processo all’ilva al tribunale di taranto – un gruppo di capi e qualche operaio idiota (dallo slai cobas per il sindacato di classe)

E’ il giorno degli interrogatori di garanzia per i dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva di Taranto, dove nel frattempo gli operai mettono a punto la protesta. Emilio Riva, il ragioniere dell’acciaio, e suo figlio Nicola scelgono di restare in silenzio. Interrogati per rogatoria in Milano, si avvalgono della facoltà di non rispondere. Così, stando alle indiscrezioni, hanno fatto anche i sei manager del gruppo arrestati giovedì scorso. Sono arrivati in tribunale a Taranto con i cellulari della polizia penitenziaria.
All’ingresso una delegazione di circa sessanta tra operai e capiturno, li ha accolti tra gli applausi. Slogan, solidarietà e applausi anche all’uscita del tribunale. “Liberi, liberi – hanno gridato i deipendenti del gruppo – libertà per chi lavora”.
Per il giudice, nonostante le dimissioni dai vertici, è Emilio “il vero dominus del gruppo. Era perfettamente al corrente – scrive il gip nell’ordinanza che ne ha disposto gli arresti – di tutte le gravi lacune e disfunzioni che caratterizzavano lo stabilimento a livello di prestazioni ambientali. Eppure nonostante ciò, a parte qualche opera di maquillage, come è stato evidenziato nei processi di cui si è detto, nulla ha ritenuto di realizzare (…) Si è comportato come se il problema non esistesse. Un atteggiamento che lascia senza parole e dimostra, al di là di ogni dubbio, la volontà di continuare pervicacemente in un’ attività criminale e pericolosa per la salute delle persone”.
Oltre ai Riva padre e figlio, che gli è succeduto nella carica e si è dimesso un paio di settimane fa, sono coinvolti anche l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, il dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio, il responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo. A loro si sono aggiunti, altri tre dirigenti che hanno assunto incarichi in tempi più recenti: Marco Andelmi, capo area parchi, Salvatore De Felice, capo area altoforno e Salvatore D’Alo, capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Crf. Sono accusati, a vario titolo, di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose. In più si è aggiunto anche il sospetto di “corruzione in atti giudiziari” per una sospetta mazzetta versata a un perito incaricato di eseguire delle indagini sulle emissioni dello stabilimento.

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