caro iglesias, di che ti stupisci?

Qualche giorno giorno fa, in Spagna, il governo di Mariano Rajoy Brey, leader del Partito Popolare, è crollato sotto i colpi delle inchieste giudiziarie sulla dilagante corruzione che coinvolge i suoi ministri: l’esecutivo è passato nelle mani di Pedro Sánchez Pérez-Castejón, segretario del Partito Socialista Operaio Spagnolo.

Fin qui le buone notizie: ma il Psoe è una formazione legata al Partito del Socialismo Europeo – di cui fanno parte gli italiani Partito Democratico e Partito Socialista Italiano – e se qualcuno crede che possa comportarsi in maniera diversa rispetto ai suoi omologhi in giro per il continente si sbaglia di grosso.

Va ricordato che il governo reazionario guidato da Rajoy, appena crollato per la delinquenza acclarata di parte di esso, nacque, dopo due mesi di stallo seguito alle elezioni del giugno 2016, soltanto grazie all’astensione dei socialisti; ora che le cose si sono capovolte, Sánchez ed i suoi non dimenticano chi sono i loro alleati naturali.

Lo dimostra il fatto che Pablo Manuel Iglesias Turrión, leader di Unidos Podemos, si lamenti – si veda il manifesto di venerdì otto giugno, pagina otto, articolo di Jacopo Rosatelli – che «è un governo di gente che piace a Ciudadanos e al Pp con nessuna figura vicina a noi».

Stupisce molto che una persona intelligente come Pablo Iglesias non capisca che i socialisti sono da sempre parte integrante della reazione borghese, esattamente come tutte le altre formazioni che compongono in Partito del Socialismo Europeo.

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parigi: a 50 anni dal maggio 1968

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impunità e nuove armi per gli assassini di jefferson. ¡queremos justicia! (da proletari comunisti)

Un ragazzo di 20 anni, Jefferson Garcia Tomalà è stato ucciso dalla polizia nel quartiere genovese di Borzoli con almeno cinque colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata al torace, mentre si trovava nella sua camera, sdraiato a letto. Il pomeriggio del 10 giugno la madre e il fratello della vittima hanno chiamato un’ambulanza per poter ricevere un aiuto psicologico preoccupati che il ragazzo potesse commettere atti di auto-lesionismo e non hanno mai dichiarato di essere stati minacciati o di aver temuto per la propria incolumità.
”Ieri mio figlio ha avuto un casino e sono venuti i carabinieri, ora è un po’ ubriaco… Però è urgente, mio figlio ha un coltello, si sta facendo male… Ieri sera ho avuto un problema con mio figlio. Una storia lunga, adesso ha un coltello. Voglio un aiuto perché si sta facendo tanto male. Si vuole ammazzare… È un problema di ieri perché ha litigato con la ragazza, con il fratello, un macello… un casino… Per favore, fate presto. Voglio un aiuto perché sta tentando di ammazzarsi. Ho tanta paura, non ce la faccio più”. “Certo, signora. Le mando tutti quelli che servono. Ci contatti nel caso cambiasse qualcosa”. Stralci della telefonata della madre con i centralini del 112 e 118 (1).
“Ho visto che aveva soltanto un piccolo rasoio con cui si era provocato delle ferite e che poi ho detto “buttalo nella spazzatura””: Santiago Stalin Tomalà Garcia, fratello della vittima.
“Semplicemente si era fatto con un rasoio a mano un qualcosina così per chiamare l’attenzione”: Lourdes Garcia Tomala, madre della vittima (2).
Jefferson si è quindi procurato alcune ferite di poco conto con un rasoio a mano, ma ha con sé un coltello da cucina con il quale potrebbe ferirsi in maniera più grave ed è questa l’unica paura espressa dalla madre nel corso della telefonata. Non arriva un’ambulanza o del personale medico: sono 4 poliziotti a suonare per primi alla porta e ad entrare nella casa di via Borzoli.

1jefferson

“…io ero seduto con lui a parlare sotto le coperte, mi aveva detto che già era stata chiamata l’ambulanza, quando ho sentito il campanello ho aperto e vedo che entrano nella stanza quattro
poliziotti, non vedo l’ambulanza ancora. L’ambulanza non è arrivata, sono arrivati prima i poliziotti. E mio fratello mi ha chiesto: “Cosa fanno i poliziotti qua?” “Non lo so, io ho chiesto soltanto l’ambulanza, non i poliziotti, non lo so chi abbia chiamato la polizia”: Santiago Stalin Tomalà Garcia (2). Il dottore non arriva e ai 4 agenti se aggiungono altri sei, tra i quali il sovrintendente Paolo Petrella, apparentemente noto tra i colleghi per le sue doti da mediatore (3). “Sono entrati nella stanza (…) si sono aperti un po’ i poliziotti perché è entrato non so credo sia un sovrintendente, qualcosa del genere”: Santiago Stalin Tomalà Garcia (2).
Ad un certo punto il più giovane fra i dieci agenti presenti utilizza lo spray al peperoncino prima che il giovane mostri segni di aggressività, all’interno della camera del ragazzo, rendendo l’aria irrespirabile in tutta la casa. Secondo le prime ricostruzioni sarebbe stato un tentativo di “neutralizzare” il soggetto per poterlo immobilizzare più facilmente (3), una violazione palese delle norme di utilizzo dello spray-antiaggressione, secondo cui “lo Spray al peperoncino potrà essere utilizzato dal personale delle volanti in quelle ipotesi in cui sia fallito ogni tentativo di comunicazione ordinaria, di mediazione o di dissuasione verbale e il soggetto ha iniziato la sua azione violenta…” (4).
Solo a questo punto il ragazzo, accecato dallo spray urticante e sentendosi attaccato da 10 uomini armati, tira dei fendenti presumibilmente alla cieca con un coltello da cucina che aveva con sé sotto le lenzuola, colpendo il sovr. Petrella e un giovane agente, probabilmente lo stesso che ha usato lo spray in dotazione al chiuso, all’interno dell’appartamento. Ed è proprio questo poliziotto, 25 anni, autista del capo pattuglia della volante del commissariato Cornigliano, colpito dai fendenti, a esplodere almeno cinque colpi di pistola a distanza ravvicinata contro Jefferson, tutti al torace in punti vitali. Uno dei proiettili colpirà anche Petrella, l’azione si svolge sicuramente in una nube di gas urticante che rende difficoltosa la respirazione e la visibilità (3). “Mio figlio lo ha accoltellato perché lo hanno aggredito tirandogli tanto peperoncino, non si poteva respirare in casa, non si poteva, perché se mio figlio non lo avesse toccato nessuno, mio figlio non avrebbe aggredito nessuno” dichiara la madre (2).
Jefferson viene ucciso come un animale mentre suo fratello e sua madre si trovano nella stanza accanto. La sua ragazza spiegherà che avevano litigato la sera precedente e lei aveva passato la notte fuori casa con la loro bambina di soli 3 mesi, tutti escludono categoricamente che il ragazzo abbia mai avuto comportamenti minacciosi o violenti verso terzi né in passato né nelle sue ultime ore di vita. E’ con la madre di sua figlia che Tomalà voleva parlare e lei stava correndo da lui, per calmarlo (5). “Voleva solo la sua ragazza, perché [gli agenti] non hanno ascoltato mio figlio, dovevano chiamare la sua ragazza e dire “signora, dov’è la ragazza? La andiamo a prendere”, perché mio figlio non voleva far male a nessuno”: Lourdes Garcia Tomala (2). “Io so che se fossi entrata lui avrebbe posato il coltello e non avrebbe fatto male a nessuno”: Nataly Giorgio Tomalà Chavez, fidanzata della vittima. La ragazza arriva, ma le viene impedito di entrare in casa. In questo frangente la sorella della vittima viene spintonata dai colleghi degli assassini di suo fratello: “Quando sono arrivata lì i poliziotti non mi hanno voluto far entrare, hanno spinto anche la sorella del mio ragazzo”(6).

copertina avvocati tonnarelli

Nei suoi ultimi istanti di vita Jefferson aveva percepito che gli agenti fossero nervosi e che avessero intenzioni aggressive nei suoi confronti. Un agente, non sappiamo se lo stesso che premerà il grilletto in seguito, continuava a portarsi la mano alla fondina, provocando e impaurendo una persona già emotivamente scossa: “Ha visto che uno dei poliziotti si stava toccando l’arma, lì lui si è sentito provocato… Lui l’ha visto che si toccava l’arma e diceva “cosa vuoi fare? vuoi ammazzarmi? vuoi spararmi mentre sono qua sdraiato?” e lui si è messo quasi mezzo seduto “tu non mi puoi fare niente perché sono nella mia stanza”” ha raccontato il fratello.
Sarà lo stesso sovrintendente, al suo arrivo in ospedale per la medicazione delle ferite riportate, ad ammettere di aver commesso degli errori e che la morte di Jefferson poteva essere evitata: “Non doveva succedere, potevamo salvarlo”: Paolo Petrella, sovrintendente di polizia (3). Questo dovrebbe bastare a far nascere qualche dubbio perlomeno sulla professionalità dell’intervento, anche a chi è abituato a schierarsi sempre dalla parte di chi porta la divisa.
La madre del ragazzo, in una coraggiosa conferenza stampa, ha chiesto giustizia per suo figlio e ha denunciato l’incapacità delle forze dell’ordine intervenute, augurandosi che chi ha ucciso suo figlio non possa più vestire la divisa: “E’ un incompetente che non si merita di avere una divisa, che se la deve levare, perché non si tratta così un ragazzo che è solo sdraiato sul letto… questo non è aiutare un ragazzo che ha problemi o che vuole un aiuto psicologico dove si è mai visto questo, uno per diventare un poliziotto deve fare un corso, deve essere capace, non che va ad ammazzare così, sparando, volevano fermarlo? Potevano fermarlo sparandogli a una gamba, non tanti colpi come hanno fatto, non si tratta così neanche un animale” (7).
Oltre 200 tra amici, familiari e abitanti del quartiere hanno dato vita, nella sera di Martedì 12 Giugno, ad una fiaccolata lanciata sui social, che ha attraversato Via Sestri fino ad arrivare in via Borzoli, sotto la casa dove si è consumato il delitto, per dimostrare la propria vicinanza ad una famiglia distrutta e per chiedere giustizia. Questa non è stata una tragedia, non è stata una lite domestica, in tanti in città mormorano che non è una novità che si rischi la vita per un TSO e che da tempo gli abusi, le vessazioni e le violenze delle forze dell’ordine colpiscano principalmente immigrati e abitanti dei quartieri popolari.

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Ad oggi l’agente che ha sparato è indagato per omicidio colposo per eccesso nell’uso delle armi, un atto dovuto per permettere al poliziotto di nominare legale e perito. Per la Procura, l’uso dell’arma d’ordinanza da parte dell’agente di polizia è legittimo e gli accertamenti balistici e forensi appureranno esclusivamente se vi sia stato un eccesso nell’uso dell’arma. Nessuno degli altri agenti e operatori sul posto è stato posto sotto indagine per la gestione dell’operazione. Perfino Tomalà, da morto, è stato indagato per tentato omicidio volontario: il fascicolo verrà archiviato automaticamente e supporterà la difesa del poliziotto. A coordinare le indagini insieme a Marco Calì, dirigente della squadra mobile, è il PM Walter Cotugno, che secondo RaiNews si trovava in via Borzoli già prima della colluttazione e degli spari (8).
Se chi ha il cuore gonfio di dolore e rabbia si sta impegnando per far circolare la verità e per sostenere la famiglia in queste ore difficili, gli avvoltoi delle alte sfere hanno deciso di fare del corpo martoriato di Jefferson l’oggetto di una speculazione politica e mediatica crudele e infame. La mistificazione dei fatti accaduti operata dalle varie testate giornalistiche italiane (ed ecuadoriane) all’inizio puntava a garantire l’impunità dell’assassino in divisa, ma è presto diventata un’opportunità per diffondere un certo tipo di propaganda e mandare un messaggio preciso.
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prima gli italiani… ricchi (da proletari comunisti)

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Prima gli italiani.
Ma non quelli gay.
Non quelli Rom.
Non quelli nati in Italia ma con genitori di un altro paese.
Non quelli che non sanno dove andare a vivere.
Non quelli che non hanno soldi per pagare un affitto.
Non quelli che lavorano sfruttati.
Non quelli con le famiglie non tradizionali.
Non quelli che da quando c’è la Fornero non vanno più in pensione.
Non quelli che vivono nelle periferie abbandonate.
Non quelli poveri.
Non quelli che praticano solidarietà.


Sappiamo benissimo cosa pensa Salvini delle Ong, cosa vuole fare ai Rom, come vuole armare la polizia. Qualcuno sa che pensa di fare per gli 11 milioni di poveri? Per i disoccupati? Per chi è precario?
non viene il dubbio – piccolo, eh – che questa perenne campagna elettorale non sia altro che un modo per buttare fumo negli occhi davanti alle urgenze reali?
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dichiarazione di georges ibrahim abdallah, 23 giugno 2018 (da clgia)

Cher«e»s camarades, Cher«e»s ami«e»s,

Vous savez, quand on est dans ces sinistres lieux depuis une «petite éternité», on est submergé par une émotion considérable lors des initiatives solidaires… Ceci étant, à vous tous mes plus chaleureuses salutations au début de cette courte prise de parole…

Par ce temps de grandes luttes Camarades, vous savoir rassemblés aujourd’hui à Paris, me remplit de force et me réchauffe le cœur et surtout me conforte dans la conviction que c’est en assumant toujours plus le terrain de la lutte anticapitaliste/anti-impérialiste que l’on apporte le soutien le plus significatif à ceux et à celles qui résistent depuis des décennies derrière les abominables murs.

Certainement Camarades, ce n’est pas en cherchant des astuces judiciaires ici et là que l’on arrive à faire face à l’acharnement criminel «des fondés de pouvoir du capital» dont font l’objet les résistants en captivité, mais plutôt en affirmant la détermination inébranlable dans la lutte contre leur criminel système moribond. Nous savons tous camarades, qu’en dernière instance, c’est en fonction d’un certain rapport de forces que l’on arrive à arracher nos camarades aux griffes de l’ennemi. Ce dernier ne consent à lâcher prise que quand il se rend à l’évidence que le maintien en captivité de ces protagonistes révolutionnaires pèse plus lourd dans le processus de la lutte en cours que la menace inhérente à leur libération. Il ne s’agit pas de faire comme si nous ne savions pas, que la dite justice est toujours une justice de classe au service d’une politique de classe inscrite dans la dynamique globale d’une guerre de classe à l’échelle nationale et internationale. Certes, il y a les acquis sociaux qui nous permettent de mener des batailles sur le terrain judiciaire et inutile de rappeler qu’il faut les mener à bout ces batailles; il n’en demeure pas moins Camarades, il arrive un moment où l’on doit se rendre compte, que la dite «raison d’État» fait toujours que la bourgeoisie s’assoit sur ses propres lois quand ses intérêts semblent l’exiger. Ceci dit toute démarche qui pourrait laisser supposer que l’on a intérêt à faire semblant est carrément contre-productive même si elle est animée de toutes les bonnes intentions.  Certainement, après tant d’années de captivité, il y a et il y aura toujours, dans nos rangs des ami«e»s et des camarades qui appellent à ce qu’on fasse encore quelque chose de judiciaire et que peut-être cette fois-ci etc. etc…

Bien entendu Camarades, ce ne sont pas les bonnes intentions qui manquent; seulement en dépit de toute les souffrances de la longue captivité, il n’y a pas et il n’y aura pas de possibilité d’échapper à l’effort nécessaire au changement de rapport de forces, si l’on désire ardemment (comme le disent certains de mes proches) libérer nos camarades. Développons la solidarité en assumant toujours plus le terrain de la lutte anticapitaliste/anti-impérialiste et «notre vieille amie…» cette «vieille taupe qui sait si bien travailler sous terre» ne sera pas indifférente à nos efforts. C’est justement pourquoi Camarades, c’est d’une importance capitale de savoir et de pouvoir inscrire la démarche solidaire dans la dynamique globale de la lutte en cours.

La crise du capitalisme moribond dans sa phase de putréfaction avancée est déjà là devant nos yeux au niveau planétaire, aussi bien dans les centres du système que dans ses périphéries… Ce qui se passe ces jours-ci dans le monde arabe en général, et en Palestine en particulier (au Yémen au Bahreïn, en Syrie et en Libye aussi…), est plus qu’emblématique à ce propos. Les forces impérialistes de tous bords se livrent à une guerre pluridimensionnelle, reflétant d’un côté les contradictions inter-impérialistes et de l’autre côté une guerre impérialiste de pillage et de destruction. La bourgeoisie arabe dans sa plus grande majorité a choisi son camp sans fard… La Palestine au quotidien nous donne à nous tous des leçons d’abnégation et de courage d’une exceptionnelle portée. Plus que jamais les masses populaires palestiniennes, en dépit de toutes les traîtrises de la bourgeoisie, assument leur rôle de véritable garant de la défense des intérêts du peuple. Les martyrs jeunes et moins jeunes tombent par centaines, même les mains nues. Les impérialistes de tous poils ne s’offusquent même pas devant leur ami Bibi, l’hôte distingué de l’Élysée.

Il n’en demeure pas moins, traîtrise de la bourgeoisie ou pas, interventions impérialistes   directes ou indirectes, la Résistance continue et certainement elle continuera aussi longtemps que l’occupation durera. Tout naturellement les masses populaires palestiniennes ainsi que leurs avant-gardes combattantes en captivité, peuvent compter plus que jamais sur votre solidarité active.

Que mille initiatives solidaires fleurissent en faveur de la Palestine et de sa prometteuse Résistance.

La solidarité, toute la solidarité avec les résistants dans les geôles sionistes, et dans les cellules d’isolement au Maroc, en Turquie, en Grèce, aux Philippines et ailleurs de par le monde!

La solidarité, toute la solidarité avec les jeunes prolétaires des quartiers populaires!

La solidarité, toute la solidarité avec les cheminots et autres prolétaires en lutte!

Honneur aux Martyrs et aux masses populaires en lutte!

À bas l’impérialisme et ses chiens de garde sionistes et autres réactionnaires arabes!

Le capitalisme n’est plus que barbarie, honneur à tous ceux et toutes celles qui s’y opposent dans la diversité de leurs expressions!

Ensemble Camarades, et ce n’est qu’ensemble que nous vaincrons!

À vous tous Camarades et ami«e»s mes plus chaleureuses salutations révolutionnaires.

Votre camarade Georges Abdallah

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presidio al usr di torino contro il licenziamento di lavinia flavia: “è una punizione ingiusta…”. la vergognosa comunicazione del miur (da slai cobas sc)

Dal blog Potere al Popolo – Torino – 19.6.18
Siamo sotto l’USR per contestare l’assurdo licenziamento di Flavia: un licenziamento assolutamente politico, totalmente slegato da questioni lavorative.

Flavia è una maestra che è stata licenziata perché ha partecipato a un corteo antifascista: un evento della vita personale che nulla ha a che fare con la sua condotta in aula!
Questi i tempi che ci si pongono di fronte: che si tratti di vita o di lavoro, stai a testa bassa e rispetta il pensiero dominante!
Noi non pensiamo debba essere questo il modello educativo da trasmettere ai ragazzi, e sicuramente non è questa la società che vogliamo!
Solidali con Flavia! Quel giorno in piazza, contro quegli infami di casapound, c’eravamo tutti!

 LE DICHIARAZIONI DI FLAVIA:

“E’ una punizione ingiusta rispetto all’errore che ho commesso, non dico che non devo pagare, ho fatto una sciocchezza, ma il licenziamento è davvero eccessivo”. Così Flavia Lavinia Cassaro, la maestra licenziata per avere insultato i poliziotti durante la manifestazione antifascista dello scorso febbraio, organizzata contro il comizio tenuto a Torino del leader di Casapound Simone Di Stefano. Nei giorni scorsi il Ministero dell’Istruzione ha notificato all’insegnante il licenziamento “in tronco”… In sostanza, la maestra, pur manifestando fuori dall’orario di lavoro, avrebbe leso “consapevolmente e volontariamente” l’immagine della scuola.”Dal punto di vista penale – spiega l’insegnante – la Procura di Torino mi indaga per oltraggio a pubblico ufficiale, ma molti continuano a scrivere che sono accusata anche di istigazione a delinquere. E’ tutto falso. Perdere il lavoro a 40 anni – continua – non è semplice, anche dal punto di vista economico sono preoccupata”.

STRALCI DELLA NOTIFICA DEL LICENZIAMENTO

Questo licenziamento è la cosa più grave e preoccupante.

Che ci siano sempre più denunce, processi e anche peggio, arresti, dopo una manifestazione, purtroppo sta rientrando in una “normalità”, che tutti i compagni che lottano stanno sperimentando sulla propria pelle.

Ma questo provvedimento del licenziamento e soprattutto le motivazioni sono un segnale preoccupante, perchè ricordano molto i tempi del fascismo, in cui un lavoratore per il fatto che era antifascista e manifestava le sue idee, anche fuori dal lavoro, veniva cacciato dal suo posto di lavoro, e perchè sono un avvisaglia per tutti.
Chi, pensa di fare le “pulci” alle parole di Lavinia, quantomeno non ragiona – se passa questo licenziamento, prima o poi “tocca a te”.

Le motivazioni del licenziamento sono di fatto una difesa delle forze del’ordine, della polizia – verso cui non è possibile neanche esprimere un giudizio; fermo restando che si fa un processo politico-ideologico alle idee, nascondendo i fatti: che nella manifestazione del 22 febbraio (e non solo!) la polizia era a difesa dei fascisti, e per questo caricò la manifestazione antifascista.

Secondo, il Miur si arroga il diritto di farsi interprete di un presunto “allarme” addirittura in tutta la comunità scolastica a livello nazionale. Quando? Dove?

Terzo, si afferma nei fatti che il “rapporto fiduciario” tra un dipendente e l’Amministrazione di appartenenza” si deve basare sull’essere succubi all’amministrazione, ai suoi valori, e affermando di fatto che tra questi valori c’è la difesa dei fascisti.

Quarto, si fa un legame tra i fatti del 22 febbraio e la funzione di educatrice di Flavia (legame che in uno Stato che almeno applicasse i principi della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista/antinazista, dovrebbe essere nota di merito), ma della sua funzione negativa come educatrice non si cita neanche un contenuto.

PER TUTTO QUESTO, BLOCCARE IL LICENZIAMENTO DI LAVINIA E’ UNA BATTAGLIA DI TUTTE NOI

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ma quale “quota 100”: è solo una presa per il c… per i lavoratori

Il Governo gialloverde, che in questi giorni ha cominciato ad operare nel pieno delle sue funzioni, ha tanti lati oscuri: il razzismo (Matteo Salvini, affari interni) e l’omofobia (Lorenzo Fontana, famiglia e disabilità) sono forse i più eclatanti, ma non mancano quelli striscianti.

Come definire altrimenti la proposta di rivedere – cosa ben diversa dalle vacue promesse elettorali di cancellazione – la delirante controriforma della (per fortuna ex) ministra Elsa Fornero, introducendo una presunta “quota cento” per la maturazione dei requisiti pensionistici?

Secondo i soloni dell’esecutivo occorrerebbe – oltre alla “somma cento”, costituita dalla somma dell’età anagrafica più quella contributiva – avere almeno sessantaquattro anni, per poter accedere al trattamento economico di quiescenza.

E’ del tutto evidente che, se questa sarà la proposta che l’esecutivo porterà in discussione nelle autle parlamentari, si tratterà di una immensa presa per il c… dei lavoratori che si trovano a pochi anni dall’agognata pensione.

Una simile “quota cento” può andare bene per i giovani di questa ultima generazione, che cominciano il proprio percorso lavorativo in tarda età: infatti, perché la norma abbia effetto, bisogna che il candidato abbia iniziato a lavorare a ventotto anni.

La stragrande maggioranza di chi attende di ritirarsi dal lavoro ha cominciato molto prima di tale età a spaccarsi la schiena per il profitto dei padroni, e non può che trovare un simile provvedimento una vera e propria presa per il c…

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