comanducci? non è che un nemico del vero “mondo del sociale”

Il giorno dopo il voto sulla scampata deforma della Costituzione, il Partito (sedicente) Democratico genovese, grande sconfitto – come del resto in tutta Italia – dal voto referendario, torna a cercare un possibile candidato alla quasi certa sconfitta alle elezioni amministrative della primavera del 2017.

L’edizione telematica, di mercoledì sette dicembre, delle pagine locali del quotidiano La Repiubblica offre spazio ad un articolo – a firma Michela Bompani – dal titolo “Genova, l’ultima tentazione del centrosinistra: candidare il rettore”: colui cioé che risponde al nome di Paolo Comanducci.

Secondo i genî della dirigenza di via Anton Maria Maragliano 3/5, costui sarebbe il candidato ideale perché “piace nel mondo economico, cultrale (l’errore è nell’originale, n.d.r.) e del sociale”: una rapida occhiata al suo comportamento degli ultimi tempi, però, suggerisce che almeno quest’ultimo insieme non sarebbe molto d’accordo.

A meno di non considerarlo formato soltanto da associazioni istituzionali – quali, ad esempio, l’Arci – risulta difficile che il Magnifico Rettore possa essere un efficace catalizzatore di consensi: soprattutto se si ricorda il suo comportamento nella vicenda che ha toccato il Laboratorio Sociale Occupato Autogestito “Buridda”.

Qualche mese fa, il ‘signore’ in questione, per favorire l’operazione di vendita della struttura di corso Montegrappa 39, che ospita l’ex Magistero occupato dai giovani ‘antagonisti’, decise di far staccare la luce del complesso, con grave nocumento per le attività portate avanti dal collettivo giovanile.

E’ del tutto evidente che questo assai poco ‘signore’ non potrà mai intercettare il voto di quelle aree giovanili che sono legate al mondo dei centri sociali, ossia quelle persone che rappresentano realmente il “mondo del sociale” che i soloni sedicenti democratici vorrebbero portare nella propria sfera di influenza.

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la grande alleanza antiterrorismo dei colossi del web al servizio dell’imperialismo (da proletari comunisti)

I comunisti rivoluzionari coerenti hanno sempre fatto una distinzione tra il mezzo, internet, e l’organizzazione del web e chi lo controlla, considerando il primo uno strumento ormai indispensabile, i secondi nemici di classe dei proletari e dei popoli.
In questo senso i grandi social fanno parte del campo del nemico.
L’ultima novità che conferma questa posizione è la notizia che i colossi del web si sono alleati contro il cosiddetto “terrorismo”. Facebook, Microsoft, Twitter e You tube hanno deciso di creare un “data base” condiviso, per contrastare sul web i cosiddetti “contenuti terroristici”. Viene creato, così, un contenitore unico nel quale verranno condivisi immagini o video violenti di propaganda o volti al proselitismo. Con questo “data base” sarà possibile la rimozione di questi contenuti.
Cosa considerano “contenuti terroristici” i gestori del web? Quello che l’imperialismo, i governi e i padroni del mondo considerano terrorismo, vale a dire tutte le forze proletarie, popolari, rivoluzionarie che ad essi si oppongono in armi per fronteggiare le aggressioni e il dominio armato dell’imperialismo e per costruire il necessario armamento e guerra di massa per rovesciare l’imperialismo.
Anche se nella vulgata si dice che questa alleanza è contro l’Isis e i jihadisti, è chiaro che con questi criteri siamo tutti “terroristi”, siamo tutti “jihadisti”, e il grado di censura e di rimozione sarà dimensionato alla percezione del grado di incisività, di forza e di pericolo che per l’imperialismo le forze che ad esso si oppongono in forma armata e/o rivoluzionaria costituiscono.
Per questo è necessario che non ci sia soltanto una denuncia generale sul ruolo che i padroni del web assumono nel dominio di internet, ma occorre organizzare campagne contro tutto questo, dentro e fuori il web. Il dominio e il sabotaggio, appunto.
Ma questo è possibile se le forze comuniste, rivoluzionarie, antimperialiste hanno chiaro sul piano ideologico, teorico, politico e pratico cosa sono realmente i social e non ne siano avviluppati in termini obiettivamente acritici, con qualche distinguo di pura circostanza.
Certo, una parte di questa battaglia va svolta nel web, ma avendo ben chiaro che chi domina il web non è la “democrazia della rete” ma la dittatura dell’imperialismo.
Quindi, l’alleanza antiterrorismo dei social è una questione da denunciare e fa il paio con l’uso già poliziesco dei social che viene fatto dagli apparati repressivi quotidianamente.
L’uso e soprattutto l’abuso dei social serve molto di più alla borghesia che al proletariato, alle masse popolari e ai movimenti di opposizione in generale.
E perfino questo uso dipende dalla borghesia e dagli spazi che essa ritiene accettabili, e trova i padroni dei social ben disponibili a cancellarli con un clic.
Non servono su questo anatemi o “regole assolute” che metterebbero al riparo dall’azione della borghesia. Fondamentale è l’ideologia e l’intelligenza teorico politica che guidi la pratica.
Detto questo, noi siamo per una vasta campagna nel web che esprima in tutte le forme l’opposizione alla “santa alleanza” della moderna inquisizione.
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la piena responsabilità (da democrazia atea)

Tra gli aspetti più inquietanti di ciò che resta del voto del 4 dicembre 2016, c’è la rabbia degli opportunisti, ovvero di coloro che avevano legato alla rottamazione della Costituzione le sorti politiche del proprio partito, come se attraverso la riforma potesse miracolosamente perpetuarsi alla guida del Governo.

Per costoro la trasformazione della Carta a proprio uso e consumo, di certo avrebbero scongiurato la vittoria degli avversari politici almeno per un ventennio, e pur di raggiungere questo macabro obiettivo, non avrebbero trascurato di costituzionalizzare anche i poteri finanziari sovranazionali.
L’analisi del voto in riferimento alle fasce sociali, conferma un dato pessimo: i benestanti hanno pensato di consolidare la propria posizione a scapito delle fasce più deboli alle quali, la rottamazione della Carta avrebbe definitivamente tolto ogni diritto e tutela sociale.
La revisione costituzionale era un pasticcio immondo, e Renzi se ne porta la piena responsabilità.
Le parole pronunciate dopo che le urne avevano deflagrato il suo tentativo di rottamare la Carta, a distanza di ore, danno anche l’impressione di come Renzi abbia un piano di realtà scollegato e preoccupante.
La storia già ci consegna Matteo Renzi come un giocatore d’azzardo che è ruzzolato inciampando nella arroganza della sua incompetenza.
Ma ad onor del vero non era da solo.
Renzi, Boschi, Verdini e Alfano, non è un quartetto di violini, ma di grancasse suonate dalle urne.
Il NO ha tanti colori, nessuno può permettersi di mettere il cappello sulla vittoria, e le motivazioni sono state molteplici.
Ricondurle alle appartenenze partitiche, meno che mai unificate, è pura miopia, se non imbecillità.
I partiti hanno sicuramente dato supporti organizzativi e hanno espresso le proprie posizioni, ma stavolta gli italiani hanno deciso indipendentemente dalle appartenenze, traendo da una complessa campagna elettorale, i convincimenti più diversificati, con istinto o con razionalità, per contrasto o per autodifesa.
Taluni hanno rigettato la riforma anche senza conoscerla nel merito, e del resto molti dei parlamentari sostenitori della riforma, intervistati, hanno dato ad intendere di ignorare sia la Carta del 1948 e sia i passaggi della revisione che sostenevano così convintamente.
Altri l’hanno rigettata approfondendone i contenuti e valutandone la potente carica autoritaria e antidemocratica.
Non bisogna essere professori di diritto costituzionale per capire quanta distanza intercorre tra lo stato di indigenza di un gran numero di italiani e il balcone reale del San Carlo di Napoli, e talvolta bastano questi spettacoli di ostentazione indecorosi e imbarazzanti per non fidarsi.
Senza contare la diffidenza che hanno alimentato i supporter esterni.
Junker, il Presidente della Commissione Europea, Merkel, la Cancelliera della Germania, Obama, il Presidente degli Stati Uniti, tutti hanno espresso parole di sostegno alla deriva autarchica italiana, chissà perché.
Ma c’è stato un Capo di Stato che sorprendentemente in questa partita è stato silenzioso: il Capo di Stato della monarchia confinante Bergoglio e con lui tutti i prìncipi della sua Corte.
Un silenzio inconsueto per chi da troppo tempo sovrasta le decisioni politiche italiane.
Non è difficile spiegare il perché: se fosse passata la riforma avremmo avuto un dittatorello con poteri sull’Italia superiori a quelli del monarca confinante, e questo Bergoglio e la sua Corte non potevano consentirlo.
Se Bergoglio avesse espresso parole di contrasto contro la concentrazione dei poteri che la riforma avrebbe assegnato al futuro Capo del Governo, a qualcuno sarebbe potuto venire in mente di spostare l’attenzione sulla sua concentrazione di poteri, peraltro finanziata con le tasse degli italiani.
Allora è stato meglio fare la propria parte silenziosamente, e non certo perché da quelle parti si siano svegliati improvvisamente democratici, tutt’altro, la loro finalità resta sempre quella di preservare la loro teocrazia impedendo che possa essere turbata dai super poteri di un Presidente del Consiglio italiano.
A loro sta bene la nostra Costituzione purché non venga attuata completamente e per far sì che ciò non accada, confidano nel mantenimento dell’articolo 7 che costituzionalizza il principio pattizio con il Vaticano.
Con il voto del 4 dicembre 2016 abbiamo salvato la Carta Costituzionale dal tentativo di demolirla.
Ora però abbiamo il dovere di attuarla e per farlo dobbiamo liberarla dal freno a mano costituito dall’unico articolo incoerente e antidemocratico, residuato alla dittatura fascista: emendiamola dall’articolo 7, è ora.

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la lotta contro gli sfratti a torino: corteo il 9 dicembre (da proletari comunisti)

Un picchetto antisfratto, uno dei tanti messi in campo nell’ultimo periodo nella città di Torino e non solo. Un’operazione repressiva settimana scorsa (con quattro arresti, nove divieti di dimora e perquisizioni in alcuni spazi occupati), una delle tante tentate negli ultimi anni dalla procura torinese, nella velleitaria pretesa di garantire al piccolo ufficiale giudiziario di turno maggiore tranquillità nell’esercizio della sua sporca funzione. Pia illusione, giacché – come scrivono i compagni torinesi – “siamo spesso colpiti, ma siamo sempre pronti a riattaccare”. Anche in vista del corteo del prossimo 9 dicembre, un breve aggiornamento sull’ultima operazione repressiva a Torino.

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riceviamo dal movimento no tav-terzo valico e volentieri pubblichiamo

assemblea-casei-gerola-con-relatori

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taranto, lunedì 12 dicembre: dario fo, anni70, fascismo e moderno fascismo di stato (da proletari comunisti)

12 dicembre 1969/2016 anniversario strage di piazza Fontana

 
Taranto – libreria Gilgamesh, via oberdan 45 – ore 18.00
Ricordando Dario Fo e il suo straordinario teatro degli anni 70: una breve selezione dai suoi spettacoli dalla strage di stato di ieri al moderno fascismo di stato di oggi 

– intervento cura di
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caro “signor” fratoianni, accetti un consiglio: vada a studiare un po’ di storia

Il Manifesto di sabato tre dicembre riporta un’intervista al deputato di Sinistra Italiana, nonché suo leader in pectore, Nicola Fratoianni, il cui titolo è: “Fratoianni: Dopo il voto uniremo la sinistra del No»; il problema è che, all’interno del pezzo, non si specifica cosa si voglia fare, una volta formato il nuovo soggetto politico.

Credo che i suoi aderenti dovrebbero prendere in seria considerazione il consiglio di Luciana Castellina, contenuto a pagina quindici della edizione di martedì sei dicembre dello stesso quotidiano: “Il governo conta, ma dobbiamo ricominciare dall’opposizione”.

Per tornare a bomba, trovo particolarmente interessante il passaggio nel quale il politicante toscano – è nato a Pisa il 4 ottobre 1972 – risponde alla domanda dell’intervistatrice, la brava Daniela Preziosi, che cerca lumi sul destino politico di coloro che hanno votato sì al referendum.

“Vuol dire che secondo lei chi ha votato Sì sarà fuori dal congresso?”, chiede la giornalista riferendosi all’assise di fondazione del nuovo soggetto politico che avrà luogo dal diciassette al diciannove febbraio a Roma.

La risposta è sconfortante: “Discuteremo con tutti (…) Il tentativo di costituzionalizzare l’idea di una democrazia senza popolo è il frutto della lunga stagione in cui la sinistra socialdemocratica ha rinunciato a cambiare il mondo, a mettere in discussione il capitalismo e il neoliberismo. Invece da lì dobbiamo ripartire. Come fanno tutte le sinistre del mondo, da Sanders a Corbyn a Pablo Iglesias a Tsipras”.

Caro Fratoianni, mi pare che lei sa un tantino deficitario in storia: la socialdemocrazia ha abdicato a qualsiasi progetto di cambiamento dell’esistente da circa un secolo: da quando cioé Lenin abbandonò nelle mani dei menscevichi il Partito Operaio Socialdemocratico Russo per formare il Partito Comunista (bolscevico) Russo.

Se invece il suo riferimento è al livello italiano, la scelta socialdemocratica di appoggio al capitalismo si può far risalire all’atto della fondazione del Partito Comunista d’Italia-sezione dell’Internazionale Comunista, il 21 gennaio 1921 a Livorno.

In ogni caso, gli esempi da lei citati – il leader del Labour Party britannico, quello della Podemos spagnola, ed il capo di Syriza in Grecia – hanno ampiamente dimostrato con i fatti di voler rimanere nell’alveo del regime borghese, qualunque sia la sua forma.

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