speciale anti trump. 5 (da proletari comunisti)

6.

Ancora sul voto popolare a Trump
Trump ha vinto le elezioni con una forte campagna centrata sull’immigrazione.
Questo tema, insieme all’odio anti-elite di una parte dell’America profonda e reazionaria delle campagne, delle zone industriali indebolite, sono stati i due fattori principali del suo voto “popolare”.
In tutti i paesi imperialisti questi temi sono in mano all’estrema destra e la portano al successo elettorale.
I rosso-bruni di varia natura, anche nell’estrema sinistra, anche in Italia, tacciono e ridimensionano, come è stato per la Brexit, che sono queste campagne antimmigrati che
portano il cosiddetto “voto popolare”. Voto, quindi, caratterizzato da sentimenti e mobilitazione reazionaria che in nessuna maniera sono cavalcabili a sinistra,
 Anzi, la contrapposizione a questo, anche nelle file popolari, deve caratterizzare una sinistra di classe e di massa in un paese imperialista, e, quindi, è proprio la sinistra di classe e di massa che deve denunciare il carattere razzista e fascista del voto a Trump e considerare zone nere in senso lato le aree che votano per i Trump nei paesi imperialisti.
E’ stato questo anche il carattere principale del voto sulla Brexit, che ha permesso di vincere un referendum più o meno della stessa natura del voto a Trump.
Più complessa è l’altra parte del voto, quello dell’”America profonda” delle campagne e anche delle zone industriali in smobilitazione. In queste zone negli Usa, da sempre però, dominano posizioni conservatrici, e, quindi, non può stupire il voto a Trump, ma bisogna rilevare il fatto che esso sia stato espressione anche di una radicalizzazione dei sentimenti, concezioni e posizioni reazionarie – che, come abbiamo scritto in un’altra parte dello “speciale”, normalmente questa ‘massa critica’ non arrivava alla presidenza.
Anche qui, sebbene la posizione dei comunisti e della sinistra debba essere meno tranchant, come per la componente antimmigrati, il problema è che non è stato un voto di protesta, ma piuttosto un voto di adesione alle proposte sostenute nella campagna elettorale da Trump.
Quelle proposte legate al nazionalismo, al protezionismo, che nel mondo operaio coincide con il neo-corporativismo ed è uno dei fattori che cementano un blocco fascio-imperialista. In un paese imperialista qualsiasi forma di cavalcamento del nazionalismo economico è di carattere reazionario e imperialista, qualunque siano le motivazioni addotte. Il voto protezionista a Trump è della stessa natura del voto Brexit e in generale delle campagne anti-euro in Europa, sia quando sono portate avanti dall’estrema destra, sia quando sono sostenute da forze di estrema sinistra.
Non è quindi un caso che alcune forze di estrema sinistra di questo tipo assumono, rispetto al voto a Trump, un atteggiamento a dir poco ambiguo.
Le elezioni americane e il voto a Trump servono a chiarire ulteriormente anche nel campo della classe operaia, dei lavoratori, delle masse oppresse, il nesso indissolubile che esiste tra imperialismo e opportunismo.
Negli Usa il movimento di opposizione a Trump va sostenuto, portando questa opposizione anche in seno agli altri paesi imperialisti, dove pesa eccome l’egemonia americana, come parte della lotta antimperialista. Ma chiaramente combinata con la lotta all’imperialismo nella propria area e nel proprio paese.
Tornando alle effettive politiche che Trump condurrà, i primi annunci post-elettorali parlano di “blocco parziale dell’immigrazione” per i paesi sospettati di terrorismo e guerra contro i municipi che vogliono proteggere i clandestini”.
Queste misure in realtà sono già in atto in forme poliziesche e l’irrigidimento posto da Trump è principalmente di carattere ideologico, volto a cavalcare la tigre anti-islamica. C’è da dire che l’effetto di queste dichiarazioni minano la politica più recente dell’imperialismo americano, in Medio Oriente, nel mondo arabo, volta a creare la grande coalizione “anti Isis”, che invece prevede l’alleanza con tutte le forze islamiche che sposano l’opzione imperialista e sostengono l’aggressione imperialista e il dominio imperialista nell’area.
Quindi, l’azione di Trump lungi dal favorire la forza e la grandezza dell’imperialismo, la indebolisce e ne approfondisce la crisi.
Circa invece la guerra ai “municipi che vogliono proteggere i clandestini”, qui gli scopi della nuova Amministrazione sono quelli di fascistizzare i Comuni e allungare le mani sulle tante amministrazioni comunali nelle mani dei democratici. Questa sì, è un’azione di carattere fascista che vuole trasformare nel profondo l’apparato statale centrale e decentrato degli Usa.
Questo non farà che acuire le contraddizioni e mettere maggiormente in rilievo il carattere dittatoriale di Trump. E’ una delle contraddizioni interborghesi che il movimento di opposizione democratica e rivoluzionaria degli Usa potrà utilizzare.
I fascio-imperialisti negli Usa come nei paesi imperialisti europei in generale cavalcano il municipalismo e le ristrettezze mentali dei piccoli municipi nella loro ascesa elettorale, ma una volta che giungono al potere pretendono di trasformare i municipi in gagli irregimentati del potere centrale.
Il fascio-imperialismo rappresenta solo una estremizzazione della politica che tutti i governi nella fase attuale di crisi e di moderno fascismo conducono, basti pensare nel nostro paese al ruolo che svolge Renzi che fa leva sui poteri locali allineati; ma anche ciò che avviene nel campo dell’opposizione grillina. Grillo cavalca tutti i municipalismi per vincere le elezioni locali, ma quando queste amministrazioni vanno al potere, se non sono replicanti della Grillo-Casaleggio vengono abbastanza rapidamente scaricati.
Per concludere, le elezioni di Trump, la sua politica meritano un meticoloso approfondimento, perchè permettono di gettare luce su quello che avviene, non solo negli Usa, ma in casa nostra.
BREVI NOTE
1)
Il voto a Trump è riuscito anche ad unire, al di là delle parole, socialdemocratici e falsi comunisti, sindacati ufficiali e parte del sindacalismo alternativo.
Guy Ryder, direttore generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), punto di riferimento, per così dire, dell’universo del sindacalismo ufficiale, ha definito sul giornale inglese ‘The Guardian’ la vittoria di Donald Trump all’elezione statunitense dell’8 novembre e il referendum della Brexit del 23 giugno come “la rivolta degli espropriati, cioè delle persone che vedono ridotto il loro benessere a causa della globalizzazione, e alle quali le elite non sono riuscite ad offrire un’alternativa al protezionismo”.
Questo è il giudizio di fondo sostenuto dai vertici dei sindacati in buona parte dei paesi imperialisti, e negli Usa è stata la base perchè una parte rilevante del sindacato votasse per Trump.
Questi giudizi, in nome dell’opposizione a Trump, ne rappresentano invece una sorta di apologia. Descritta così la politica, viene giustificato il voto di alcuni settori operai e popolari a Trump.
2)
La vittoria di Trump ha messo anche  in luce la natura effettiva di commentatori, analisti, alcuni dei quali economisti, che nelle settimane prima erano impegnati a dipingere Trump con i colori più truci e che immediatamente dopo la sua vittoria elettorale, sono passati dall’analisi del voto a consiglieri del nuovo principe.
In fondo tutti costoro, vivono la loro vita, la loro professione in una continua attività di “consiglieri del principe”, di aspiranti cortigiani.
Joseph Stiglitz, uno dei più ascoltati, citati. intervistati, in un articolo sul settimanale “Internazionale”, scopre dopo il voto che “negli ultimi trenta anni le regole del sistema economico statunitense sono state riscritte a vantaggio di pochi privilegiati e a scapito dell’economia nel suo complesso, in particolare dell’80% più svantaggiato”.
Liquidati, quindi, in poche righe i presidenti degli ultimi 30 anni, passa immediatamente a consigliare Trump su ciò che dovrebbe fare. E nel scrivere questo è evidente che ha una “faccia tosta” e nessun senso del ridicolo.
 “Se Trump vuole davvero contrastare la disuguaglianza, deve riscrivere ancora una volta le regole in modo da favorire tutta la società e non solo le persone come lui. Deve rilanciare gli investimenti e consolidare la crescita a lungo termine… Deve adottare una strategia complessiva per migliorare la distribuzione del reddito negli Stati Uniti…. Le riforme del settore finanziario devono andare oltre le misure per evitare possibili danni e far in modo che il settore sia effettivamente al servizio della società… Il governo deve contrastare le concentrazioni di mercato e deve riformare il sistema fiscale regressivo degli Stati Uniti che alimenta la disuguaglianza aiutando i ricchi… Il primo obiettivo dovrebbe essere eliminare il trattamento speciale riservato alle plusvalenze e ai dividendi. Deve ridurre l’aliquota delle imposte sugli utili delle società per le aziende che investono e creano occupazione negli Stati Uniti. Deve adottare una politica di accesso all’edilizia popolare e all’assistenza sanitaria”…
“Il programma che ho appena abbozzato – insiste – non riguarda solo l’economia, l’obiettivo è lo sviluppo di una società dinamica aperta e giusta che mantenga la promessa dei valori più cari agli Stati Uniti”.
Fin qui il premio Nobel per l’economia della Columbia University. Ad essere malevoli, pensiamo che questo articolo lo avrebbe scritto anche se avesse vinto la Clinton, ma sicuramente scritto per l’elezione di Trump…  Beh,non abbiamo parole…!

7.

Conflitto di interessi
 
In Italia la frazione borghese antiberlusconiana, durante il governo di Brelusconi, ha costantemente portato a modello della regolazione del conflitto di interessi i governi Usa; e ora in questo paese viene eletto uno come Trump.
Questi possiede almeno 111 compagnie che operano in 18 paesi, dall’Arabia Saudita all’Indonesia, da Panama all’Azerbagian. Un’inchiesta del Washington Post dice che siamo di fronte al “più grave conflitto di interessi mai avuto da un presidente Usa”. E occorre dire che Trump durante la campagna elettorale non ha mai mostrato la sua dichiarazione di redditi e, quindi, le sue attività saranno molto più vaste.
A questo ci aggiunge che l’impero Trump è piuttosto oscuro, dato che, nella maggior parte dei casi, si tratta di proprietà edili che non sarebbero direttamente di proprietà di Trump ma di soci stranieri, altrettanto occulti, a cui è consentito “di usare il suo nome per identificare gli edifici che hanno realizzato loro e quindi attirare più clienti a prezzi più alti, grazie alla reputazione di lusso associata al marchio Trump”. In cambio, sempre secondo questa informazione, Trump, senza fornire capitali e lavoro, riceve commissioni, per esempio, nel caso di un grande complesso a Istanbul, ha ricevuto 10 milioni di dollari in due anni.
 Pure durante la campagna elettorale ha registrato 8 compagnie per lo sviluppo di hotel in Arabia.
Dopo le elezioni, mentre faceva il casting dei candidati ai posti dell’amministrazione, ha incontrato i soci palazzinari dell’India.
Si può, quindi, capire come gli intrecci tra gli interessi di Trump e le decisioni che deve prendere il governo Usa siano molto “intrecciati”.
Per esempio, Trump ed Erdogan sono legati da un filo di affari; ma questi interessi si estendono anche a partner più consistenti. La Deutsche Bank ha prestato una montagna di soldi a Trump, tanto da diventare il primo creditore del presidente degli Stati Uniti.
Trump è la descrizione vivente degli intrecci tra capitale finanziario, parassitario e governo nella fase imperialista, descritti magistralmente da Lenin.
Un’inchiesta del New York Time, basata sull’analisi dei bilanci della società red vision systems ha fatto emergere dati e debiti su 19 diverse entità legate a Trump.
Al numero civico 1290 dell’Avenue of Americas di New York, il presidente è comproprietario di un palazzo nel quale vi sono capitali, oltre che della Deutsche Bank, già detta, di due controllate della Goldman Sachs, della banca svizzera Ubs, della Bank of China. Siamo sicuri che se si analizzano altre parti dell’impero Trump si trovano altre parti del capitale finanziario internazionale.
Il sistema imperialista è, appunto, tutto questo e Trump ne rappresenta una personificazione, ed è quasi giusto che dagli Usa, il più grande paese imperialista del mondo, venga la santificazione di questo modello.
Le elezioni negli Usa sono sempre state un esempio classico di una scelta del ‘comitato d’affari’, una scelta tra affaristi, alla fin fine.
La democrazia americana è costruita per questo risultato.
Come si può pensare, quindi, che il problema sarebbe “chi ha votato Trump”?
Negli Stati Uniti sempre il voto delle masse, compreso quelle proletarie, tiene fuori una gran parte di esse nelle elezioni generali, e la parte che ne è coinvolta esprime votando la subordinazione, ideologica, culturale, al sistema imperialista.
Gli Usa sono un esempio classico della frase di Marx “… le idee dominanti sono quelle della classe dominante”.
I votanti in Usa sono ‘predisposti’, quindi, a rispondere agli stimoli che la classe dominante degli Usa, anche con le sue divisioni interne, domanda per affermare che il suo potere è basato sul consenso democratico delle masse.
Anche nel nostro paese, abbiamo assistito prima,durante e dopo la campagna elettorale, alla fiera delle stupidità travestite da analisi, da una parte anche di quella parte della ‘estrema sinistra’ che ha tifato Sanders, presentandolo come finalmente un candidato socialista alternativo. Poi, quando Sanders si è accucciato sotto la Clinton, il giornale principale che riflette gli orientamenti della sinistra italiana, Il manifesto, ha spudoratamente condotto una campagna per la Clinton, presentandola o come “alternativa” sociale e politica a Trump o, almeno, come il male minore.

8.

TRUMP E VOTO OPERAIO
E’ vero che una parte della classe operaia bianca ha votato Trump, sia, come abbiamo già scritto, contro la elites democratica al potere, sia per l’affermarsi nelle sue fila, ben prima di Trump, dell’ideologia antimmigrati, razzista, neocorporativa e protezionista.
Trump durante le elezioni ha cavalcato la tigre, offerto un riferimento, cristallizzato queste idee e portato a casa il risultato.
Questo non vuole affatto dire però che Trump al potere farà gli interessi di questa parte della classe operaia. Tutti i primi orientamenti e gli uomini scelti da Trump vanno decisamente in direzione opposta, perchè sono decisioni che vanno verso il taglio delle tasse sui profitti, piena libertà d’azione alle banche e alla grande finanza, che sono proprio a favore di coloro che hanno peggiorato la condizione economica, e rovinato questa parte della classe operaia.
Così è evidente che tutto il cosiddetto protezionismo “proteggerà” i padroni americani, ma non certo gli operai americani che, anzi, saranno chiamati ad uno sforzo particolare e a condizioni di vita e di lavoro necessari a sostenere l’industria americana protetta.
Quindi, non solo le classi più sfruttate, le masse afroamericane e degli immigrati dall’America Latina, ma anche i settori di classe operaia bianca saranno fortemente danneggiati dalla effettiva politica condotta dal miliardario americano.
Questo non vuol dire che vi può essere un rapido deterioramento del rapporto di consenso tra la nuova Presidenza e questi settori della classe, perchè Trump farà molta leva sugli elementi ideologici, sullo scatenamento della guerra tra poveri, sulla semina a piene mani, del patriottismo, della xenofobia, per tenere a sé legati masse che la sua politica conduce a condizioni di vita peggiori.
In questo senso, però, questa contraddizione rende evidente come la lotta sociale e politica contro la nuova presidenza Trump ha bisogno di una analisi di classe effettivamente aderente alle contraddizioni della società americana.
Il partito comunista rivoluzionario degli Usa non può che organizzarsi nei settori più sfruttati del proletariato e delle masse povere degli Usa.
E, all’interno di queste, non può guardare ad esse in termini populisti o democratico radicali, come è stato da sempre nella sinistra americana.
Nei settori più sfruttati delle masse proletarie occorre saldamente prendere in mano la difesa delle condizioni di vita, l’organizzazione sindacale di classe, fuori e contro il sindacalismo ufficiale americano, il sistema dei partiti e le diverse forme delle associazioni democratiche americane: Occorre far assumere alla lotta le caratteristiche costanti di una guerra di classe, di una guerra ideologica nelle fila delle masse; unire in un solo piano e sotto una sola direzione organizzazione di massa, organizzazione militante, azione nei territori – che vanno considerati periferie, della ‘campagna che accerchia la città’.
In questo senso il modello di partito per questa prospettiva non sono certo i partiti di impronta socialista e comunista USA, sempre degenerati in elettoralismo o in revisionismo, e spesso in sociasciovinismo, bensì il Black Panter Party.
La costruzione di un nuovo Black Panter Party basato su una ideologia più solida di quella che esso ha avuto – per noi, basato sul marxismo, leninismo, maoismo – e adeguato ai caratteri, non solo afroamericani, delle masse povere.

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Contro ogni revisionismo. Per il marxismo-leninismo-maoismo, principalmente maoismo. Per un giornalismo proletario. Viva Marx! Viva Lenin! Viva Mao Tsetung!
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