da che pulpito, “signor” sgarbi

Facciamo premessa del fatto che qui nessuno di noi ha alcuna simpatia per Luigi Di Maio, e troviamo uno sconcio che gli sia stato regalato un incarico di prestigio – inviato dell’Unione Europea nel Golfo Persico – con annessa immunità diplomatica, in base a non si sa bene quali competenze acquisite nel suo periodo al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Chiarito questo, troviamo indecenti le parole indirizzategli da Vittorio Umberto Antonio Maria Sgarbi – sottosegretario di Stato alla Cultura e contemporaneamente sindaco del paese di Sutri, in provincia di Viterbo – di cui veniamo a conoscenza grazie ad un articolo firmato da tale Liliana Gobbi presente sull’edizione di sabato diciannove novembre del quotidiano fascista Secolo d’Italia.

In primis, vorremmo sapere in base a quale legge il critico d’arte più maleducato della storia può continuare a detenere ambedue le cariche istituzionali; Valentina Ghio – sindaco piddino di Sestri Levante, in provincia di Genova – è stata costretta alle dimissioni in quanto eletta ad una carica, quella di deputato, incompatibile con quela di primo cittadino: crediamo che, a maggior ragione, la norma dovrebbe valere per un occupante un posto di governo.

Venendo agli insulti del leader della formazione denominata Rinascimento-con Sgarbi, ecco l’accusa infamante lanciata all’ex capo di Impegno Civico: «trovo assurdo che questo personaggio, che mi fa anche tenerezza, debba avere uno stipendio da dodicimila euro al mese senza aver fatto nemmeno un concorso. Invece un archeologo guadagna diecimila all’anno per fare lavori straordinari».

Quella evocata dalla “capra” più famosa d’Italia è davvero un’assurdità: ciò non toglie che noi troviamo altrettanto, se non maggiormente, assurdi gli appannaggi che si concedono i politicanti – per “lavorare” dal martedì al giovedì – a cui vanno aggiunti i rimborsi spese, per il viaggio dal luogo di residenza a Roma, i gettoni di presenza in Aula e nelle Commissioni, oltre a varie altre prebende alle quali non ci risulta che lo Sgarbi abbia ancora rinunciato.

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