amianto: la lotta continua

Casale Monferrato, venerdì ventuno novembre: nel giorno del lutto cittadino proclamato dal sindaco Concetta Palazzetti detta Titti, si tiene – a partire dalle ore 17:40, presso il salone Tartara di piazza Castello – un’assemblea pubblica per decidere come rispondere all’infame sentenza della Corte Suprema di Cassazione che due giorni prima ha dichiarato il reato di disastro ambientale doloso prescritto, e di conseguenza ha mandato vergognosamente assolto il padrone svizzero dell’Eternit, il criminale genocida Stephan Schmidheiny.
Entrando nel luogo di convegno, sul lato destro si nota una mostra di quadri con all’interno sacchi contenenti l’indicazione di diversi tipi di amianto; sono inoltre esposti: un vecchio giocattolo per bambini (prodotto dalla Harbert) denominato ‘Dolce forno’, che fino al 1990 aveva al suo interno un cartoncino in amianto atto a (come è scritto sulla didascalia che lo accompagna) “schermare il calore della lampadina che simula l’elemento riscaldatore del forno”; una confezione di plastilina denominata ‘Das’ che, dal 1963 al 1975, conteneva asbesto; alcuni oggetti di uso comune – cartone, lastre di cemento-amianto, nastro con cordino, asciugacapelli, ed altri – che contenevano il materiale mortifero.
Sul lato opposto, invece, si può visitare una mostra fotografica che spiega i diversi impieghi del minerale, i danni che esso provoca alla salute, e soprattutto fornisce informazioni utili per il corretto trattamento e smaltimento dei manufatti.
Il palco, che si trova in fondo alla sala, presenta sei bandiere tricolori con la scritta “Eternit: giustizia”; ai suoi piedi si trova uno striscione dell’Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto (Afeva) che recita “Disastro Eternit Italia 3000 vittime”, mentre dietro al proscenio è appeso lo storico drappo dell’Afeva, ed a lato sono posizionate le bandiere dei sindacati confederali a cui si aggiunge una dell’Europa.
Quando si aprono i lavori – con l’introduzione della giornalista, del quotidiano La Stampa, Silvana Mossano – la sala è gremita: sono diverse centinaia i presenti, tra cui spiccano: alcune delegazioni straniere, molti sindaci della zona, rappresentanti di associazioni di combattenti, nonché decine di giornalisti di testate nazionali e non solo.
Al tavolo della presidenza siedono: la presidente onoraria dell’Afeva, il commendatore della Repubblica italiana Romana Blasotti Pavesi; i sindacalisti – anime da sempre delle vertenze giudiziarie – Bruno Pesce e Nicola Pondrano; i rappresentanti delle segreterie dei sindacati confederali; il vicedirettore del menzionato giornale, Michele Brambilla, che coordina i lavori.
Più tardi faranno la loro comparsa: il presidente della Provincia di Alessandria, nonché sindaco del capoluogo, Maria Rita Rossa, ed il presidente della Regione Piemonte, Sergio Kiamparino: va detto che, proprio costui, non perderà occasione per dimostrare tutta la sua ignoranza, parlando di “vergogna di essere italiano” a causa dell’indegna sentenza della Cassazione che “dimentica l’esistenza di tremila morti”, scordando che l’infame pronuncia riguardava soltanto il reato di disastro ambientale doloso.
L’umore dei convenuti non è certamente dei migliori: la schifosa sentenza del mercoledì precedente è stata sì incassata, ma si fa una gran fatica a digerirla; come mi conferma “la Romana” (così è conosciuta da tutti la Blasotti Pavesi) “non c’è alcuna intenzione di abbandonare la lotta proprio adesso che – come ricorda anche un visibilmente commosso Pesce nel suo intervento – sta per aprirsi il processo per omicidio volontario di tremila cittadini”.
Questo anche perché occorre onorare la memoria degli ultimi due deceduti – proprio in questi giorni, dopo l’infamia romana – per mesotelioma pleurico: la signora Maria Luisa Dalla Valle e il maresciallo Spataro.
La giornata si conclude con una fiaccolata in ricordo delle vittime dell’amianto che, a partire dalle ore 18:45, con partenza dal piazzale antistante il luogo della riunione, percorre le vie del centro cittadino.
Per finire, propongo qui sotto il testo del comunicato firmato dal Coordinamento internazionale delle associazioni dei familiari e delle vittime dell’amianto, Cgil, Cisl, Uil, rappresentanti sindacali di vari Paesi, e giuristi esperti.
—–
Esprimiamo la più ferma indignazione e dissenso nei riguardi della vergognosa e ingiusta sentenza della Corte di Cassazione emessa il 19 novembre.
Schmidheiny, amministratore delegato e co-proprietario della Eternit Italia, era stato condannato in appello a 18 anni di carcere per disastro doloso ambientale permanente. Il miliardario svizzero in Cassazione non è stato riconosciuto innocente, è il reato che è stato prescritto. Infatti non solo il procuratore generale ma addirittura il suo stesso avvocato (Franco Coppi, n.d.r.) hanno ammesso la sua colpevolezza. E’ una mostruosità e una vergogna quella di considerare come prescritto un reato che ha già provocato oltre 3000 vittime, e che nella sola Casale uccide una persona ogni settimana. Proprio oggi il disastro di SS ha mietuto l’ennesima vittima. Pertanto questa sentenza viola i principi fondamentali delle Convenzioni sui diritti umani: le garanzie di legge nei confronti dell’imputato non possono in alcun modo cancellare il diritto alla giustizia di migliaia di vittime. La responsabilità personale per un così grave crimine di impresa non può essere annullata per tecnicismi formali.
La lotta non finisce qui, intraprenderemo tutte le azioni legali e di mobilitazione sociale possibili in tutto il mondo, compreso qualunque caso contro l’Eternit, come il processo a S. per omicidio volontario che verrà celebrato prossimamente a Torino. Il coordinamento internazionale riunito a Casale il 21 novembre esprime solidarietà alle vittime e ai familiari di Casale e del mondo. Non sarà questa vergognosa sentenza a fermarci.

Il coordinamento internazionale delle associazioni dei familiari e delle vittime dell’amianto, CGIL CISL UIL e rappresentanti sindacali di vari Paesi, giuristi esperti.
AFEVA Italia
ANDEVA Francia
ABREA Brasile
ABEVA Belgio
FEDAVICA Spagna
ASAREA Argentina
UAO Svizzera
ASBESTOS VICTIMS SUPPORT GROUP FORUM UK Gran Bretagna
ABAN Giappone
BAN ASBESTOS ASIA

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sabato 22 novembre: corteo no tav a torino

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sabato 22 novembre: sit-in davanti alla comunità ebraica in solidarietà con la resistenza palestinese (da free palestine torino)

In merito alla polemica sollevata da alcuni esponenti della comunità ebraica di Torino, contro la mostra sui rifugiati palestinesi esposta al Museo della Resistenza, si invita tutti/e a un SIT-IN DI SOLIDARIETA’ CON LA RESISTENZA PALESTINESE
- contro la demolizione delle case e l’ebraicizzazione di Gerusalemme
- contro l’apartheid e la puliza etnica della Palestina
- per uno stato unico in Palestina, in cui arabi ed ebrei abbiano uguali diritti
SABATO 22 NOVEMBRE ORE 10,30
PIAZZETTA PRIMO LEVI – TORINO
(p.s.: sabato 22 novembre, alle 14,30, banchetto per la Palestina in piazza Castello, prima del corteo No Tav)

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articolo 18. sacconi: “completato il percorso iniziato da marco biagi”. anche il proletariato lo deve completare… (da proletari comunisti)

La Commissione lavoro di Montecitorio ha confermato la volontà del governo di cancellare l’art. 18 non solo per i nuovi assunti ma per tutti i lavoratori.
Il PD parla di miglioramento del testo, grazie all’emendamento sui licenziamenti disciplinari, e plaude alla vittoria; lo stesso fanno quelli del Nuovo Centro Destra perchè dice che il testo di attacco all’art. 18 è in realtà pienamente confermato. Per una volta dobbiamo dare ragione a questi.
Il diritto al reintegro sul posto di lavoro non c’è più. Perchè pur restando per i licenziamenti discriminatori e, in qualche caso (rarissimo come vedremo) per i licenziamenti disciplinari, nessun padrone, avendo ora la possibilità di licenziare senza giustificato motivo, si metterà “sotto scopa”, licenziando per motivi discriminatori o disciplinari.
Per il licenziamento disciplinare, introdotto, siamo poi al “teatro dell’assurdo”.
Prima di tutto la materia è ancora tutta da definire con futuri decreti delegati, ma la sostanza è che, poichè questi licenziamenti dovranno essere legati a gravi reati penali (come dice Sacconi: “una fattispecie di licenziamenti disciplinari estrema”); siamo alla serie che il padrone ti deve accusare ingiustamente di avergli ucciso la madre (Sacconi parla di “licenziamenti disciplinari particolarmente infamanti”), per poter sperare nel “reintegro” – altrimenti anche qui, al massimo di indennità si tratta.
Per tutti gli altri licenziamenti, quelli economici, senza giusta causa o giustificato motivo, che sono la stragrande maggioranza, vi sarà solo un indennizzo economico commisurato all’anzianità di servizio.
In pratica una volta licenziato, il lavoratore va a casa. Con in tasca qualche mensilità di stipendio.

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genova, giovedì 20 novembre: ancora un’iniziativa sull’ucraina

Giovedì venti novembre, a partire dalle ore 17:40, a Genova – presso l’associazione ‘Giardini Luzzati’, sita all’interno degli omonimi giardini adiacenti piazza delle Erbe, nel centro della città – si tiene un’iniziativa dal titolo: “Solidarietà con la resistenza antifascista in Ucraina”.
L’assemblea è convocata dalla sola componente trotzkista interna a Rifondazione Comunista denominata Falce Martello, affiliata alla Tendenza Marxista Internazionale: infatti i convenuti – esclusi gli organizzatori e chi scrive – sono tutti (meno di una decina, a dire il vero) storici esponenti della ‘seconda mozione’.
Qualunque siano le dimensioni della platea, è comunque già qualcosa, visto lo stato comatoso in cui versa la locale federazione del partito del Pastore Valdese, in pratica ridotta ad un gruppetto di persone che seguono il movimento No Tav-Terzo Valico.
La riunione inizia con una breve introduzione di tale Franco che presenta la serata, per poi cedere la parola a Claudio Bellotti, il responsabile nazionale dell’organizzazione.
Questi, partendo da ciò che si è creato nell’Europa dell’est a seguito della caduta dell’Urss revisionista, illustra la situazione attuale in Ucraina; ricorda giustamente i rapporti tra l’estrema destra del Paese – Svoboda e Pravij Sektor – ed il Dipartimento di Stato del Paese degli yanqui: peccato solo che sorvoli su quelli che Trotzky ed i suoi accoliti tenevano con lo stesso ente negli anni trenta!
Il resto della relazione è ispirato da un’onestà intellettuale che, data la natura politica degli organizzatori, mi sorprende: neppure una parola di astio verso gli odiati ‘stalinisti’.
Nel finale della relazione, ecco il passaggio che chi scrive ritiene inaccettabile: “L’unica soluzione alla crisi, che la sinistra di classe può sostenere, è una federazione di entità diverse all’interno dello stesso Paese, scongiurando così il suo smembramento”.
La mia contrarietà a questa tesi nasce dal fatto che essa non tiene conto della volontà popolare espressa con il referendum che ha sancito il distacco delle repubbliche del Donbass e della Crimea dall’Ucraina, e la loro adesione alla Federazione Russa.
Terminato il discorso del Bellotti, viene proiettato un filmato della conferenza, sullo stesso tema, che Sergej Kirichuk – esponente del gruppo Borot’ba, rifugiato politico in Germania – ha tenuto a Reggio nell’Emilia nei mesi scorsi.
Per concludere ha luogo un dibattito che permette ai presenti di approfondire alcuni aspetti della tematica affrontata in precedenza dagli oratori.

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mornese (al), venerdì 21 novembre: cena di autofinanziamento no tav (da circolo no tav val lemme)

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liberazione di trieste: il ruolo di un grande comunista (da circolo culturale proletario)

“(1901-1968)
Stoka Franc-Rado
pescatore rivoluzionario”

E’ scritto sulla lapide di una tomba istriana.
- Chi era Franc Stoka?
Lo conobbi negli anni cinquanta, accompagnandolo nella nostra regione a incontrare partigiani italiani della Divisione Garibaldi che combatterono a fianco dell’Armata di Liberazione Jugoslava, e gli parlai poi a lungo quando mi recai, nel 1953, a Trieste su invito del compagno Eugenio Laurenti, direttore del giornale “La Voce di Trieste”.
Voglio ricordare Stoka in occasione del quarantaseiesimo anniversario della sua scomparsa.
- Ecco chi era Franc Stoka.
Dalla sua fondazione, nel 1921, membro del Partito Comunista Jugoslavo.
Rifugiato in Argentina nel 1938 per sottrarsi alla persecuzione dei fascisti della Venezia Giulia, due anni dopo fu arrestato e consegnato alla polizia italiana.
Confinato a Ponza, spesso in conflitto con le autorità per il suo carattere rivoluzionario, venne rinchiuso e poi deportato a Ventotene.
Liberato nel luglio 1943, raggiunse Trieste dove si dedicò alla formazione e al reclutamento di nuovi compagni per il Partito Comunista clandestino nelle diverse industrie, e in particolare nei Cantieri Navali di Monfalcone.
Nel 1944, come membro del comitato misto KPS-KPI (partiti comunisti italiano e sloveno di Trieste), venne delegato ad un incontro a Milano col CLNAI (Comitato Nazionale di Liberazione dell’Alta Italia).
A fine aprile 1945, in una riunione tra partigiani italiani e jugoslavi, Franc Stoka, che rappresentava questi ultimi, comunicò che le componenti della Resistenza che facevano a loro riferimento, Osvobolina Frente Delovsk e Enotnost (Fronte di Liberazione-Battaglione Unità Operaia) e GAP triestini sarebbero insorte a sostegno dell’azione condotta sull’altopiano dalla Armata Jugoslava e che gli insorti avrebbero esposto due bandiere: una italiana, con la stella rossa, e una jugoslava.
Per questo motivo il Corpo Volontari della Libertà, formato da partigiani italiani, non partecipò alla insurrezione.
Come Commissario Politico del IX Corpus Sloveno guidato dal Generale Joseph Cerni partecipò ai combattimenti per la liberazione di Trieste.
In un manifesto firmato Kveder e Stoka la popolazione veniva informata che l’Esercito Jugoslavo assumeva l’amministrazione della città.
Con il nuovo Governatore Generale Kveder ed il suo Vice Giorgio Jaksevic, Franc Stoka venne nominato Commissario per Trieste con pieni poteri.
Le riforme attuate con il favore degli antifascisti italiani e sloveni vengono invece così descritte da Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia”: “… il tricolore italiano fu ammainato dovunque, i conti in banca bloccati, 170 milioni della Banca d’Italia trasferiti in Jugoslavia… la requisizione dei beni dei criminali di guerra (che scandalo! n.d.a.) che diede luogo a spoliazioni e rapine, furono fondati i Sindacati Unici, assoggettati i giornali, poste le premesse di un regime di democrazia popolare…”
Tutte le organizzazioni partigiane costituirono un organismo di coordinamento, il CLT (Comitato di Liberazione di Trieste) col compito di indire elezioni per formare una amministrazione civile della città, ponendo fine a quella militare jugoslava.
La nomina dei delegati alle elezioni della Assemblea fu organizzata non con un sistema democratico, ma in modo rivoluzionario dai lavoratori dei Sindacati Unici e del Fronte di Liberazione, escludendo tutte le organizzazioni borghesi.
L’Assemblea decise la costituzione di nuovi strumenti di governo: Tribunali del Popolo, Guardia del Popolo (il cui comando fu successivamente assunto da Franc Stoka) e Sindacati.
Il 7 luglio 1948 i dieci membri del Comitato Esecutivo, la più alta istituzione del Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste, furono chiamati a discutere la risoluzione del Cominform che condannava la Jugoslavia di Tito: sei, guidati da Vittorio Vidali e Bruno Ursic, si espressero a favore, quattro, guidati da Branco Babic e Franc Stoka, contro.
Non ci esprimeremo in quest’occasione sull’argomento: ma è certo che, nonostante i contrasti politico-ideologici, i compagni dei Partiti nati dalla scissione – il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste ed il Fronte Italo Sloveno – continuarono entrambi, sia pure in campi opposti, la battaglia per gli interessi dei lavoratori triestini.
Certo, non mancò mai, fino alla sua morte, la guida di Franc Stoka, e noi vogliamo qui confermarlo.

Sergio Guerrieri
Circolo Culturale Proletario
novembre 2014

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