assoluto pressapochismo ed incompertenza

Da martedì diciotto a domenica ventitre luglio si tiene a Genova – nella splendida cornice di villa Durazzo Bombrini, nel quartiere di Cornigliano – la festa provinciale, denominata “Pop, sagra urbana”, dell’Associazione Ricreativa e Culturale Italiana.

Chi scrive decide di recarvisi la penultima sera, quando il programma prevede un concerto degli Almamegretta, aperti dalle atmosfere giamaicane dei Groove Yard Sound.

L’intenzione è quella di passare qualche ora ascoltando buona musica, sorseggiando birra, e chiacchierando con amici e compagni: ahimé, l’andamento della serata non mi darà modo di attuare i proponimenti.

Si comincia subito male: chiedo informazioni ad un signore, il quale – dopo essersi qualificato come il presidente onorario del circolo Arci della zona – mi guarda stupito e mi confessa di non essere a conoscenza di questa festa; dopo avermi dato le indicazioni richieste, conclude ironizzando: «mah, sarà un circolo speciale!»

Appena arrivo davanti alla storica dimora nobiliare, non noto nulla: soltanto in lontananza odo il suono di alcuni strumenti musicali che fanno pensare che non ho sbagliato posto.

Proprio per questo, nonostante la totale assenza di qualunqe punto di riferimento – fosse anche soltanto una bandiera appesa a segnalare la presenza di qualcuno – decido di provare a vedere se nel parco retrostante vi sia qualcosa.

Imbocco la strada che porta all’entrata dello stabilimento Ilva, e dopo pochi metri trovo l’entrata – completamente disadorna – della festa: occorre aguzzare la vista per notare le bandiere dell’Arci che sventolano alcuni metri più in là.

Va beh, ormai ci sono: mi aspetta una (si spera) buona cenetta condita con dell’ottima birra, e l’ascolto di splendida musica proposta da due gruppi affermati nel panorama italiano del genere da essi proposto.

Guardo la cassa del ristorante, e mi viene male: una coda chilometrica fa pensare a grossi problemi organizzativi e a tempistiche molto dilatate; decido allora, mentre aspetto che si smaltisca la fila, di prendere una birra, come aperitivo.

Chissà cosa mi è passato per la mente: a causa del fatto che l’unica cassa esistente è quella del ristorante, per ottenerne un bicchiere occorre mettersi in coda come se si volesse mangiare; eseguo, e – dopo circa dieci minuti – riesco ad avere ciò che desidero.

Sorpresa: la bevanda che mi viene spillata assomiglia vagamente a quella promessa, una rossa doppio malto di una nota marca piemontese; il problema è che, forse a causa del fatto che viene servita alla spina, appare molto meno corposa rispetto all’originale.

A questo punto sono scoraggiato: non avevo mai visto tanto pressapochismo in vita mia; se si tiene conto del fatto che – passeggiando per tutto il quartiere – non ho visto nemmeno un manifesto che pubblicizzasse l’evento, e l’area occupata è infestata da fastidiosissime zanzare, la pur scarsa affluenza odierna è già un successo clamoroso.

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