkin scriveva che ”la tendenza dilagante a cacciare la donna dalla produzione dei beni sociali e dalla cultura trova la sua ragione ultima nella brama di profitto del capitale che vuole perpetuare il suo potere di sfruttamento, essa dimostra l’inconciliabilità dell’economia capitalista, dell’ordinamento borghese con gli interessi più profondi della stragrande maggioranza delle donne e dei membri della società in generale.

In un sistema capitalista decadente le rivendicazioni e i diritti delle donne, sono oggetto di continui attacchi (come la legge 194) che tendono, in un sistema di rapporti di forza sfavorevoli, alla loro completa eliminazione.

NESSUNA CONQUISTA È PER SEMPRE IN UNO STATO CAPITALISTA

La rana in fondo al pozzo che pensa che il cielo sia grande quanto il cerchio in cima, se giungesse all’esterno avrebbe una visione interamente differente.

Questa visione mostra non solo che le catene dello sfruttamento e dell’oppressione sono più pesanti e più strette per le donne, ma anche che le donne  attraverso il loro protagonismo e cioè la lotta, indicano la strada per spezzarle.

Uscire dal pozzo significa superare il limite di una visione unilaterale, frutto anche della frantumazione imperante, con la quale si vedono la  classe operaia, i lavoratori e le masse popolari come fossero un corpo indefinito, e la questione delle donne come solo una questione di genere. Non si parla della resistenza delle donne della classe operaia, delle donne delle masse popolari, si elimina la contraddizione di classe tra sfruttatori e sfruttati,  e si disperde un patrimonio di conoscenze e apprendimento; non viene restituita  l’enorme ricchezza, la peculiarità, la qualità rivoluzionaria, necessarie per liberare le donne e gli uomini dall’oppressione capitalista e del patriarcato funzionale alla sopravvivenza dell’attuale sistema.

Molti anni fa due giovani donne in occasione dell’8 marzo in una semplice frase diedero voce alla necessità di far vivere il protagonismo femminile: “non vogliamo rimanere donne a metà ma vogliamo esprimere appieno le nostre potenzialità”. 

Non sono la potenzialità che mancano ma la difficoltà di esprimerle e raccoglierle nella lotta, eppure sono proprio ciò da cui dobbiamo partire, ciò che dobbiamo sviluppare, perché costituiscono la qualità del nostro lavoro. 

Per questo ci sforziamo di valorizzare “i piccoli segnali”, attraverso la richiesta ad alcune donne, lavoratrici, compagne, di raccontarci “l’altra metà della resistenza”, convinti che la miglior educazione si ottiene nel corso della lotta e anche attraverso esempi non solo negativi, ma anche positivi.

Dall’8 marzo fino al 25 Aprile, attraverso le testimonianze delle protagoniste di questa resistenza vogliamo mostrare come le donne insegnano e come i risultati che ciascuna ottiene possono, se non dispersi in centinaia di rivoli, essere fatti propri da chi ne ha bisogno e ulteriormente sviluppati.

Uno stimolo, che ci aiuti a sviluppare la consapevolezza, di poter dispiegare quella potenzialità collettiva, che sappia conquistare il grado più alto dell’emancipazione femminile, la misura naturale dell’emancipazione sociale.

8 Marzo 2021

Unione di lotta per il Partito comunista

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india, cc pci (maoista). Ritirare immediatamente l’esercito indiano, schierato contro il popolo indiano! (da icspwi)

PARTITO COMUNISTA DELL’INDIA (MAOISTA)

Comitato centrale

Comunicato stampa  

Appello ai rivoluzionari, di sinistra, agli intellettuali democratici e progressisti, ai nazionalisti e patrioti

Cari compagni e amici, Sapete tutti che negli ultimi 50 anni abbiamo costruito un movimento rivoluzionario. Il movimento rivoluzionario guidato dal nostro partito non è tollerato dalle classi dominanti. Questo movimento rivoluzionario è diventato il maggiore ostacolo alla loro rapina. E loro sanno che non possono uscire dal pantano della crisi senza superare questo “ostacolo”.

Perciò, già nel 2005 indicarono “l’estremismo di sinistra” (cioè il nostro partito) come la più grande minaccia per la sicurezza interna del nostro paese. Perciò si muovono freneticamente per sradicare il nostro partito e il movimento rivoluzionario in India. Perciò hanno, dissimulatamente, schierato l’esercito indiano nelle regioni del nostro movimento rivoluzionario.

Inoltre, pianificano anche l’applicazione dell’Armed Forces Special Powers Act (AFSPA). Abbiamo visto tutti quante vite ha stroncato l’AFSPA in Kashmir e nel Nord-Est del paese. Ben presto gli speroni di ferro dell’esercito indiano calpesteranno senza pietà il popolo delle regioni del nostro movimento nell’India centrale e orientale. Ciò è inaccettabile per qualsiasi cittadino indiano di qualsiasi estrazione. È semplicemente incostituzionale.

Chiediamo a tutti di opporsi fermamente, sviluppando un momento per richiedere il ritiro dell’esercito indiano. Da quando il governo indiano ha dichiarato “l’estremismo di sinistra” (cioè il nostro partito) la più grande minaccia alla sicurezza interna del nostro paese, ci sono state campagne di repressione continue e prolungate contro il nostro partito, il movimento rivoluzionario e le masse rivoluzionarie.

Sappiamo tutti che tra il 2005 e il 2009, agli ordini dei governi locali o centrali, sono state organizzate e scatenate contro masse le milizie fasciste, Salwa Judum e Sendra, e nelle aree del movimento si è imposto un clima di terrore. Già allora ci siamo uniti per sconfiggere i loro assalti. Poi, a metà del 2009, il nemico ha lanciato la Operazione Green Hunt, allo scopo di sopprimere il nostro movimento in tutta l’India. A seguito della nostra resistenza, nel 2017 lo Stato indiano ha ripianificato e dal maggio di quell’anno portano avanti su più fronti la operazione SAMADHAN, pianificata per 5 anni. Sono tre anni e mezzo che la affrontiamo. Ora, mentre il termine di SAMADHAN si avvicina, il Nord del paese è ancora in agitazione. Di conseguenza, dal dicembre 2019, hanno lanciato un nuovo piano, chiamato “Prahaar”.

In questo contesto, da novembre 2020 il Prahaar è stato intensificato. Sotto la guida del nostro partito, il movimento rivoluzionario e il PLGA stanno dando risposta adeguata e alcune azioni come quella guidata dal PLGA nei pressi del villaggio di Minapa il 21 marzo 2020, li hanno atterriti.

Perciò, per sradicare il movimento rivoluzionario indiano, il 15 ottobre 2020 il consigliere per la sicurezza nazionale interna Vijay Kumar ha tenuto una riunione in videoconferenza dei vertici delle polizie e paramilitari di cinque stati, delle agenzie locali e centrali di intelligence e ha definito un nuovo piano di attacco finale, da attuare tra novembre 2020 e giugno 2021, con tattiche in 10 punti basata sulla linea di operazione militare.

Prima dell’annuncio di questo piano, la polizia aveva ammesso la morte di 4 effettivi dell’esercito nell’imboscata presso il villaggio di Minapa del 21 marzo 2020, realizzata dal PLGA. Anche se a questa campagna partecipano in veste di DRG, è chiaro che le classi dominanti indiane stanno schierando l’esercito facendo guerra al popolo dell’India.

L’esercito, che dovrebbe combattere gli invasori stranieri, viene camuffato da DRG e mosso in guerra contro i civili del paese, prima di tutto contro gli indigeni di questo paese. Facciamo appello a condannare con forza questa mossa e a sviluppare un movimento su più fronti per rivendicare il ritiro dell’esercito. Dal 2014 stiamo affrontando gli attacchi assassini delle forze hindutva al potere. Abbiamo già perso amici del popolo come Gauri Lankesh e Govind Pansre. Tanto altri amici languono nelle carceri di tutto paese, anche in tempi di pandemia. Le raccomandazioni suggerimenti della Corte Suprema di rilasciare i prigionieri per prevenire il Covid sono state ignorate e le istanze di libertà su cauzione sono state respinte. In realtà sono tutti innocenti che hanno un unica colpa, essersi opposti alle politiche dittatoriali, integraliste religiose e assassine del governo fascista braminico Hindutva. Sono vittime di montature che hanno lo scopo di mettere fine al movimento rivoluzionario indiano.

I fascisti indutva braminici al potere cercano di soffocare ogni voce di dissenso e chiunque lotti. Hanno trasformato tutto il paese in una enorme prigione. Complottano continuamente per deviare e dividere i movimenti popolari e creare un ambiente di terrore e confusione. La sinistra e i democratici sono da sempre nemici di questi fascisti braminici hindutva.

In Kashmir sono state violate le garanzie e i diritti sanciti nella costituzione. Sono state calpestato le aspirazioni all’autodeterminazione dei popoli del Nordest. Hanno portato la CAA su posizioni religiose. Hanno adottato leggi agricole che distruggono l’agricoltura nazionale. In nome della Nuova Politica Educativa, spalleggiano forze politiche hindutva irrilevanti. Non tollerano alcuna opposizione alle loro politiche neoliberiste fasciste braminiche hindutva da parte di contadini, studenti e lavoratori.

Fanno di tutto per fermare questi movimenti. Attaccano ogni direzione democratica e di sinistra che non è disposta a scendere a compromessi. A ciò si deve essere opporre ancora più unità. Alle politiche neoliberiste hindutva, alla loro idea di nuova India si devono opporre forti movimenti popolari.

Abhay,

Portavoce, Comitato Centrale, PCI (maoista)

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torino, processo a maya. occupazione de “la stampa” e “la repubblica” (da proletari comunisti)

Violenza contro le donne, antagoniste denunciano a La Stampa: “Troppo silenzio intorno al processo di Maya”

Le militanti davanti all'atrio de La Stampa

La 24enne è accusata di oltraggio a pubblico ufficiale per fatti relativi al 2017. Nello stesso procedimento è imputato un poliziotto accusato di averla colpita   TORINO. Azione dimostrativa questa mattina di una decina di militanti del centro sociale Askatasuna che hanno occupato l’atrio della sede della redazione dei quotidiani La Stampa e La Repubblica in via Lugaro. Le attiviste hanno scavalcato i tornelli e hanno improvvisato una conferenza stampa «contro la censura che i media cittadini stanno attuando verso il processo che dovrà affrontare Maya». Il riferimento è a Maya Bosser Peverelli, 24 anni, nota militante del centro sociale di corso Regina Margherita, finita davanti al giudice con l’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale. La prima udienza è fissata il 16 marzo.  I fatti risalgono al giugno 2017, quando la ragazza era stata fermata dalla polizia ai Murazzi durante un controllo. Maya aveva denunciato di essere stata picchiata da alcuni agenti e, nello stesso procedimento, è imputato anche un poliziotto accusato di averla colpita. Durante il presidio, questa mattina è stata annunciata anche una manifestazione l’8 marzo: «Io sto con Maya. Se Toccano una, toccano tutte».

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sa solo piagnucolare e lamentarsi

Giorgia Meloni è bravissima soltanto a fare del vittimismo appena ne ha l’occasione; per il resto è uno degli esseri peggiori che calpestano il suolo italiano, e lo dimostra ad ogni pie’ sospinto: la promessa querela al vignettista satirico Vauro Senesi (al quale va la nostra totale ed incondizionata solidarietà), reo di aver detto la verità circa la sua cricca – definita «un partito che ha cavalcato la xenofobia e il fascismo» – ne è solo l’ultimo esempio.

Giorgia Meloni, condannato a due anni lo stalker della leader di Fratelli  d'Italia - Open

Per quanto concerne, invece, il piagnisteo continuo l’ultimo esempio arriva da Reggio Emilia, e viene reso noto dall’edizione telematica locale di sabato ventisette febbraio del quotidiano la Repubblica: lei se ne frega della Legge, e si lamenta se le “forze dell’ordine” intervengono per ripristinare la legalità, sanzionando giustamente gli autori dell’infrazione.

Alla “signorina photoshop” ricordiamo che le norme emanate dalle autorità hanno valore “erga omnes”, ossia obbigano tutti, nessuno escluso, a seguirle: è colpa sua, e non certo di chi fa rispettare le leggi, se si organizza un assembramento per festeggiare, con un tavolino all’esterno della sede della sua cricca, il passaggio ad essa del deputato leghista Gianluca Vinci.

Invece di strillare che sarebbe «intollerabile per una democrazia che si definisca ancor come tale che si compiano abusi di questo tipo nei confronti dell’unica forza di opposizione», pensi ad essere ligia alle regole: vedrà che, se si atterrà alle norme vigenti, nessuno disturberà la sua schifosa attività di proselitismo.

Questa avviene, è bene ricordarlo, per una formazione politica che dovrebe essere messa fuorilegge in quanto erede diretta di quel Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale che ha rappresentato per decenni – in barba all’articolo dodici delle disposizioni finali della Costituzione della Repubblica Italiana – il nuovo Partito Nazionale Fascista.

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videomessaggio del “movimento femminista proletario rivoluzionario” per lo sciopero dell’8 marzo

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riceviamo da “piattaforma comunista” e volentieri pubblichiamo

La sola alternativa

Un anno di crisi capitalistica aggravata dalla pandemia ha gettato milioni di lavoratori nella disoccupazione, nella precarietà e nella povertà.

Una minoranza di borghesi nel mezzo del dramma ha visto incrementare profitti e rendite, approfittando largamente di aiuti statali, appalti truccati, speculazioni.  

La sanità pubblica, devastata da decenni di neoliberismo, austerità e privatizzazioni, non ha potuto arginare la pandemia. La percentuale di decessi da Covid su casi rilevati è fra le più alte al mondo. 

Sul piano politico l’emergenza sanitaria si è convertita in arma della borghesia per sopprimere diritti e libertà dei lavoratori, smantellare conquiste sociali, introdurre nuove misure antioperaie, militarizzare la società.

La formazione del governo Draghi, sorto in seguito a un conflitto fra fazioni borghesi, per la spartizione del Recovery Fund e la gestione del debito pubblico, mette le classi subalterne di fronte a un potere esecutivo, più concentrato, feroce e cinico.  Ha un’ampia  maggioranza dentro un parlamento delegittimato, ma al momento della sua nascita il 37% della popolazione non nutriva alcuna fiducia in questo governo del grande capitale. 

Tutti i partiti politici della classe dominante, che senza differenze di colore si mettono al servizio dell’oligarchia finanziaria, si sono indeboliti, compresi i populisti,  incapaci di svolgere qualsiasi compito progressista.

I socialdemocratici, che decenni fa promettevano riforme per mitigare le piaghe del capitalismo, oggi non offrono più nulla; la loro politica consiste nell’immobilizzare e dividere le masse, per sostenere i monopoli.

Con l’imminente fine del blocco parziale dei licenziamenti si preannuncia una nuova offensiva padronale, che inevitabilmente vedrà una ripresa della conflittualità di classe.

Le altre misure che il governo reazionario di Draghi approverà faranno salire sfiducia e proteste. La borghesia incontrerà sempre maggiori difficoltà nel legare politicamente a sé larghi settori delle masse lavoratici della città e della campagna.

La questione “chi deve pagare crisi e debito?” si presenterà di nuovo e in maniera più acuta.

Ciò apre possibilità per i comunisti organizzati in lotta per il Partito, a condizione di sapersi legare alla classe operaia, in primo luogo ai suoi settori più avanzati e combattivi, sollevando la necessità della via di uscita rivoluzionaria dalla crisi del sistema imperialista-capitalista, il passaggio al socialismo, l’alternativa sicura per abolire lo sfruttamento e le crisi economiche, gestire efficacemente le pandemie, recuperare l’equilibrio con la natura.

Lavoriamo per rafforzare l’unità strategica e quella di azione, la solidarietà e la lotta di classe, respingendo gli attacchi della borghesia alle condizioni di vita e di lavoro, difendendo risolutamente le nostre rivendicazioni, la nostra salute, i nostri interessi. Non lottiamo soltanto contro la pandemia, ma per una nuova, diversa e migliore società!

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[amazon] l’8 marzo non è una festa: è un giorno di lotta! l’8/3 appuntamento dai cancelli del magazzino di piacenza (da slai cobas sc)

L’8 MARZO NON E’ UNA FESTA: E’ UN GIORNO DI LOTTA!

E’ arrivato il momento di dire basta ad Amazon!

Giù le mani dalle lavoratrici, no alla repressione di chi lotta e resiste sui posti di lavoro, no alla violenza patriarcale del capitalismo! I lavoratori di Amazon, sempre sotto ricatto e paura, non sono soli: il S.I.Cobas scende in campo nella giornata delle donne per porre fine alle condizioni di ricatto, precarietà e sfruttamento del colosso americano.

Tutti conoscono le irregolarità contrattuali che caratterizzano il magazzino Amazon di castel San Giovanni: contratto illecito, pressione continua sui lavoratori al fine di non denunciare gli infortuni…

Invitiamo tutti i lavoratori e le lavoratrici di Amazon, tutti gli attivisti, tutti gli studenti e tutta la classe operaia piacentina ad abbandonare la paura ed essere con noi davanti ai cancelli di Amazon lunedì 8 marzo dalle 12:00 alle 17:00.

La tua presenza è importante, può fare la differenza per la vita di tante lavoratrici e lavoratori che hanno paura ad esporsi… una giornata che manderà anche un messaggio chiaro alla repressione che chi governa a Piacenza agisce quotidianamente contro chi resiste!

S.I. Cobas Piacenza

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