l’improvvisazione non paga

A pagina quindici del Corriere Mercantile, il supplemento genovese del quotidiano torinese La Stampa, di sabato venti settembre si trova un’inchiesta condotta dal sedicente giornalista Michele Varì: essa riguarda recenti indagini, degli inquirenti locali, sull’assunzione – da parte di decine di ragazzi “figli di imprenditori, ex calciatori, giornalisti” – di sostanze stupefacenti, sia all’interno sia all’esterno della scuola che frequentano.
Tutto lo scritto è un vero e proprio concentrato di luoghi comuni circa le conseguenze nefaste del gesto, ed in particolare sulla presunta dipendenza che darebbe il fumare le ‘canne'; al di là del fatto che è più che opinabile il fatto che il ‘fumo’ renda fisicamente dipendenti dalla sua assunzione – mentre quella psicologica non è contestabile – il motivo della mia polemica è un altro.
Uno dei quattro articoli in cui è spacchettata l’intera inchiesta porta il titolo: “Ragazzi che noia, ci facciamo la bonza”; lo scribacchino da lì parte per una crociata contro le ‘canne’, senza sapere che – nel gergo giovanile genovese – la ‘bonza’ non sia affatto quello che crede lui, ma bensì la cocaina.
A questo punto il mio consiglio all’imbrattacarte è il seguente: farebbe bene a cambiare mestiere ma, se proprio vuol continuare a svolgere quello di operatore dell’informazione, almeno si occupi di cose che conosce; l’improvvisazione, in questo difficile mestiere, non paga mai.

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rfi si intesta il terreno dei 101 di pozzolo. i no tav preparano la resistenza (da notavterzovalico)

Il 20 agosto avevamo dato la notizia dell’emanazione del decreto di esproprio per il Terreno di Pozzolo Formigaro che venne acquistato collettivamente da 101 No Tav – Terzo Valico a maggio del 2013. Nel decreto di esproprio si può leggere: “… DISPONE Il passaggio di proprietà degli immobili sopra descritti (il terreno dei 101 ndr.), alla condizione sospensiva che lo stesso venga notificato alla ditta espropriativa nelle forme degli atti processuali civili e salva l’esecuzione a cura del richiedente Consorzio COCIV, a norma dell’art.24, comma 1, del D.P.R. n. 327/2001 e s.m.i., qualora gli immobili non risultino già nella totale e impregiudicata disponibilità del soggetto beneficiario dell’esproprio…”
Nei giorni scorsi un No Tav pozzolese ha pensato bene di fare la visura catastale del terreno in questione e ha scoperto, non senza stupore, che Rfi ha pensato bene di intestarsi al catasto il terreno. Intestazione avvenuta nella stessa data di emanazione del decreto di esproprio ma senza che il Consorzio Cociv comunicasse ed eseguisse l’immissione in possesso del terreno (la condizione sospensiva indicata nel decreto). In questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori, è la norma che cerchino di costruire il Terzo Valico senza neppure il rispetto delle leggi, ma questa volta hanno decisamente passato il segno. Con ogni probabilità questo è il modus operandi che viene sempre utilizzato, considerato che molto raramente davanti all’esecuzione di espropri si trovano ad affrontare la resistenza di un movimento popolare.
I No Tav – Terzo Valico non si sono certamente fatti scoraggiare e qualche giorno dopo la scoperta alcuni militanti dei comitati di Pozzolo e Novi hanno iniziato i lavori di recinzione del terreno dando vita di fatto ad un nuovo piccolo presidio No Tav – Terzo Valico nel Comune di Pozzolo. Un modo simbolico per diffidare chiunque non sia un cittadino contrario alla realizzazione della nuova linea ferroviaria a mettere un solo piede sul terreno collettivo dei No Tav. Con ogni probabilità non verrà fatto, ma nel dubbio il comitato pozzolese ha deciso di portarsi avanti con i lavori. E’ infatti facilmente immaginabile che nei prossimi giorni/mesi Cociv comunicherà ai 101 proprietari l’intenzione di espropriare il terreno. Il movimento con la determinazione di sempre si sta già preparando ad una nuova giornata di resistenza agli espropri come quelle del 30 luglio scorso ad Arquata e Serravalle e del 10 settembre ad Arquata. Siamo pronti a scommettere che il terreno collettivo dei 101 No Tav verrà difeso all’occorrenza con le unghie e coi denti.

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l’ingiustizia per i pescatori indiani assassinati dai marò val bene le relazioni economico-politiche italia-india (da proletari comunisti)

Fa bene Massimiliano Latorre, arrivato in Italia, a Taranto con tutti gli onori, a ringraziare con la lettera scritta l’altro giorno tutte le Istituzioni, il governo, i ministri Mogherini e Pinotti. Perchè la sua venuta in Italia, come in generale viene trattata dal governo e dallo Stato italiano, tutta la vicenda dei marò (primo pensiero nelle dichiarazioni ufficiali dei Ministri, fino anche all’intervento di apertura della Fiera del Levante del Sindaco di Bari), è un chiaro esempio non di giustizia, ma di una grande ingiustizia al servizio degli interessi economico-politici dell’imperialismo italiano e dello Stato indiano.
Da un lato i forti interessi dell’Italia, sia quelli esistenti – vedi Finmeccanica – sia quelli futuri – vedi la possibile acquisizione degli stabilimenti siderurgici Ilva e Piombino da parte dei colossi indiani dell’acciaio, Mittal e Jindal, sia quelli commerciali e diplomatici per la presenza nel mercato mondiale; dall’altro l’interesse del nuovo governo indiano del fascista Modi ad una politica estera più ambiziosa, più vantaggiosa per l’India che porti maggiori business.
Come scriveva giorni fa il Corriere della Sera: “La correlazione fra l’interesse italiano a riportare a casa i marò e quello indiano di evitare inutili intoppi alla scalata verso il Consiglio di sicurezza, potrebbe aprire spazi paralleli per un negoziato serio”, benchè – aggiunge – “L’Italia è vista dall’India come un paese simpatico ma non rilevante”.
Per questi interessi, i pescatori uccisi e le loro famiglie non avranno giustizia e i due marò assassini forse ce li ritroveremo nelle future elezioni politiche in Italia in qualche lista fascista, e nell’essere, comunque, propaganda vivente dell’azione all’estero da imperialismo straccione dello Stato italiano.

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i punti del jobs act al servizio dei padroni (da proletari comunisti)

PREMESSA
Una riforma del lavoro che ha come scopo solo la difesa dei profitti padronali nella crisi, portata avanti con stile moderno fascista
I padroni hanno necessità di “fare cassa” e di avere un mercato della forza-lavoro e del suo uso ultraflessibile per mantenere i profitti, che per buona parte di loro sono continuati nella crisi; sono preoccupati di stare in Europa e nel mondo dove la contesa è forte e, nonostante tutto, una certa ripresa c’è. E, quindi, avere un fronte interno efficiente e “veloce” è importante.
Quindi, sono gli industriali i veri azionisti di maggioranza del governo Renzi, quelli della grande industria ma anche della media e piccola industria, dell’industria privata come dell’industria “pubblica”, dell’industria operante sul mercato mondiale ma anche piccola industria “schiacciata, come dicono loro, da tasse e sindacati”. Renzi, sta lì per fare fatti concreti, immediati, liberandosi in una certa misura da mediazioni parlamentari e da mediazioni sindacali.
Non si possono capire i provvedimenti in corso e l’azione del governo se non si coglie qual’è l’azionista di maggioranza effettivo di questo governo, fuori dai Palazzi della politica e in una certa misura fuori dall’entourage tecnocratico che imbriglia.
Renzi con il jobs act e la cancellazione dlel’art. 18 e di buona parte dello Statuto dei Lavoratori vuole dare un segnale forte al padronato europeo, italiano, concentrando l’attacco sulla classe operaia e sui lavoratori. Lo fa con stile moderno fascista chiamando a raccolta innanzitutto tutta la destra e l’estrema destra attorno a sé, convinto com’è che l’attuale PD, incancrenito e senza alcuna possibilità di cambiamento di campo, non possa impedire tale disegno.
Il riferimento alla Thatcher e al Reaganismo sono corretti sul piano storico, ma è bene restare su quello che noi chiamiamo moderno fascismo, perchè nel nostro paese ogni svolta autoritaria e reazionaria assume questo carattere, come già Berlusconi ci aveva abituati.
In questo quadro l’attacco all’art. 18 è innanzitutto un attacco ideologico e politico, i suoi effetti economici sono relativi (perchè già ampiamente svuotati dalla riforma Fornero e dagli stessi padroni che quando non sono a loro misura se ne fregano delle leggi), e quindi la reazione deve essere anche ideologica e politica da parte della classe operaia e del movimento sociale di lotta.
Ideologico, perchè si vuole affermare il primato assoluto del capitale e la sua dittatura di classe sui posti di lavoro e nella società, facendo leva sulla crisi ideologica del movimento operaio. Politico perchè vuole creare un nuovo stato consolidato alla marcia del governo dei padroni.
La parte più insidiosa però dell’azione del governo, che fa leva sull’utilizzazione spregiudicata dei mass media come e peggio di Berlusconi – ad esempio, anche la 7 è allineata col governo – è quella di cercare di mettere masse contro masse, usando pienamente la demagogia antisindacale, che nella situazione attuale è antioperaia essenzialmente, chiamando a raccolta la gioventù intellettuale disoccupata, il mondo della precarietà, ecc.
Quindi se è giusto essere realisti e pessimisti sull’esito della battaglia concreta e non farsi quindi trascinare nei deliri autoreferenziali della sinistra riformista e della ex sinistra parlamentare, noi dobbiamo pensare alla nostra classe, e all’opportunità che questa battaglia offre per mobilitare, conquistare e far giocare un ruolo d’avanguardia a settori della classe operaia, ai settori proletari assimilabili (cioè quelli organizzati dal sindacalismo di base e di classe).
PUNTI DEL PIANO RENZI
– “Tutele crescenti” e sconto per i padroni
Ci sono solo due forme di lavoro: autonomo e dipendente. Quella dipendente, a sua volta, si suddivide in tempo determinato e tempo indeterminato a tutele crescenti. Se l’azienda assume a Tempo indeterminato avrà incentivi, una sorta di sconto, che dovrebbe restituire se il licenziamento avvenisse nei primi tre anni. Le ditte non pagherebbero i contributi nei primi tre anni, e i neoassunti verrebbero esclusi dall’applicazione dell’articolo 18 per cui i padroni in questi tre anni possono tranquillamente e in ogni momento licenziare. La flessibilità “in entrata”, come dice Renzi, è in realtà tutta in “uscita”;
Essendo i contratti a progetto e le altre forme di precariato cancellate, i lavoratori avrebbero tutti gli stessi diritti (minimi di retribuzione, maternità, ferie, ammortizzatori sociali) secondo il tipo di contratto (a termine o a tutele crescenti). Il nuovo contratto a tutele crescenti si applicherebbe solo alle assunzioni successive all’entrata in vigore della legge.
Ma l’introduzione di un “contratto unico”, per – si dice – eliminare i vari contratti attuali, in realtà è l’unificazione al livello più basso (anche a livello di inquadramento contrattuale e quindi retributivo), di tutte le forme di precarietà in una sola, senza più limiti e rischio di vertenze per i padroni.
– L’articolo 18
Nel nuovo sistema il diritto al reintegro resterebbe solo sui licenziamenti discriminatori (fede religiosa, politica, appartenenza sindacale, razza, ecc.) mentre in tutti gli altri casi l’azienda potrebbe licenziare liberamente il lavoratore dietro pagamento di un’indennità economica crescente in rapporto agli anni di servizio prestati (le ipotesi variano da uno a tre mesi di stipendio per anno di lavoro).
Nei primi tre anni i padroni possono liberamente licenziare senza neanche dare l’indennizzo.
– I nuovi ammortizzatori
Una volta licenziato il lavoratore, in aggiunta all’indennizzo dall’azienda, avrebbe l’indennità di disoccupazione dallo Stato. Si tratterebbe in pratica dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) già prevista dalla riforma Fornero, ed estesa a tutti i lavoratori dipendenti, compresi quelli a contratti a progetto, collaborazioni varie e altre forme di precariato.
Ma su questa indennità di disoccupazione il governo è ancora alla ricerca di un miliardo e mezzo di euro da mettere nella legge di Stabilità per il 2015. L’indennità avrebbe un tetto (per l’Aspi nel 2014 è di 1.165 euro) e una durata massima (potrebbe essere allungata da 18 a 24 mesi). I disoccupati però devono partecipare a corsi di formazione e accettare proposte di lavoro, altrimenti perderebbero l’assegno; formazione che, come alcune esperienze già mostrano, si tratta solo di ore di tempo sprecate, inutili, senza effettive prospettive di nuovo lavoro, e usate di fatto in forme ricattatorie.
Sparirebbero prima del previsto la cassa integrazione in deroga e l’indennità di mobilità. Via anche la cassa integrazione per chiusura di aziende. Resterebbe solo la cig ordinaria per momentanei cali di produzione e quella straordinaria per ristrutturazioni aziendali, che però potrebbe essere attivata solo dopo aver attuato riduzioni dell’orario.
Gli operai ci perderebbero due volte, per l’entità e la durata del sussidio, ma soprattutto perchè, con l’abolizione della cig per crisi o in deroga, verrebbe immediatamente interrotto ogni rapporto con l’azienda, senza alcuna possibilità, come ora, di rientro.
LE NORME GIA’ APPROVATE A MAGGIO
– Contratti a termine: Il contratto a termine ha una durata complessiva di 36 mesi, senza il requisito della “causalità”, per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato. Le proroghe possono essere 5 (ma i rinnovi dei contratti possono superare di molto questo limite). Il numero di contratti a tempo determinato non può eccedere il limite del 20 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato, ma se viene superato è prevista solo una piccola multa!
– Apprendistato e Formazione: ancora più vantaggiosi per i padroni. Al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate. Mentre le ore di formazione vengono retribuite al 35%. Gli obblighi formativi sono svuotati e senza una comunicazione dalla Regione, il datore di lavoro non è tenuto ad integrare la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere con quella finalizzata all’acquisizione di competenze di base e trasversali.
– Contratti di solidarietà: anche questi ancora più vantaggiosi per i padroni. I datori di lavoro che stipulino il contratto di solidarietà, hanno diritto per un periodo non superiore ai 24 mesi, a una riduzione dell’ammontare della contribuzione previdenziale ed assistenziale per i lavoratori con riduzione dell’orario di lavoro maggiore del 20 per cento. La misura della riduzione è fissata dal decreto emendato al 35%.

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effimere certezze

La Repubblica di martedì sedici settembre riporta (in un box al centro di pagina nove) una dichiarazione di Giuseppe Civati detto Pippo, ex compagno di merende di Don Matteo Renzi – ma per amor di verità occorre ricordare che, tra i due, la rottura è avvenuta ben prima dell’ascesa politica dell’Autocrate Fiorentino, certamente perché il giovane lombardo ha compreso molto prima dei suoi colleghi di partito il carattere fascistoide del personaggio – rilasciata durante la trasmissione, in onda quotidianamente su Radio Rai Due, ‘Un giorno da pecora’.
Il nativo di Monza (ha visto la luce lì, il 4 agosto 1975) asserisce: “se dovessi lasciare i democratici andrei in Sel”; niente di strano, sono ormai mesi che Superpippo è più vicino a Nichi s-Vendola che agli altri neodemocristiani: questa ammissione, comunque sia, rende molto più chiaro il motivo per il quale, qualche tempo fa, ci fu la diaspora dei seguaci di Gennaro Migliore verso lidi più sicuri, in tema di poltrone.
A questo punto è del tutto evidente – a chiunque conservi ancora un minimo di spirito critico – che le sirene sedicenti democratiche, che hanno ammaliato l’ex capogruppo svendolino alla Camera dei Deputati, erano orchestrate in previsione di un possibile travaso in senso contrario degli esponenti dell’area legata al Civati: l’Ebetino toscano non potrebbe mai sopportare di perdere anche soltanto una piccola parte del suo effimero potere.

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l’articolo 18 mi salvò la vita, dedicata alla collettività (da medicina democratica alessandria)

Mio figlio era un ragazzino, allora, quel sabato mattina, quando vide la guardia Montedison con le lacrime agli occhi consegnarmi la lettera di licenziamento. La vide da me rincuorata: “tranquillo, ci rivedremo in fabbrica, presto”. Ma la vide non convinta continuare a balbettare scendendo le scale: “una vigliaccata, una vigliaccata”. Anch’io pensavo: questa volta sarà dura… preparo subito il ricorso al pretore… questa volta mi gioco tutta la mia vita. Pensavo, ma mio figlio mi sentì dire: “nessun problema, vincerò in tribunale”. E sentì mia moglie mormorare: “come farai a dirlo a tua mamma?”. Le altre volte per la nonna era stato un dramma.
Questo licenziamento non arrivava inaspettato ma era la logica conclusione della ‘escalation’ di una vicenda ventennale fatta di esposti, denunce, manifestazioni, scioperi della fame, incatenamenti, chilometri di firme di solidarietà, titoli su titoli in giornali e TV; ventitré udienze in tribunale, sette cause in pretura, quattro in appello, due in cassazione, tutte concluse felicemente ma piene di sofferenze: cassa integrazione, tre trasferimenti, dieci anni di dequalificazione professionale, nove mesi di inattività assoluta e retribuita, mobbing, oltre ad uno stillicidio di tentati provvedimenti disciplinari e vertenze minori. E, dulcis in fundo, licenziamento.
Vittorie. Ma per mia mamma ogni vittoria non era stata solo fonte di gioia bensì di preoccupazione per la battaglia successiva, per la rappresaglia successiva. “Diglielo anche tu a tuo papà”: quante volte se lo era sentito dire mio figlio. E ora l’azienda, che le aveva provate tutte, offerte di carriera e milioni compresi, tentava la ‘soluzione finale’. Il licenziamento. Una mazzata. A questa età non trovi più lavoro. Impossibile con il mio curriculum nei movimenti sindacali, ecologisti, pacifisti, scolastici, culturali, di quartiere, di territorio, di opinione eccetera. Senza lavoro sei un uomo finito, un disperato. L’unica speranza è in tribunale. Devo vincere. E’ un licenziamento illegittimo, articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, giusta causa. Posso vincere. Rifiutare l’abiura che l’azienda all’ultimo mi offre.
Vinsi. E ritornai al lavoro, e affrontai (come temeva mia mamma) altre rappresaglie e ricorsi in tribunale. Insomma continuai e continuo a organizzare lotte popolari per investimenti ambientali, per tutelare la salute e l’ambiente salubre. Grazie all’articolo 18. Sarei invece stato costretto a troncare questa missione se l’azienda, anziché l’obbligo del reintegro in fabbrica, avesse avuto la possibilità di liberarsi di me semplicemente pagando una indennità (con enorme risparmio rispetto alle cifre che era stata disposta ad offrirmi negli anni precedenti).
Anzi, non avrei dovuto aspettare vent’anni e ventitré udienze in tribunale, perché sarei stato licenziato e ‘indennizzato’ subito alla prima occasione (risparmiando l’azienda miliardi di investimenti ambientali).Anzi, non avrei neppure cominciato giovanissimo a dare preoccupazioni alla mia famiglia, perché è già così difficile e oggi sempre più raro trovare il coraggio per lottare e rischiare sulla propria pelle, che non si può chiedere a nessuno di votarsi al sicuro martirio senza l’articolo 18. Dunque è giusto estendere l’articolo 18 anche a chi lavora nelle aziende con meno di 15 dipendenti.
Non solo l’articolo 18. Accanto a questo, ci sono altri 40 articoli nello Statuto dei lavoratori conquistato nel 1970, che andrebbero aggiornati per stabilire più e nuovi diritti, estesi a tutti, ma che invece vogliono –padroni e governo- abbattere uno per uno a cominciare dall’articolo 18, affinchè diventiamo tutti precari, merci e non più persone. L’art. 18 va esteso a tutti, difendiamo ai lavoratori presenti e futuri i 41 articoli dello Statuto, garantiamo a tutti diritti che non erano fino al 1970: di pensare e dire, di non essere indagati, schedati, discriminati, perquisiti, minacciati, ricattati, puniti, di non essere retrocessi di mansione, di non essere pagati meno, di mangiare seduti a tavola, di opporsi a lavori che ammalano e uccidono, di scegliere un sindacato per farsi difendere, di fare il sindacalista per difendere gli altri, di fare sciopero, di non essere licenziati per ingiusta causa, a causa di quei diritti.

Lino Balza

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viva il 10° anniversario della fondazione del partito comunista dell’india (maoista)! 21 settembre 2004-2014 (da proletari comunisti)

Appello alle masse popolari dell’India del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’India (maoista) in occasione del 10° anniversario della sua fondazione.
Rompete le catene dell’imperialismo e feudalesimo!
Distruggete questo marcio sistema!
Costruite con le vostre mani il vostro futuro e quello del paese!
Amato popolo,
A voi il più caloroso saluto del Partito Comunista dell’India (Maoista) in occasione del 10° anniversario della sua fondazione.
Dieci anni fa ci siamo presentati a voi per annunciare un evento felice, la fusione di due correnti rivoluzionarie in un unico partito maoista, il Partito Comunista dell’India (Maoista), costituito il 21 settembre 2004, per adempiere ai compiti della rivoluzione. Oggi vi presentiamo il resoconto di questi anni epocali. È stato un decennio di eroica lotta e sacrifici delle migliori figlie e figli di questa terra. Quasi duemilacinquecento di loro, in Dandakaranya (Chattisgarh), Bihar, Jharkhand, Andhra Pradesh, Telengana, Maharashtra, Odisha, Paschim Banga, Karnataka, Tamil Nadu, Uttar Pradesh, Uttarakhand e Asom, hanno dato le loro vite preziose. Tra loro centinaia di grandi dirigenti rivoluzionari, dai livelli più alti del nostro partito fino alla sua base. Schiere di valorosi combattenti dell’Esercito Popolare Guerrigliero di Liberazione hanno versato il loro sangue in battaglia contro i mercenari degli oppressori. Molti, anche tra le masse, hanno compiuto il più alto sacrificio.
Questo sangue non è stato versato invano. Ha costruito preziose conquiste e valide esperienze Ha alimentato un decennio di lotta risoluta in campo politico, militare, economico e culturale. È stato un periodo che ha visto la mobilitazione sempre più militante di centinaia di migliaia di persone, gente del popolo degli strati più poveri, in una poderosa rivolta per distruggere l’oppressione e lo sfruttamento che grava su di loro da secoli. Anni gloriosi, in cui i germogli del nuovo potere politico sono stati ulteriormente alimentati attraverso la distruzione del vecchio potere e la più estesa costruzione della una nuova società nella sua fase iniziale. E, in questo processo, l’Esercito Popolare Guerrigliero di Liberazione (PLGA) ha ulteriormente rafforzato la sua capacità di combattimento. La sua forza di base, la Milizia Popolare, conta oggi migliaia di membri. Queste donne e uomini coraggiosi sono rimasti saldamente in piedi, armi in pugno, a difendere ogni conquista del popolo – politica, economica, sociale, culturale e ambientale – in particolaredifendere la emergente nuova società che stanno costruendo.
Sì, abbiamo combattuto strenuamente per mantenere la promessa fatta davanti a voi. Lo abbiamo fatto perché siamo comunisti. Le nostre parole sono suggellate dai fatti, al servizio del popolo. Eredi della migliore tradizione delle innumerevoli ribellioni condotte nel corso dei secoli dai popoli di questa terra contro i loro oppressori, sia locali che stranieri, ispirati dalle lotte eroiche di una lunga serie di patrioti che hanno combattuto per una vera indipendenza dal colonialismo britannico, impugnando con coraggio la bandiera della lotta armata lasciataci dai combattenti rossi delle lotte armate in Telengana, Tebhaga e Punnapra-Vayalar, tenendo sempre alta la bandiera rossa del sangue dei centinaia di migliaia di martiri in tutto il mondo, continueremo a combattere – fino a che il nostro amato paese sarà liberato dalle grinfie dell’imperialismo e dei suoi lacchè, per farne una base della rivoluzione socialista mondiale, per avanzare attraverso il socialismo verso il futuro luminoso del comunismo. Combatteremo come contingente del proletariato internazionale, compagni d’armi di tutte le nazioni oppresse e i popoli oppressi e del proletariato e le masse popolari dei paesi capitalisti. Lo faremo perché siamo i figli di quel poderoso Tuono di Primavera – Spring Thunder – che scosse tutta l’India – la grande rivolta armata contadina di Naxalbari del 1967. Così ci hanno insegnato e forgiato i nostri grandi leaders fondatori, i compagni Charu Majumdar e Kanhai Chatterjee e tanti altri amati dirigenti. Siamo guidati dall’ideologia del proletariato internazionale, il marxismo-leninismo-maoismo.

Amato popolo,
Ci hanno fatto credere che il nostro paese è indipendente dal 1947. Sì, è vero che l’odiato dominio coloniale è finito. Ma la miseria della nostra vita ci costringe a riconoscere una verità amara – i padroni stranieri si sono solo spostati dietro le quinte. Tutti i centri di comando decisivi sono ancora nelle loro mani. Vediamo la loro presenza nelle grandi multinazionali che vengono a sfruttare il nostro lavoro e a saccheggiare le nostre risorse; nello scarso valore che attribuiscono alle nostre vite, come dimostrato dalla catastrofe assassina di Bhopal. Lo vediamo nel controllo che le potenze imperialiste straniere hanno su tutto il nostro paese in mille modi. Lo vediamo nella promozione aggressiva del consumismo e dell’egoismo individualista. Lo sperimentiamo nell’invasione dei loro valori decadenti e nel disprezzo che nutrono per i nostri modi di vita e culture, riccamente diversi. Ne sentiamo il peso opprimente nelle disastrose politiche economiche che impongono attraverso le loro agenzie, come il FMI, la Banca Mondiale e il WTO; politiche che sradicano le popolazioni, creano nuove catene di dipendenza e inquinano aria, acqua e terra. Vediamo le loro sporche mani che armano e addestrano lo stato indiano nella “guerra al popolo”contro-rivoluzionaria scatenata contro la guerra rivoluzionaria armata nelle campagne.
Questo è l’imperialismo, una delle grandi montagne che gravano su di noi.
Ce ne sono altre due.
I governi ci dicono che stiamo progredendo rapidamente, con autostrade dell’informazione, treni ultraveloci, città hi-tech e chissà che altro. Lo ripetono continuamente. Ma guardatevi intorno, guardate le vostre vite. Perché, nonostante tutti questi gadget, smartphone, TV via cavo, automobili e abiti sgargianti, le arretrate catene della tradizione pesano così gravemente? Perché i latifondisti vecchi o nuovi, e glil avidi usurai si prendono ancora il pezzo più importante del surplus dei contadini? Perché la loro volontà è inviolabile, la loro parola è legge, mentre si suppone che siamo tutti uguali? Perché la maggior parte delle terre è ancora nelle mani di pochi, mentre la stragrande maggioranza sopravvive a stento vendendo il proprio lavoro o faticando su miseri pezzi di terra? Perché le donne sono incatenate da tradizioni odiose? Perché i dalit sono ancora depredati? Perché gli adivasi sono disprezzati? Perché questo spettacolo ridicolo di rituali braminici che annunciano il lancio di veicoli spaziali ad alta tecnologia? Perché il disumano sistema delle caste è ancora vivo e forte? Ci sono stati molti cambiamenti, cose nuove mai viste prima. Ma le strutture secolari e valori del sistema delle caste, del patriarcato, del latifondo, restano.
Questo è il feudalesimo, indissolubilmente legato alle caste, un’altra grande montagna che ci schiaccia.
Qualche volta i governi ammettono che, sì, ci sono ancora residui del vecchio. Ma vorrebbero che guardassimo al lustro delle città in rapida crescita, alle enormi fabbriche, alle grandi imprese, alcune delle quali addirittura si espandono anche all’estero. Ma è davvero necessario ricordarvelo? Non avete già sofferto abbastanza, vivendo e sgobbando nello squallore delle baraccopoli nel cuore di quelle città scintillanti? Non li avete già conosciuti quando si appropriavano delle terre, saccheggiavano le risorse, per la loro avidità e profitto che vi ha gettato fuori dalle vostre terre ancestrali? Non avete conosciuto il loro sfruttamento rapace, sperimentato la loro negazione dei diritti fondamentali e assistito ai loro attacchi omicidi contro chi li rivendica? Ma non è tutto. Sono grandi capitalisti, non c’è dubbio. Eppure, con tutte le loro pretese, non sono che servi degli interessi stranieri, degli imperialisti. Nati come agenti dei dominatori coloniali, restano sempre dipendenti da questi in tutti gli aspetti della loro esistenza e crescita. Prosperano su questa dipendenza. Vendono ai predoni stranieri il nostro paese, il suo popolo e le risorse. E nel loro nucleo conservano valori feudali braminici, non importa quanta tecnologia moderna usino. Fin dalla nascita sono rimasti legati al feudalesimo.
Sono capitalisti comprador-burocratici, che rappresentano il capitalismo burocratico, un’altra grande montagna che grava su di noi.
Queste sono le tre enormi montagne che pesano su di noi. Ci tolgono il respiro, spezzano la schiena. Bloccano lo sviluppo e il progresso del nostro paese. Per prendere il nostro destino nelle nostre mani, per essere liberi, respirare l’aria fresca della democrazia e dell’uguaglianza, godere i frutti del nostro lavoro, ripulire l’aria, l’acqua e la terra, dobbiamo liberare la società dalle piaghe delle caste, del patriarcato e del nazionalismo religioso, dinamitare il brahmanesimo che si trova al centro di tutto ciò che è reazionario in India, sì, per vivere come esseri umani li dobbiamo rovesciare. Questo è ciò per cui combattiamo.
Questo è il significato della rivoluzione di nuova democrazia che conduciamo.
Questa rivoluzione porterà l’indipendenza nazionale, lo sradicamento della schiavitù, dello sfruttamento e del controllo imperialista e stabilirà la democrazia popolare sradicando l’autocrazia feudale. Essa stabilirà il potere dei lavoratori, i contadini, la piccola borghesia urbana e la borghesia nazionale, sotto la direzione della classe operaia. Lo stato di nuova democrazia riconoscerà inequivocabilmente il diritto all’autodeterminazione delle nazionalità, compreso il diritto alla secessione.
Dicono che l’India è una repubblica, una democrazia laica. La Costituzione contiene prefino la pretesa di essere “socialista”! Non è questa una beffa oltraggiosa per centinaia di milioni di persone costrette a vivere con 20 rupie al giorno? E che dire della laicità? C’è stato, dal 1947 a oggi, un solo anno senza attacchi integralisti settari, principalmente contro la minoranza musulmana? Chi può dimenticare i pogrom che hanno massacrato migliaia di Sikh nel 1984, sotto il governo del Partito del Congresso, e di musulmani nel 2002, sotto il governo del BJP? I governi sostengono che la forza dell’India sta nella sua “unità nella diversità”. Ma come vengono trattate queste diversità nazionali e culturali? Con disprezzo arrogante, insulti e attacchi razzisti,integralisti e castisti. Questa è stata la dura realtà, non solo per gli adivasi e i dalit. È la realtà che brucia sulla pelle di tutti i popolidelle nazionalità negli Stati nord-orientali dell’India. Delle molte nazionalità che combattono per la loro libertà, come in kashmir, Nagath, Manipur; tutti da decenni sono sotto il tallone di ferro dell’esercito indiano. Essi sono sottoposti alle peggiori atrocità e si vedono negata qualsiasi tutela legale da leggi che proteggono l’esercito dai processi. Tutto, omicidi, stupri, torture, sì, tutto è legalmente sancito! A completare il quadro impietoso della democrazia indiana, la triste situazione di migliaia di prigionieri, rinchiusi in condizioni inimmaginabili. La stragrande maggioranza di loro proviene dagli strati più bassi della società. Accusati di crimini banali, la cui pena non supererebbe uno o due anni, languiscono per anni nelle carceri, senza libertà su cauzione né processo. Mentre per i prigionieri politici maoisti, le torture nelle caserme della polizia proseguono nelle carceri, sono loro negati i diritti fondamentali, compresa l’assistenza medica, gli si nega l’accesso alla lettura e all’informazione, le visite dei familiari sono limitate o anche impedite e la difesa legale ostacolata.
Perché dovremmo vivere in questo inferno?
I governanti ci accusano di violenza e distruzioni. Ma che dicono della violenza di questa società che proteggono? Non è il loro sistema sociale un continuo assalto a un’esistenza umana? Quando ci daranno conto delle innumerevoli vite distrutte ogni minuto, o di morti che camminano che a stento riescono a sopravvivere? Quando risponderanno della distruzione e devastazione che provocano nella società e nell’ambiente? La nostra violenza non è che una risposta a tutto questo. Quello che noi distruggiamo è un sistema che divora gli esseri umani, i suoi valori e la cultura. Con la partecipazione e il sostegno delle grandi masse dei popoli oppressi di questo paese, l’Esercito Popolare Guerrigliero di Liberazione, guidato dal nostro partito, distrugge per costruire. La sua violenza ha uno scopo. Dissoda il terreno per l’eliminazione di tutte le vecchie relazioni, strutture e istituzioni contro il popolo. Insieme alle masse, semina e costruisce un nuovo potere politico, un nuovo ordine sociale, che oggi esistono a livello embrionale nei Comitati Popolari Rivoluzionari (comunemente noti come Krantikari Janatana Sarkars, Comitati Krantikari Jan o Comitati Viplava Praja) nelle basi guerrigliere dell’India centrale e orientale.
Questi centri di nuovo potere politico sono ancora dei germogli in questa vasta terra. Ma già rendono possibile una vita ricca, vibrante della forza della cooperazione, della collettività, ricca dei valori della solidarietà popolare e umana. Realizzano il sogno vecchio di secoli degli sfruttati di essere padroni di se stessi. Assicurano la terra ai contadini. Permettono agli Adivasi di alimentare il nuovo mantenendo la loro identità distintiva. Permettono ai dalit di vivere una vita dignitosa. Danno spazio alle donne, sostenendo la loro lotta per la liberazione. Questa è la promessa di un futuro per l’intera India – una sovrana, federale, repubblica popolare democratica, autosufficiente, giusta ed equa.
Questo è ciò che è possibile, se abbiamo il coraggio di combattere e scalare le alture.

Che cosa è questa nuova società? Che cosa si è già conquistato?
In tanti villaggi lo stato indiano è stato distrutto. Le vecchie autorità feudali a tribali, che tiranneggiavano sul popolo, hanno avuto fine. La schiavitù delle caste è spezzata e si prepara il terreno per la sua eliminazione. Sono stati istituiti organi di potere politico popolare. Questo nuovo potere democratico è la più grande conquista ottenuta dal popolo attraverso la guerra popolare.
Comitati Popolari Rivoluzionari di villaggio, da 9 a 11 membri, sono eletti direttamente ogni due o tre anni da tutti gli adulti, esclusi i pochi che si oppongono al popolo e stanno dalla parte dello stato reazionario e delle sue forze e bande armate. Gli elettori hanno “diritto di revoca”. Le donne hanno diritto a oltre la metà del potere politico, attraverso la rappresentanza paritaria. Il popolo gode di tutti i diritti democratici fondamentali: diritto a riunirsi, diritto di organizzazione, diritto di fare scioperi e manifestazioni, diritto a vivere secondo la propria volontà, diritto all’istruzione primaria, diritto alle cure mediche fondamentali, diritto al lavoro, ecc.
I CPR affrontano tutti gli aspetti della vita del popolo, attraverso dipartimenti per la difesa, finanza, agricoltura, commercio e industria, giustizia, istruzione e cultura, salute e benessere sociale, protezione delle foreste e pubbliche relazioni.
Sulla base della parola d’ordine “la terra a chi la lavora”, i CPR distribuiscono le terre tra tutti coloro che non hanno terra o ne hanno poca. Dove il popolo è meglio organizzato, le donne posseggono la metà del diritto di proprietà sulla terra. Si applica la parola d’ordine “pari salario per uguale lavoro”. Comitati appositi lavorano per porre fine allo sfruttamento indiscriminato nei mercati e bazaar settimanali. Sono state condotte con successo lotte di massa che rivendicano salari equi e si è registrato un aumento delle risorse raccolte per soddisfare i bisogni del popolo. Ogni tipo di restrizione e tassa sulla raccolta dei prodotti della foresta è stata abolita. I prodotti della foresta possono essere liberamente raccolti e consumati. La parola d’ordine “Tutti i diritti sulle foreste agli Adivasi e popolazioni locali” è stata realizzata. C’è divieto di sottrarre qualsiasi tipo di risorse dalla foresta, senza il permesso dei CPR. Nuovi accessi di multinazionali imperialiste e di società compradore sono stati bloccati.
Oltre a creare impianti di irrigazione per le colture per aumentarne il rendimento e a incoraggiare l’uso di concimi organici e di alta qualità e sementi locali, i CPR assistono in ogni modo i contadini poveri nella coltivazione delle loro terre. Dove le condizioni lo permettono, per elevare il tenore di vita, soddisfare bisogni alimentari delle masse e del PLGA, si fa ogni sforzo per sviluppare la produzione agricola e liberarsi così dalla dipendenza dal mercato. Gli stessi CPR fondano aziende agricole. Si formano quadre di lavoro e aiuto reciproco per realizzare i diversi compiti e servizi per la produzione. Si sono formate piccole Cooperative. È iniziato uno sforzo per fornire al popolo cibo nutriente, piantando frutteti e coltivando verdure e ortaggi. Si incoraggia l’allevamento e la pesca negli stagni.
Il partito e il PLGA hanno come responsabilità di partecipare al lavoro produttivo.
Lo sviluppo della lotta di classe e la costruzione dei CPR hanno aperto le porte a nuovi sviluppi nella vita culturale del popolo. Avendo messo fine al lavoro gratuito per i capi tribali, sempre più le masse soddisfano le proprie esigenze attraverso squadre di lavoro comune e aiuto reciproco. Nelle zone adivasi, è stata gradualmente scoraggiata la caccia collettiva, che era uso proseguire per intere settimane. Sempre più la forza lavoro è invece impiegata nei livellamenti dei terreni e per creare impianti di irrigazione, che permettono una crescita della resa di prodotti agricoli.
Nella situazione che cambia, costumi e rituali osservati con fede cieca si stanno dimostrando un ostacolo alla produzione e alle forze produttive, si tengono perciò le riunioni con guaritori e sciamani tradizionali e con la discussione si stimolano i cambiamenti necessari. Oltre a scoraggiare il consumismo, i CPR si oppongono alla conversione forata degli adivasi all’induismo o cristianesimo, promuovendo il pensiero scientifico e l’ateismo. Le spese eccessive per cerimonie matrimoniali e funerarie sono state ridotte.
Le donne sono più rispettate. Grazie allo sviluppo della lotta di classe e alla costruzione di organizzazioni di donne, lo sfruttamento sessuale dei signori feudali e le pratiche umilianti sono state eliminate. I matrimoni forzati e il sistema del Gotul (praticato in alcune zone adivasi) si sono notevolmente ridotti.
Questo ha liberato le donne e le ragazze da pressioni sociali e psicologiche.
Si aprono scuole, come parte del soddisfacimento delle esigenze fondamentali del popolo. Per la prima volta nella storia, in Dandakaranya, l’istruzione è data in Koya, la lingua madre della maggioranza del popolo. I libri di testo sono ispirati delle idee democratico-socialiste. Anche in Bihar-Jharkhand, si dà particolare importanza all’accesso all’educazione degli adivasi, dalit e altri settori che erano privati. Anche l’assistenza sanitaria è prestata come parte del soddisfacimento delle esigenze fondamentali del popolo. Il lavoro di bonifica e fornitura di acqua potabile è seguito attivamente con la formazione medici del popolo nei villaggi. Si attiva la collaborazione per la costruzione di case per gli abitanti che non hanno case adeguate.
È stato fermato il taglio indiscriminato delle foreste e il furto di legname pregiato da parte del governo e della mafia del legname. È invece il popolo che decide l’abbattimento degli alberi secondo i loro bisogni agricoli e domestici, I CPR lavorano per soddisfare i bisogni del popolo e regolarizzare l’abbattimento degli alberi. È stato vietato l’uso di veleni versati nelle acque dei fiumi per la pesca o la cattura di uccelli che vengono alle fonti d’acqua in estate. La caccia a fini commerciali, per vendere la carne, è stata vietata.
Viene così favorita la conservazione della fauna selvatica.
I delegati dei CPR eletti a livello di villaggio costituiscono CPR di area. Allo stesso modo, i delegati eletti a livello di Area formano i RPC a livello di distretto. Ciò rappresenta l’estensione del territorio su cui il popolo esercita il potere politico e crea il nuovo potere e rafforza l’avanzata verso la costruzione di aree liberate e la costituzione di un governo popolare che contenda lo Stato indiano.
Questi sono i frutti della guerra popolare di lunga durata. Più di tre decenni di duro sacrificio avevano già realizzato significativi progressi nelle zone di guerra di Dandakaranya, Bihar, Jharkhand. Data la diversa situazione in queste due regioni, questo progresso ha preso forme diverse, ma è stato sempre guidato dalla politica della rivoluzione di nuova democrazia. In Bihar-Jharkhand una lotta tenace, sostenuta dalle armi, per rompere le catene castali-feudali, sconfiggere gli eserciti privati delle caste superiori, requisire e distribuire terra, ha aperto la strada allo sviluppo di Comitati Krantikari Kisan come centro dirigente. In Dandakaranya, si è costruito il nuovo potere sulla base delle lotte in cui sono stati mobilitati, armi in pugno, i contadini adivasi per distruggere il potere del dipartimento forestale, degli appaltatori privati e, in alcune zone, dei signori feudali o autorità tribali e mettere fine allo sfruttamento. Si è costruito il partito e le organizzazioni di massa. Si sono formate, passo dopo passo, le Forze Armate Rivoluzionarie, L’ Esercito Guerrigliero Popolare e l’Esercito Popolare Guerrigliero di Liberazione. Sono così emerse forme embrionali di potere popolare. La fusione delle due correnti rivoluzionarie nel 2004 ha reso più forti queste conquiste, le sue esperienze e lezioni. Esse sono state una solida base per un’audace, poderosa, spinta in avanti.
I risultati sono davanti a voi.
La crescita di forti lotte di massa guidate dal nostro partito contro progetti antipopolari e la repressione di Stato è un altro sviluppo significativo. Tra queste le lotte in Nandigram, Lalgarh, Narayanpatna e Kalinga Nagar si distinguono per le nuove forme di lotta che hanno portato avanti e l’ampia unità che hanno raggiunto. Forze guidate dal nostro partito hanno contribuito molto al successo della lotta lungo periodo per un Telengana separato. Esse hanno inoltre dato un forte sostegno a molte altre lotte di massa. Questo le ha aiutate a resistere alla repressione di stato e ai tentativi di dividerle. Attraverso tutte queste lotte si affermato i diritti del popolo sull’acqua, la terra e le foreste (jal-jangal- zameen), il suo diritto a una vita dignitosa.
In questa occasione, merita speciale menzione il ruolo impareggiabile svolto dal popolo delle principali zone di guerriglia del movimento rivoluzionario. Sono loro che hanno sopportati il peso della repressione. Sono loro che ci hanno dato fiducia. Senza dei loro immensi sacrifici e irrefrenabile entusiasmo la guerra popolare di lunga durata sarebbe stata impossibile. Trascurati e disprezzati in quanto “arretrati”, nel processo rivoluzionario stanno diventando gli strati avanzati, quelli che aprono una strada. Noi poniamo questi creatori della storia, come un modello luminoso di fronte a tutto il paese. li salutiamo e rendiamo omaggio!
La formazione del PCI (Maoista) come centro dirigente unico della rivoluzione indiana è stato acclamato dalle masse popolari dell’India e di tutto il mondo. Ciò che ispira i popoli, fa disperare i nemici. Come è nella natura di tutte le forze agonizzanti, esse hanno unito le loro forze per attacchi sempre più assassini contro le forze rivoluzionarie. È stato un assalto totale. Alla bruta forza militare si è accompagnata la cattura e uccisione selettiva di dirigenti del PCI (Maoista). Ai falsi discorsi di pace si sono accompagnate sporche bugie e calunnie. Sono state armate e sguinzagliate bande assassine e mercenarie nel tentativo di mettere masse contro masse. Ma, ancora una volta, fronteggiando pesanti attacchi e superando gravi perdite, il partito, l’EPGL, i CPR e le masse rivoluzionarie hanno resistito. Sono stati inferti duri colpi, come ad esempio l’eroico assalto al carcere di Jehanabad per liberare rivoluzionari imprigionati e l’audace storico attacco alla polveriera di Nayagarh, per armare l’EPGL.
Si è tenuto con successo lo storico Congresso di Unità, il 9°Congresso (riunione a livello nazionale di delegati di partito). L’ unità ideologico, politica si è approfondita e rafforzata. Il suo pensiero unificato si è elevato a un livello superiore. La sua capacità di combattimento è stata affinata.
Respinti i loro piani controrivoluzionari, le classi dominanti indiane hanno lanciato a metà del 2009 la “Operazione Green Hunt” che si intensifica di giorno in giorno. Essa è sostenuta e guidata dall’imperialismo, principalmente USA. Si tratta di una mortale “guerra al popolo”. Non è verde, ma rossa.
Rossa del sangue degli adivasi e delle altre masse uccise dalle truppe mercenarie dello stato indiano.
Rossa del sangue delle figlie e figli del popolo che hanno coraggiosamente combattuto fino alla morte, anche se peggio armati e in inferiorità numerica 1 a 10. È una caccia all’uomo. Membri del Partito e dell’EPGL sono avvelenati e uccisi da bande controrivoluzionarie clandestine come la Trithiya Prasthuthi Samithi.
Green Hunt è una frenetica ondata di attacchi contro il popolo – omicidi, stupri, demolizione di case, razzie, distruzione di raccolti e granai, saccheggi ed eccidi di polli e bestiame, da parte di bande controrivoluzionarie, forze di polizia, militari e paramilitari. Alla stregua della peggiore tradizione della repressione coloniale britannica nota come “Kurki japthi” in Bihar, Jharkhand e Paschim Banga, le case e i beni di chiunque venisse associato al movimento maoista sono sequestrati per ordine dei tribunali. L’orripilante attacco nella zona di Chintalnar nel distretto di Bijapur, dove hanno raso al suolo quattro villaggi, ucciso e stuprato, è un recente esempio della criminale repressione di stato. Un altro esempio è il fuoco aperto su un raduno di abitanti del villaggio di Sarkeguda, sempre nel distretto di Bijapur, col massacro di 17 persone, per lo più donne e bambini. Le classi dominanti indiane e i loro partiti politici adducono spesso la mancanza di fondi per fornire alle masse anche servizi fondamentali. Ma non esitano a stanziare miliardi per dotarsi della tecnologia più avanzata nella loro guerra al popolo. Sono già 500.000 le truppe mercenarie che a livello centrale e di stati sono state dispiegate in questa guerra. Altri cinquantamila sono sul pronti ad entrarvi. L’aviazione si è dotata di droni e ora sta preparando attacchi aerei. L’esercito è coinvolto a livello di brigata nel comando e addestramento. Si sta approntando in gran fretta una forza speciale in seno all’Esercito da impiegare contro la rivoluzione diretta dai maoisti.
Lo stato indiano è sempre più disperato e feroce nei suoi attacchi. C’è una logica in questa follia di fare la guerra al proprio popolo, di spingere masse contro masse. La condizione reale del paese si va rivelando giorno dopo giorno. Con il 70% della popolazione che vive con 20 rupie al giorno, i proclami dei governanti indiani sull’entrata dell’India nel club delle potenze mondiali sono visti come una cinica menzogna. All’opposizione si trovano il nuovo esercito, i nuovi movimenti popolari, il nuovo potere politico e la società nuova che emergono nell’India centrale e orientale. Questa sta cominciando ad attrarre l’attenzione più ampia, non solo tra i diseredati, ma anche di un vasto settore di patrioti e progressisti. La si vede sempre più come una reale alternativa alla distruzione di risorse umane e naturali al rapace sfruttamento e razzia e all’oppressione imposti dalle grandi compagnie imperialiste e indiane in nome dello sviluppo e come sostenitrice di un modello democratico in cui le classi oppresse e settori sociali oppressi – contadini, piccola borghesia urbana, donne, adivasi, dalit, minoranze nazionali e religiose – saranno liberati dal giogo feudal-braminico delle caste e da tutti i valori reazionari che esso impone, che fungono da base sociale dell’imperialismo in collusione con la borghesia comprador-burocratica. Mostra che cosa è possibile – come i contadini poveri e senza terra e ottengono la terra, come si possono spigionare le enormi energie del lavoro collettivo, come il sapere tradizionale può essere messo al servizio del nuova, come sia possibile preservare l’ambiente avendo a cuore l’interesse del popolo e realizzare uno sviluppo realmente sostenibile. Ciò mostra in forma embrionale l’immenso potenziale di una nuova India. L’India che può sorgere solo sulle ceneri di quella esistente, dopo aver distrutto lo Stato indiano. Sì, ci sono tutte le ragioni per perché i governanti indiani si disperino. Ogni giorno questo nuovo potere e la nuova società esistono e piantano un altro chiodo della loro bara. In questo vedono la loro morte. Per questo si agitano follemente per distruggerlo.
Ma c’è qualcosa di più. Il governo centrale e quelli degli stati regionali hanno già firmato un gran numero di accordi per vendere le risorse di queste regioni a imprese straniere e indiane. Ma l’avanzata ed espansione della guerra popolare, col coinvolgimento della popolazione, e la costruzione del potere popolare su terra, acqua e foreste ha rovinato i loro piani. Ora sono sotto grande pressione. Il sistema imperialista è nella morsa della crisi economica mondiale. Questa sta pesantemente influenzando l’economia indiana. Questa situazione di crisi rende i nemici del popolo, le multinazionali imperialiste e compradori indiani, sempre più disperati nel saccheggio delle risorse del nostro paese e nello sfruttamento fino in fondo delle classi lavoratrici. Di qui l’ulteriore impeto per schiacciare il popolo che lotta, non importa quanto sangue venga versato.
Il popolo è calpestato dal tallone di ferro delle truppe mercenarie, che massacrano e sparano. Ma non solo. Queste truppe vengono anche con dei “doni”, li investono di gadget di ogni tipo, distribuiscono abiti e cibo, e ripetono che daranno case e istruzione gratuita ai bambini adivasi. Li caricano dai villaggi più remoti per gli “India Tours”. È questo è il guanto di velluto che accompagna il pugno di ferro e le armi . È l’oscuro piano dell’imperialismo USA e dei loro lacchè per attrarre una parte del popolo e farne la base per la costruzione di un network di informatori. Fanno promesse di riforme e sviluppo, ma solo per dividere il popolo. Lo scopo è quello di isolare i maoisti e accelerare la soppressione del movimento rivoluzionario, la distruzione del nuovo potere politico e la fine dell’espansione della guerra popolare. Se l’otterranno torneranno a fare come sempre, a negare diritti e servizi fondamentali per il popolo, a svendere le sue risorse. Se volete una prova, andate a dare un’occhiata al Saranda, in Jharkhand. Prima c’è stato un improvviso attacco brutale e massiccio, con più di 10.000 soldati, per distruggere le organizzazioni rivoluzionarie e scacciare l’EPGL. Poi l’istituzione di un’Autorità Speciale per lo sviluppo del Saranda, con la promessa di dare servizi di base a tutti. E, infine, la cosa che conta – abbiamo avuto una massiccia svendita alla Tata di migliaia di ettari di foresta incontaminata per le sue miniere di minerale di ferro e l’ingresso di circa 100 imprese imperialiste e compradore nella zona ricca di risorse; il ritorno dell’odioso spadroneggiare di poliziotti, burocrati e sfruttatori locali.

Questo è l’effettivo processo delle campagne controrivoluzionarie condotte dallo Stato indiano.
In India la rivoluzione armata affronta la contro-rivoluzione armata. L’EPGL combatte contro le forze superiori dello Stato indiano con le tattiche di guerriglia della guerra popolare. Diversamente dall’aggressore, la sua forza sta negli stretti legami con le masse, nella sua creatività e ferrea determinazione. Il completo annientamento dell’impresa dei paramilari CRPF a Mukkaram (Dandakaranya) da parte dell’EPGL è stata una contundente risposta alla guerra al popolo dello Stato indiano. Nella guerra popolare di lunga durata, non è il controllo del territorio ma la conservazione della forza militare rivoluzionaria che è decisiva. Impugnando questo principio, l’EPGL ha eluso gli sforzi dello stato indiano per bloccarlo e distruggerlo. Ha rotto il pesante accerchiamento attaccando piccole unità nemiche e aprendosi brecce. Ritirandosi di fronte alle enormi forze che lo circondavano ha colpito ancora con tutta le sue forze quando si è presentata l’occasione. L’imboscata di Tongpal (Dandakarnya), in cui sono stati annientati 15 mercenari e sequestrate 20 armi e una grande quantità di munizioni e l’attacco a Farsagaon (Jharkhand), in cui sono stati eliminati 5 mercenari e sequestrate 5 armi, testimoniano i punti di forza della guerra popolare di lunga durata, una guerra guidata da un partito maoista che attira le masse a migliaia. È significativo che queste imboscate siano avvenute in una zona che lo Stato indiano affermava di aver “ripulito”. Da gennaio a giugno di quest’anno, nel mezzo di due intense campagne di annientamento di portata nazionale che hanno ricoperto 9 regioni, condotte nei mesi di dicembre 2013 – gennaio 2014 e in marzo, l’EPGL ha realizzato 39 azioni.
La resistenza all’aggressione dello Stato indiano contro la nuova forza politica, il nuovo movimento, il nuovo potere e la nuova società non è solo un problema dell’EPGL. Anche le masse vi sono largamente coinvolte. Partecipano alle azioni e alla loro preparazione, forniscono cibo, riparo e informazioni, aiutano a mantenere le forniture e rifiutano di collaborare con il nemico. La Milizia Popolare è una componente molto importante dell’EPGL. Oltre a partecipare alle azioni, ha svolto un ruolo eccezionale nella sconfitta dei fascisti del Salwa Judum e negli attacchi contro Sendra ed altre bande di vigilantes contro-rivoluzionarie in diversi stati. Sono molti i casi in cui le masse hanno sfidato la repressione per accogliere i corpi dei martiri e fare loro un degno funerale. In alcuni casi, tutti i beni distribuiti dalle forze nemiche sono stati raccolti e bruciati in un grande falò. A Minpa il popolo si è unito all’EPGL e ha combattuto continuamente per più di una settimana, costringendo il nemico a chiudere il suo campo militare. A Herrakoder, masse dai villaggi circostanti si sono mobilitate e hanno imposto la chiusura di un campo di nuova costituzione con agitazioni pacifiche, ma risolute. In questo le donne hanno svolto un ruolo esemplare. Vasti settori di intellettuali, progressisti e democratici hanno si sono fatti avanti in gran numero, in India e all’estero, per protestare contro la guerra al popolo dello Stato indiano e denunciarne le atrocità.
Amato popolo
Le nostre condizioni di vita, dignità e la stessa esistenza sono sotto molteplici attacchi da parte delle politiche neoliberiste, che intensificano lo sfruttamento dei padroni esteri e indiani. In nome di mega progetti, miniere, centrali elettriche, dighe, porti, aeroporti, autostrade, metropolitane, città hi tech, villaggi turistici e zone economiche speciali, ecc, decine di migliaia di nostri fratelli sono stati scacciati dal loro habitat. Le devastanti politiche dei governi stanno innescando disastri ambientali che costano centinaia di vite e provocano migliaia di senzatetto e senza un soldo. Fanno leggi per tagliare, uno dopo l’altro, i diritti conquistati dai lavoratori. Consegnano sempre più settori dell’economia al controllo delle multinazionali imperialiste. Stanno stravolgendo l’agricoltura si per una più profonda penetrazione dei capitali e la tecnologia straniera, come gli organismi geneticamente modificate. La concentrazione delle terre assume forme nuove come le “banche della terre” degli immobiliari e le Zone Economiche Speciali. Si incentiva l’allevamento intensivo. Si cambiano le leggi esistenti per assicurare che i capi delle multinazionali non possano essere perseguiti in India, non importa quale crimine commettano.
Mentre arraffano terre per i loro progetti, non fanno nulla per affrontare le richieste dei settori di contadini che ne sono privi. I grandi latifondisti continuano detenere il monopolio questa preziosa risorsa, che si è anzi esteso alle reti di vendita di fertilizzanti chimici e altre risorse produttive moderne e di acquisto di prodotti agricoli. O agiscono direttamente come usurai o controllano le società cooperative. Esprimono anche deputati locali, parlamentari e ministri di governo dei partiti politici della classe dominante, controllano gli enti locali ed esercitano influenza sulle forze di polizia. Esercitano così un controllo totale, in alleanza con la borghesia burocratica.compradora, sui contadini e poveri nelle campagne e costituiscono un grosso ostacolo al progresso del paese.

Ovunque protesti, il popolo si scontra con la forza bruta e le leggi fasciste. Mentre con le elezioni va in scena la farsa della democrazia, la realtà è quella di una crescente fascistizzazione. Con il genocida Modi, strumento del fascista RSS, alla carica di Primo Ministro, le classi dominanti e i loro padroni imperialisti impongono coscientemente il fascismo braminico indù. Si fomenta il fanatismo religioso più reazionario fino a istigare la violenza settaria, rivolta soprattutto contro la minoranza musulmana. Così si alimenta lo sciovinismo più becero per seminare illusioni e ambizione da potenza mondiale e coprire la miserabile dipendenza del paese. Le culture nazionali, le diversità religiose e perfino la formale struttura federale del paese sono destinati a essere cancellato da movimenti sinistri per imporre la supremazia del modello ‘Hindi-Hindu’.
I governanti sanno molto bene che la rabbia del popolo ribolle. Ognuno dei loro partiti politici è stato al governo a livello centrale o statale o è ora al potere. Tutti sono ugualmente screditati come anti-popolari e corrotti. Di tanto in tanto presentano questa o quella riforma. E attraverso queste riforme sperano di pacificare le masse e tenerle passive e di continuare e intensificare ulteriormente il loro sfruttamento e oppressione. Così l’orribile penetrazione imperialista sotto forma di globalizzazione, privatizzazione e liberalizzazione prende la veste di “globalizzazione dal volto umano”. Sì, vi faranno un sorriso mentre vi cacciano fuori a calci dalla vostra casa, o vi buttano fuori dal posto di lavoro, o vi seppelliscono vivi nelle terre ancestrali. È come per la tattica della loro guerra al popolo. Prima brutalizzano e poi danno regali!
Amato popolo,
Il nostro paese è in un momento critico. Quale strada prendere? In avanti, per diffondere in tutto il paese le fiamme della guerra popolare e raggiungere la vera liberazione? O all’indietro, verso più privazione, più dipendenza e più devastazione? Attendiamo la vostra decisione, sicuri che riconoscerete che nella lotta che conduciamo c’è anche il vostro destino. Nel frattempo, ci gettiamo con tutti noi stessi e tutto ciò che abbiamo nella battaglia contro lo Stato indiano e dei suoi mentori stranieri.
A partire dai martiri della storica armata rivolta contadina di Naxalbari fino ad oggi, più di dodici mila di noi hanno dato la propria vita per la nostra grande causa, per distruggere le tre montagne che ci schiacciano. Sappiamo bene che continuando a combattere molti altri dovranno affrontare lo stesso supremo sacrificio. Noi comunisti non ci sottrarremo mai al sacrificio, per servire il popolo, per liberare il paese. Anzi ci affrettiamo. Ci affrettiamo per accelerare l’avvento del giorno in cui i nemici del nostro popolo e del paese saranno finalmente distrutti, in cui gli imperialisti saranno cacciati, e potremo iniziare a costruire un futuro di autosufficienza, di completo ed equo sviluppo del nostro paese, di tutte le nostre nazionalità ed etnie.

Celebriamo il 10° anniversario della costituzione del nostro glorioso partito in ogni zona di guerriglia e area di resistenza rossa, nei villaggi e nelle città, nel paese e all’estero, con fervore e spirito rivoluzionario; diffondiamo ovunque il messaggio della guerra popolare; e portiamo avanti il movimento rivoluzionario in avanti con determinazione raddoppiata.

* Celebrate con fervore rivoluzionario il 10° anniversario della formazione del PCI (Maoista)!
* Uniamoci nella grande impresa di costruire l’India della Nuova Demovcrazia!
* Unitevi al PCI (Maoista) e all’EPGL, essi sono vostri!
* Prendete nelle vostre mani la Guerra popolare in India, espandetela e portatela avanti!
* Diffondete le fiamme delle rivoluzionearmata nelle campagne!
* Opporsi, resistere e sconfiggere la “Operazione Green Hunt”, la guerra al popolo dello Stato indiano!
* Ribelliamoci a milioni, organizziamoci, combattiamo le politiche antipopolari, di svendita del paese dello Stato indiano!
* Uniamoci nella lotta contro il governo braminico fascista indù di Modi!
* Osare combattere! Osare vincere!
* Osare prendere il proprio destino nelle proprie mani!

Comitato Centrale, Partito Comunista d’India (Maoista)
1 settembre 2014

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