c’era una volta un direttore che non aveva visto scheletri negli armadi e che pasteggia con acqua al cromo e solventi (da medicina democratica alessandria)

Fabio Novelli, il PR Solvay intrattenitore di mass media, quello che fu cacciato dalla Presidente perché sorpreso a videoregistrare le udienze, con i giornalisti deride il Pubblico Ministero Riccardo Ghio: secondo lui, gli avvocati difensori di Solvay gli camminerebbero sopra come a un tappetino. A parte il fatto che se ne accorgerà quando ascolterà la sentenza, di quanto il Ghio gli ha fatto il culo, una considerazione sul chiacchierone viene spontanea. Il Pubblico Ministero rappresenta lo Stato, gli avvocati difensori rappresentano i privati. Prendiamo lo stipendio di un PM a confronto con le parcelle degli avvocati, i più famosi d’Italia, accompagnati da un codazzo di decine e decine di avvocatini e portaborse, nonché di consulenti strapagati. Ebbene, se lo Stato spendesse in PM l’equivalente di quanto spendono Ausimont e Solvay per arricchire il loro esercito legale, in aula conteremmo un migliaio di Pubblici Ministri. Ci basta e avanza il diluvio di chiacchiere dei difensori.
Ad esempio, il principe del foro Dario Bolognesi, che propina sempre alla Corte sorrisi smaglianti, fa dire al teste Marco Colatarci, direttore generale di Solvay Italia, che, è vero, tutte le relazioni nascoste nei sotterranei descrivevano almeno dal ’92 le discariche abusive, il cromo esavalente, l’inquinamento delle falde ecc.: però tutti questi dati dall’Ausimont erano stati taciuti all’ingenua acquirente multinazionale Solvay. Che, chissà perché, li conservava in armadi blindati con cura.
Ad esempio, il prestigioso avvocato Luca Santa Maria si produce in un amabile duetto con Stefano Bigini, attuale direttore dello stabilimento di Spinetta Marengo. Questo teste non deve nemmeno giurare in quanto imputato in reato connesso (dolosa omessa bonifica): dunque può tranquillamente mentire senza tema di incriminazione. Infatti dall’intonato coro esce l’esatto contrario dei fatti, della verità. La verità è che Solvay sapeva il contenuto degli archivi “segreti”, segreti agli Enti pubblici ma non ai suoi dirigenti che diligentemente appunto li custodivano. Nella fabbrica di Spinetta Marengo e in sede nazionale ci sono sempre state figure che chiamavamo
“quelli che nascondono gli scheletri nell’armadio”.
Oggi si nominano in inglese, ma sono sempre stati conosciuti come “responsabili delle Funzioni Ambiente e Sicurezza”. Hanno sempre deciso con direttori e amministratori delegati cosa spendere e soprattutto non spendere per ambiente e sicurezza, ma si sono sempre dati un profilo di “consulenti” per schivare possibili condanne penali. Scaricando le responsabilità sui direttori, pagati per quello. Come si vide al processo per l’omicidio bianco di Erio Terroni, ad esempio. Essi erano quelli dunque che disponevano di tutte le informazioni sensibili, dei documenti taroccati ad uso esterno, di quelli veri da nascondere negli archivi. “Archivio Rondoletto”, “Archivio Canti”, “Archivio Parodi”, “Archivio Boncoraglio”, “Archivio Pace”…
A Spinetta si conosceva l’archivio Rondoletto (Guido), che a sua volta l’ha lasciato in consegna a Giorgio Canti (imputato)che l’ha implementato: archivio prezioso, di riferimento per tutti i direttori che si sono succeduti nei decenni. Chiunque sapeva che in sede a Milano esisteva un archivio Parodi (Bruno) riguardante tutti gli stabilimenti italiani (Marghera, Bussi, Spinetta ecc.). Parodi era stato promosso in quella funzione non potendo più ricoprire incarichi operativi dopo la condanna penale subita. Andando in pensione, consegnò l’archivio in custodia a Francesco Boncoraglio (imputato). Il quale lo mantenne diviso in due: al piano superiore quello innocuo, ufficiale, e quello riservato ai dirigenti nel sotterraneo, dove verrà trovato blindato dai carabinieri del NOE inviati da quell’inetto (secondo Novelli) Pubblico Ministero. Il quale si ripeteva, terrorizzando il management di stabilimento (si ascoltino le intercettazioni telefoniche ordinate sempre dal PM), per gli archivi Canti e Pace.
Stefano Bigini, nel suo ineffabile duetto con l’avvocato Santa Maria, nega di aver intravisto questi archivi neanche da lontano: quelli di sede che qualunque direttore del Gruppo Solvay DEVE conoscere per mestiere, e quelli che Canti e il direttore uscente Luigi Guarracino (imputato) gli consegnano subentrando come direttore. Questi archivi sono l’ABC professionale per chi vuole ricoprire il ruolo di direttore. Bigini si stava preparando da mesi per venire a Spinetta. Altro che “sono arrivato il primo aprile 2008 e” come scherzo “ho scoperto l’inquinamento dai giornali”. Altro che “firmavo i documenti di Canti senza averli letti”. Altro che “la relazione Chiara Cataruzza l’ho letta ma solo in estratto”. Bigini, come emerge chiaramente dalle intercettazioni (Carimati, Canti, Martinelli, Bessone, Macone, Repetto ecc.) era a totale conoscenza pregressa di tutto e si prestava a tutto per brigare inganni ai magistrati (perfino a telefonare alla Protezione Civile facendosi passare per un contadino della zona). Bigini sapeva tutto e proprio per questo la (teste) Valeria Giunta lo mandava affanculo, rimpiangendo Guarracino. Sapeva tutto perché Solvay sapeva tutto quando ha comprato per un tozzo di pane il cesto di mele avariate Ausimont: una multinazionale chimica non è lo sprovveduto che acquista una macchina usata senza farla esaminare dal meccanico.
Solvay sapeva e ha continuato a occultare e falsificare. Non riesce più a farlo ora, proprio ora che sta tentando di vendere gli stabilimenti chimici meno remunerativi per concentrare le risorse sul business del futuro della fratturazione idraulica. Sindacato se ci sei batti un colpo!
Intanto in tribunale Bigini, senza obbligo di giuramento e soprattutto senza pudore, sgusciando come una anguilla dal pressing del PM, può canzonare la Corte d’Assise: “se si rispetta la legge, nessuna acqua è potabile in Italia”; “a Castelletto d’Orba imbottigliano acqua al cromo”; “la nostra acqua al cromo serviva solo per fare la doccia agli operai”; “cromo e altri 20 veleni che stanno colando nelle falde acquifere, risalgono agli anni ‘40”; “basta un telone di copertura e l’erbetta per mettere in sicurezza la discarica tossico e cancerogena”; “le perdite di acqua sono state ridotte del 90%”; “con 40 pozzi di barriera idraulica la falda sotterranea è in sicurezza”; “abbiamo speso 20 milioni per l’ambiente” speso? “vabbè, stanziato, da spendere”. Meno male che nel 2008 è scoppiato il bubbone.
IL PFOA UN ECOCIDIO PER LA PIANURA PADANA FINO ALL’ADRIATICO.
Infine Bigini ha perfino negato di aver ricevuto dalla CGIL lettere e comunicati a lui testualmente diretti, nei quali il sindacato – oggi – sollecita i lavoratori a controllare il PFOA nel loro sangue. Anzi Bigini nega, “è esagerato”, affermare che il PFOA provoca tumori e mutazioni genetiche. Nega perfino dopo che Solvay, a seguito della campagna nazionale promossa da Medicina democratica, è stata costretta ad eliminare il PFOA dal ciclo produttivo di Spinetta.
Bigini nega spudoratamente. Il CNR Consiglio Nazionale della Ricerca ha trovato il PFOA perfino alla foce del Po, dopo che ha percorso 600 chilometri. Perché è indegradabile nell’acqua (però bioaccumulabile nei tessuti viventi). E’ scaricato a Spinetta Marengo (Alessandria) dalla Solvay. Dalla Bormida finisce in Tanaro e infine nel Po. L’acqua contiene concentrazioni enormi di PFOA: fino a 1.500 ng/l, quando gli altri fiumi italiani ed europei non superano mai 1-20 ng/l. Il PFOA, acido perfluorottanoico, è tossico, mutageno, cancerogeno, teratogeno, se respirato o bevuto o mangiato col pesce e nella catena alimentare. Sono copiose le risultanze del mondo scientifico internazionale che abbiamo consegnato nei nostri esposti alla Procura della Repubblica di Alessandria: EPA Environmental Protection Agency, Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie, Codacons, WWF, Greenpeace, IRSA Istituto di ricerca delle acque, Joint Research Centre di Ispra, ISS Istituto superiore della sanità, Fondazione Maugeri, Ministero dell’ambiente, Parlamento europeo ecc. Risultanze che si possono in abbondanza trovare sul nostro blog. Medicina democratica ha chiesto di vietare la pesca in Bormida, Tanaro e Po, di vietarne l’uso potabile, di vietare le donazioni sangue dei lavoratori Solvay, e ovviamente di eliminare lo scarico dei veleni in aria e acqua.
Mentre in Italia mancano limiti di legge (colpevolmente, come era per l’amianto), il PFOA, utilizzato per il Teflon delle padelle antiaderenti e per il GoreTex dei tessuti,è stato finalmente messo al bando negli USA, dopo 101,5 milioni di dollari sborsati dalla Du Pont per risarcimenti alla popolazione, quando l’EPA (Environmental Protection Agency) l’ha trovato nel sangue umano e nei cordoni ombelicali, dopo aver accertato nelle cavie tumori, soprattutto al fegato, interferenze al sistema endocrino, con l’asse ipotalamo-ipofisi, alterazioni degli ormoni tiroidei, cancro alla tiroide, danni allo sviluppo e alla riproduzione, riduzione del peso alla nascita, inversione sessuale nei pesci ecc. In Italia, ha confermato il Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie. Così ha fatto l’Istituto superiore della Sanità. Il Codacons ha chiesto di sequestrare 150 milioni di pentole di Teflon. Il Ministero dell’Ambiente, invece, non ha saputo fare altro che commissionare un altro studio al CNR, peraltro senza finanziarlo. Nessuna legge è stata approvata. Perciò, alla foce del Po, il PFOA è sempre a 200 ng/l, infatti non si degrada nell’acqua, anzi si accumula nei tessuti viventi. Chissà per quanti decenni resterà questo ecocidio del PFOA, anche dopo che Solvay ne ha annunciato la sostituzione.

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