soccorso rosso proletario partecipa al presidio a milano per la liberazione di georges ibrahim abdallah e i prigionieri palestinesi

George Ibrahim Abdallah è un militante comunista libanese.
È stato arrestato a Lyon nel 1984. Già condannato a 4 anni di reclusione per detenzione di armi ed esplosivi, nel 1986, nel 1987 un tribunale speciale creato appositamente per lui dal governo francese, con gli USA che si costituiscono parte civile, lo ha condannato all’ergastolo con l’accusa di essere il presunto fondatore delle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi, che nel 1982 avevano rivendicato alcune azioni armate in Francia.
Legalmente avrebbe potuto essere liberato dopo 14 anni di prigione, nel 1999, ma dopo 30 anni e ben nove domande di liberazione, Georges Ibrahim Abdallah è ancora i carcere.
L’ottava richiesta di libertà condizionata dell’aprile 2013, era stata in un primo tempo accolta dal tribunale, ma le autorità francesi non hanno applicato l’ordine fino a quando un altro tribunale ha dato parere contrario.
Così la Francia ha ceduto alle fortissime di ISA e Israele, che avevano espresso “grave inquietudine” per il timore che Georges Abdallah possa tornare a combattere sul campo.
Quello che imperialisti e sionisti vogliono continuare a far pagare, dopo 30 anni, a Georges Abdallah è l’essere stato in tutti questi anni un esempio di fermezza rivoluzionaria e internazionalismo, l’aver partecipato continuamente e attivamente come poteva a tutte le battaglie in solidarietà con i prigionieri politici rivoluzionari in tutto il mondo.
Il suo è solo uno dei numerosi casi di rivoluzionari prigionieri che restano per decenni dietro le sbarre, anche oltre la pena subita, solo perché il carcere non li ha piegati e continuano ad agire da rivoluzionari.
D’altra parte, in questi anni decine di prigionieri rivoluzionari, comunisti, anarchici e antifascisti imprigionati in Italia, Grecia, Marocco, Svizzera e altre parti del mondo hanno solidarizzato con Georges Ibrahim Abdallah, con scioperi della fame e altre forme di lotta per la sua liberazione.
Il prossimo 5 novembre il tribunale per l’applicazione delle pene si pronuncerà sull’ennesima richiesta di scarcerazione. Un mese di mobilitazione internazionale è stato indetto a sostegno della sua richiesta, in particolare tra il 20 e il 25 ottobre.
In questo periodo in cui sono previste manifestazioni in molte città francesi, tra cui Lannemezan, Parigi e Lyon, ma anche a Tunisi, Bruxelles e, in Italia a Milano.
Soccorso Rosso Proletario Italia aderisce a questa campagna. Rinnoviamo la nostra solidarietà con Georges Ibrahim Abdallah, come parte della battaglia a difesa di tutti i rivoluzionari prigionieri ancora detenuti e che non si sono arresi, lottiamo al loro fianco per la liberazione!
In Italia, a Milano, saremo presenti al presidio:
SABATO 25 OTTOBRE
Milano, Ore 14 Piazza Cadorna
Presidio organizzato da: Fronte Palestina
Assemblea di Lotta “Uniti contro la repressione”
Soccorso Rosso Proletario Italia

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gulag e campi di pomidoro non sono inconciliabili

La Repubblica di mercoledì ventidue ottobre riporta, a pagina dieci, una dichiarazione del senatore forzitaliota Antonio Razzi, l’ex esponente dell’Italia dei Valori che fu comprato dal Delinquente di Arcore per causare la caduta, nel 2008, del governo del Mortadella; afferma il politicante: “Lager in Corea? Sono campi di pomodori”.
Il quotidiano romano di via Cristoforo Colombo 90, che notoriamente è l’organo non ufficiale del Partito (sedicente) Democratico, isola la frase in questione all’interno di un box intitolato ‘breviario': ça va sans dire che l’intento di Giovanni Luzi, che firma la breve, è quello di mettere in ridicolo il senatore saltafossi.
Peccato per l’imbrattacarte che il fatto che – nei posti dove la propaganda occidentale asserisce trovarsi i campi di prigionia – ci siano dei campi di ortaggi, non è affatto in contraddizione con l’esistenza dei Gulag.
Non si vede perché, nei campi di lavoro e di rettifica della Repubblica Popolare Democratica di Korea – perché quello sono i ‘soggiorni termali’ suddetti, mentre i lager erano i campi di sterminio usati dai fascisti tedeschi per eliminare gli oppositori – non si dovrebbero poter coltivare derrate alimentari in modo da soddisfare le giuste richieste di cibo da parte della popolazione.

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intervento del pcm italia al meeting internazionale in occasione del 10° anniversario del partito comunista dell’india (maoista)

Compagni,
è con grande gioia, entusiasmo ed emozione che salutiamo il 10° anniversario del PCI (M).
La creazione di questo partito ha costituito un potente rafforzamento del movimento comunista internazionale e una grande affermazione che è la guerra popolare che unisce i comunisti e forgia gli autentici partiti comunisti maoisti.
Un esempio da cui trarre insegnamenti, ispirazioni, ma soprattutto una grande fiducia e una forza ideologica per i proletari e le masse popolari avanzate anche nel nostro paese.
La formazione di questo partito e i suoi 10 anni hanno risposto e rispondono alle aspirazioni e ai desideri della classe operaia, dei contadini e delle larghe masse oppresse dell’India di avere un autentico partito proletario che le diriga verso il cambiamento rivoluzionario e l’edificazione di una società di Nuova Democrazia in marcia verso il socialismo e il comunismo.
Il fuoco che divampa in Asia del sud fa dell’India una potenziale nuova Cina dell’epoca della rivoluzione e costituisce un fatto enorme nel quadro dei rapporti di forza mondiali tra imperialismo e lotte dei popoli oppressi e tra rivoluzione e controrivoluzione, un fatto che conferma che la contraddizione principale è tra imperialismo e paesi e popoli oppressi e che la tendenza principale è la rivoluzione.
La grande decisione della fondazione di questo partito ha indicato anche un metodo per costruire l’unità, come è stato verificato dalla nuova importante tappa dell’unificazione del movimento comunista indiano rappresentata dalla fusione del Pci Naxalbari con il PCI (M).
Il PCI (M) all’atto della sua fondazione scriveva nel suo comunicato:
“Il PCI (M) proseguirà agendo come un’avanguardia politica unificata del proletariato indiano. Il marxismo-leninismo-maoismo costituirà la base ideologica del suo pensiero guida in tutte le sfere dell’attività, continuerà lottando contro le deviazioni di destra e di sinistra, soprattutto contro il revisionismo essendo questo il principale pericolo del mci. Cercherà di unificare tutti gli autentici gruppi e individui maoisti fuori dal partito”.
A 10 anni dalla fondazione questo impegno è stato mantenuto e costituisce, quindi, una via e una linea maoista verificata da cui attingere, in ogni paese in cui bisogna unire i maoisti in un partito comunista d’avanguardia.
Ma è anche una indicazione che vale per il mci nel processo di ricostituzione di un’organizzazione internazionale, dopo il collasso del Rim.
Marxismo-leninismo-maoismo, guerra popolare, unità dei comunisti mlm, il nostro partito è schierato apertamente su questa strada, lavora per questo negli ultimi anni ed è unito al PCI (M) nella costruzione di questo percorso. La fusione con Naxalbari pone condizioni migliori per l’avanzamento di questo processo di unità, a cui tutti gli autentici partiti e organizzazioni mlm devono guardare e attingere insegnamenti, e di conseguenza schierarsi.
L’unità dei partiti e organizzazioni mlm è elemento decisivo per sviluppare il sostegno alla guerra popolare in India su scala internazionale.
Per questo il nostro partito dà il pieno appoggio alla linea e all’azione del Comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India e invita tutti a consolidare questa unità e a combattere il falso internazionalismo che con parole di “sinistra” propugna un’azione di destra e non coglie l’importanza strategica del sostegno alla guerra popolare e allo stesso Comitato internazionale.
L’India entra in maniera prepotente nello scenario mondiale dell’imperialismo con le sue multinazionali che dentro questo sistema giocano un ruolo attivo, così come lo vuole giocare il nuovo regime fascista indù di Modi.
Anche nel nostro paese il legame tra le multinazionali indiane e i padroni italiani si va consolidando in un rapporto di collusione, alleanza – pur sempre all’interno della contesa e concorrenza sul mercato mondiale attraversato dalla crisi economica e finanziaria. Il caso dell’industria bellica, vedi Finmeccanica, il caso delle industrie dell’acciaio, Arcelor-Mittal e Jindal, stanno a dimostrare che le multinazionali indiane diventano per il proletariato italiano anche un nemico interno e che le multinazionali italiane partecipano pienamente al supersfruttamento del proletariato indiano e alla rapina del popolo indiano.
Ma c’è da dire che in questo modo gli operai sperimentano sulla propria pelle che i padroni, dall’Italia all’India, sono uniti nel portare avanti i loro profitti di sangue sulla pelle dei proletari e delle masse popolari e che gli operai sono una sola classe a livello internazionale e devono stringere in maniera forte i loro legami di solidarietà e di lotta.
E il nostro partito è impegnato a rendere concreto questo legame internazionalista.
Questo legame sul piano economico si traduce in una nuova sintonia politica tra il governo fascista Indù di Modi e il governo di stampo moderno fascista di Renzi che raccoglie dietro di sé Berlusconi e tutta la borghesia imperialista italiana.
Questi governi vogliono camminare mano nella mano e trattano alla luce di questo i loro rapporti.
Il governo indiano ha chiesto anche al nostro governo, come a tutti i governi europei, di fermare il sostegno alla guerra popolare, che nel nostro paese ha una sua base solida nel nostro partito, nel Comitato internazionale di sostegno con le sue decine e decine di iniziative prodotte in questi anni tra operai, giovani, donne e sinceri rivoluzionari e democratici.
Il governo indiano rimanda indietro un marò assassino di pescatori indiani mentre utilizza la più brutale repressione contro il suo popolo. Questa è la seconda ragione per considerare questa collaborazione come parte dei nemici interni della lotta di classe in Italia.
Siamo ben consapevoli che il miglior sostegno internazionalista è la rivoluzione proletaria e socialista nel nostro paese e che la migliore solidarietà alla guerra popolare è l’inizio della guerra popolare nel nostro paese.
A questo stiamo lavorando con difficoltà, avanzamenti e arretramenti, in un’impresa molto difficile; e ogni qual volta il nostro partito ha avuto l’opportunità di parlare con i compagni indiani, abbiamo trovato comprensione su queste difficoltà e incoraggiamento.
Ma l’inizio delle guerre popolari dipende essenzialmente dalle basi ideologiche, politiche e organizzative, e su questo il contributo del movimento comunista indiano, come degli altri partiti del mci, è uno dei fattori decisivi.
Siamo appunto in questa fase di preparazione ideologica e politica per assolvere ai nostri doveri di autentici internazionalisti.
VIVA IL 10°ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DEL PCI (M)!
VIVA L’UNITA’ DEI PARTITI MARXISTI-LENINISTI MAOISTI!
ONORE AI MARTIRI DELLA RIVOLUZIONE IN INDIA!
SOSTENIAMO LA GUERRA POPOLARE IN INDIA!

Partito Comunista maoista – ITALIA
27 settembre 2014

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formazione operaia. marx e la crisi: seconda parte

Nel precedente corso abbiamo analizzato cosa produce le crisi: i limiti e le contraddizioni del capitale; e il fatto che il capitale è fattore di sviluppo delle forze produttive e nello stesso tempo della loro distruzione.
Vogliamo sottolineare che, da vari riscontri, risulta che effettivamente questo corso on line viene seguito soprattutto dagli operai. Essi dicono che si stanno un pò “sforzando” ma sono contenti, dopo decenni di analfabetizzazione, unita a false idee, banali luoghi comuni, deviazioni, alimentati dai mass media, dalla corte dei padroni, dai sindacati confederali, ma anche da presunti “intellettuali” borghesi o anche di “movimento”.
Questi operai via via stanno comprendendo quanto sia importante pensare con la testa della loro classe. Questo darà loro forza e superiorità.

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APPUNTI DI STUDIO SU MARX E LA CRISI
stralci da “il capitalismo e la crisi”. Scritti scelti (di Marx)
a cura di Vladimiro Giacchè.
(I pezzi in corsivo segnalati da (ndr) sono brevi note di Proletari comunisti)
2° parte
– Un fattore delle crisi è la capacità di consumo dei lavoratori.
Questa capacità è a suo avviso strutturalmente limitata. Per un motivo ben preciso: il valore di ogni merce è determinato dal lavoro impiegato in media per produrla, e i profitti del capitalista derivano dal plusvalore, ossia dal fatto che al lavoratore è pagato non l’equivalente dell’intero valore prodotto, ma soltanto una parte di esso (cioè non l’intera giornata lavorativa effettivamente lavorata, ma soltanto una sua parte)…
(ndr) Questo avviene non certo per cattiveria del capitalista, ma perchè la forza lavoro da un lato è una merce come tutte le altre, dall’altra è una merce particolare. Il capitalista, come spiega Marx, va sul mercato e compra la merce della forza lavoro e la paga (come tutte le altre merci) per il tempo di lavoro necessario a produrla (tempi di produzione per i beni per mangiare, vestirsi, riprodursi come classe, ecc.), quindi mette al lavoro l’operaio per il tempo pattuito, per es. una settimana, e, come spiega Engels nella recensione del 1° libro de Il Capitale, “Il capitalista mette ora al lavoro il suo operaio. Entro un determinato tempo l’operaio avrà fornito tanto lavoro quanto ne era rappresentato nel suo salario settimanale. Posto che il salario settimanale di un operaio rappresenti tre giornate lavorative, l’operaio che inizia il lunedì, la sera di mercoledì ha reintegrato al capitalista l’intero valore del salario pagato. Ma cessa allora di lavorare? Niente affatto. Il capitalista ha comprato una settimana di lavoro e l’operaio deve lavorare ancora anche gli ultimi tre giorni della settimana. Questo pluslavoro dell’operaio al di là del tempo necessario alla reintegrazione del suo salario, è la fonte del plusvalore, del profitto, del sempre crescente ingrossamento del capitale”.
… E’ questa estorsione di valore supplementare che, secondo Marx, determina i profitti del capitalista ma al tempo stesso anche i limiti della capacità di consumo dei lavoratori. Questo perchè “i produttori, i lavoratori, possono consumare un equivalente per il loro prodotto, soltanto finchè producono più di questo equivalente – il plusvalore o plusprodotto. Essi devono essere sempre sovrapproduttori, produrre al di là del loro bisogno, per poter essere consumatori o compratori entro i limiti del loro bisogno” (Marx).
“La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre da un lato la povertà delle masse, dall’altro l’impulso del modo di produzione capitalistico a sviluppare le forze produttive come se la capacità di consumo assoluta della società ne rappresentasse il limite” (Marx).
Ma… nel contesto dei rapporti capitalistici di produzione ogni politica redistributiva incontra prima o poi dei limiti insormontabili: essa può essere posta in atto solo fintantochè non intacchi la profittabilità del capitale.
(ndr) Certo il capitale vorrebbe che i lavoratori, le masse acquistassero più merci, fossero buoni consumatori, ma non è certo disposto ad aumentare il salario dei lavoratori; anzi tende costantemente e soprattutto nella crisi, in vari modo, ad abbassarlo, scavandosi in questa maniera la fossa sotto i piedi (ma non può fare altrimenti!). Chiede se mai ai governi di sostenere i bassi redditi dei lavoratori, soprattutto di quelli che licenzia e per licenziarli senza grossi problemi (vedi ammortizzatori sociali).
– La caduta tendenziale del saggio di profitto.
… con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico aumenta la proporzione del capitale investito in macchinari rispetto a quello investito in forza lavoro: si verifica in altri termini, “una diminuzione relativa del capitale variabile (forza-lavoro) in rapporto al capitale costante (macchinari, mezzi di lavoro) e quindi in rapporto al capitale complessivo messo in movimento” (Marx). Marx definisce questo processo anche come una progressiva crescita della “composizione organica del capitale”. Si tratta di “un’altra espressione dello sviluppo progressivo della forza produttiva sociale del lavoro, che si manifesta proprio in ciò, che in generale, per mezzo del crescente uso di macchinari, capitale fisso, più materie prime e ausiliarie vengono trasformate in prodotti nello stesso tempo, ossia con meno lavoro” (Marx). la diminuzione relativa di capitale variabile (operai) in rapporto al capitale costante (macchine) fa sì che a parità di condizioni il saggio di profitto – ossia il rapporto tra il plusvalore e il capitale complessivo investito nella produzione (la somma di capitale variabile e capitale costante) – diminuisca. Questa, in sintesi, la legge della “caduta tendenziale del saggio di profitto”.
– Fattori di controtendenza
Ma la caduta del saggio di profitto è in verità una tendenza alla diminuzione e non un crollo – tanto meno un crollo improvviso. Questo perchè la diminuzione del saggio di profitto può essere in parte controbilanciata da altri fattori, a cominciare dalla concentrazione dei capitali. A causa di tale concentrazione, pur calando la proporzione del capitale variabile rispetto a quello costante, un numero maggiore di lavoratori lavora per un singolo capitalista: aumenta quindi la massa del plusvalore e questo fa sì che “la massa dei profitti aumenti contemporaneamente e nonostante la caduta del saggio di profitto” (Marx).
(ndr) Ma altri e ben più importanti fattori agiscono da controtendenza (tenendo conto che anche la concentrazione incontra un suo limite, dato dal fatto che come aumenta il numero dei lavoratori, aumenta, sia pur meno, anche il numero dei macchinari, aumenta il capitale costante), Marx li individua in:
1) Aumento del grado di sfruttamento del lavoro, cioè accrescimento del plusvalore, soprattutto attraverso il prolungamento del tempo di lavoro (plusvalore assoluto) e l’intensificazione del lavoro (plusvalore relativo)…
(ndr) oggi è evidente l’utilizzo di questi interventi da parte dei capitalisti per far fronte alla crisi, in generale utilizzati contemporaneamente, unendo straordinari diventati “normali”, e quindi un allungamento non “straordinario” dell’orario di lavoro, a riduzione delle pause nella giornata lavorativa o tra un turno e l’altro – lo stesso spostamento per es. della pausa mensa a fine turno fatto dalla Fiat, pur se non allunga l’orario di lavoro, concentrando il tempo di lavoro, aumenta di fatto il tempo in cui nella giornata l’operaio è utilizzabile dall’azienda.
Il capitale poi, per l’intensificazione del lavoro, mette al lavoro anche fior di scienziati, di tecnici per “inventare” sistemi sempre più micidiali per intensificare i ritmi e i carichi di lavoro collettivi e individuali, per selezionare l’operaio pezzo per pezzo per vedere di trarre il massimo di pluslavoro da ogni parte del corpo e da ogni movimento dell’operaio. Certo anche questo ha un limite, il limite che il capitalista non vuole trovarsi di fronte al fatto che tutti gli operai facciano la fine di quel cavallo che a forza di provare quanto resisteva senza mangiare poi morì. Il capitalista vuole che la maggiorparte degli operai che hanno lavorato oggi ritornino domani per essere sfruttati e produrre altro plusvalore (benchè qualcuno se ne può anche perdere per strada…); ma se l’intensificazione del lavoro unita all’allungamento della giornata lavorativa produce una umanità di invalidi, sofferenti, purchè producano, non è un suo problema!
Tutto questo dimostra come il capitale più sviluppa le forze produttive, più ammoderna il modo di produzione, più instaura rapporti di produzione da moderno schiavismo, il sistema più avanzato fa profitti sulla base dei sistemi di sfruttamento “più arretrati” (es. la fabbrica ipoa in Cina); più si espande, si globalizza, si estende in ogni parte del mondo il modo di produzione più all’avanguardia dei paesi imperialisti più si espandono, si globalizzano, si estendono le condizioni di lavoro in atto nei paesi più arretrati. Si tratta di un processo inverso, per cui alle leggi più moderne del capitale si pongono davanti le leggi più schiavistiche per i lavoratori. Con una questione: che non solo il capitale va a spostare le sue produzioni dove già esistono queste condizioni di supersfruttamento; non solo importa questi rapporti di produzione dai “paesi arretrati” nel paese imperialista; ma sviluppa e “inventa” nel proprio paese i nuovi sistemi di aumento del grado di sfruttamento della forza lavoro (vedi il TMC2 alla Fiat).
2) Compressione del salario al di sotto del suo valore… per Marx “il valore della forza lavoro è il valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza lavoro”. D’altra parte però questo valore è storicamente determinato: “il volume dei cosiddetti bisogni necessari, come pure il modo di soddisfarli, è anch’esso un prodotto della storia… dunque la determinazione del valore della forza lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico e morale” (Marx)… ed è indubbio che la riduzione dei salari avvenuta negli ultimi anni, in parallelo ai processi di precarizzazione della forza lavoro, collochi i salari attuali in molti casi nettamente al di sotto del loro valore storico medio dei 2-3 decenni precedenti. Ciò è ancora più evidente se si tiene conto non soltanto del salario diretto, ma anche… del salario indiretto… e differito… Oggi il prezzo che il capitalista paga per l’utilizzo della forza lavoro è inferiore anche al prezzo delle sue condizioni di riproduzione.
(ndr) E’ evidente come la crisi venga usata dai capitalisti per ridurre il salario, senza tanti raggiri: se prima si facevano contratti di lavoro nazionali “svendita” che non permettevano il recupero salariale, oggi i contratti semplicemente cominciano a non essere fatti, a partire dal Pubblico Impiego; vengono tagliate voci del salario falsamente presentate come accessorie, ma di fatto parte integrante del salario; le politiche che vengono perseguite sia a livello di industriali che di parlamento per reintrodurre delle moderne gabbie salariali, attraverso la controriforma del CCNL; ecc.
3) Ribasso del prezzo degli elementi del capitale costante. Al riguardo Marx osserva: “la stessa evoluzione che accresce la massa del capitale costante in rapporto a quello variabile, riduce attraverso l’accresciuta forza produttiva del lavoro il valore degli elementi del capitale costante, e quindi impedisce che il valore del capitale costante – che pure cresce continuamente – cresca nella stessa proporzione in cui cresce il volume materiale del capitale costante, cioè l’entità materiale dei mezzi di produzione che sono messi in movimento dalla stessa forza lavoro”.
4) La sovrappopolazione relativa… pressione di un gigantesco esercito industriale di riserva presente nei paesi emergenti: soprattutto in Asia, ma anche nell’Europa dell’Est. Questo ha comportato una massiccia delocalizzazione di produzioni industriali verso i paesi di nuova industrializzazione… l’accentuata concorrenza di produzioni realizzate in paesi a minor costo della forza lavoro… ha esercitato una fortissima influenza calmieratrice sui salari dei paesi industrialmente più avanzati.
(ndr) Ma questo uso della sovrappopolazione relativa per abbassare i salari avviene anche negli stessi paesi industriali e la crisi lo accentua. Oltre la disoccupazione classica, negli ultimi anni vi sono due forme in cui avviene questa riduzione dei salari: una, in vari posti di lavoro la minaccia di licenziamenti porta all’accettazione di una riduzione dei salari, o attraverso la cassintegrazione, o attraverso i contratti di solidarietà, o attraverso la rinuncia a richieste di difesa salariale; l’altra, attraverso la espansione, generalizzazione dei rapporti di lavoro precari, a tempo determinato, in tutti i settori anche in quelli della grande fabbrica dove erano prima molto rari (la “femminilizzazione del lavoro” vuol dire che il capitale ha generalizzato tra tutti i lavoratori condizioni di precarietà che prima erano presenti soprattutto tra le donne lavoratrici).
5) Il commercio estero… In primo luogo, grazie a esso il volume della produzione si accresce consentendo un ampliamento di scala della produzione e quindi una riduzione dei suoi costi unitari: questo “rende più a buon mercato tanto gli elementi del capitale costante, quanto quelli che formano direttamente il capitale variabile (mezzi di sussistenza necessari” (Marx). In tal modo il commercio estero agisce in modo favorevole all’aumento del saggio di profitto, per un verso accrescendo il saggio di plusvalore (in quanto il valore della forza lavoro cala….) e per un altro diminuendo il valore del capitale costante…
In secondo luogo… “i capitali investiti nel commercio estero possono fruttare un saggio di profitto superiore” – osserva Marx – perchè qui “si concorre con merci che sono prodotte da altri paesi con condizioni di produzione meno favorevoli e così il paese più progredito vende le sue merci al di sopra del loro valore, benchè più a buon mercato dei paesi concorrenti”.
In terzo luogo “per quanto d’altro lato riguarda i capitali investiti in colonia “ Marx osserva che “essi possono fruttare saggi di profitto più elevati, perchè in quei paesi il saggio di profitto è in generale più elevato a causa del minor sviluppo e in secondo luogo (…) vi è un maggior sfruttamento del lavoro”.
Tutto questo però vale per il breve periodo. Gli effetti di medio-lungo periodo del commercio estero, invece, non sono favorevoli al saggio di profitto… “lo stesso commercio estero sviluppa il modo di produzione capitalistico e quindi la diminuzione in patria del capitale variabile rispetto a quello costante e produce d’altro lato sovrapproduzione all’estero, perciò ha di nuovo alla lunga l’effetto opposto” (Marx).
6) Aumento del capitale produttivo di interesse… (una parte crescente del capitale viene destinata) a capitale produttivo di interesse, ossia all’investimento in obbligazioni o azioni (più in generale, in attività creditizie e finanziarie). L’importanza assunta da questo fattore negli ultimi decenni è stata notevolissima…
(ndr). Questo sesto punto spiega come l’abnorme sviluppo delle attività finanziarie, dell’espansione del credito non è altra cosa dal capitale industriale, dal capitale produttivo, ma è frutto delle leggi stesse del capitale e dei tentativi del capitale di frenare la caduta del saggio di profitto – anche se la finanza poi si muove anche di “vita propria” e in alcuni casi può come una potenza mostruosa rivoltarsi contro singoli esponenti del sistema che l’ha generata. Quindi tutti coloro che a fronte della crisi che ha visto al suo origine la crisi finanziaria, hanno gridato contro i finanzieri, i banchieri in nome del capitale produttivo, sono o miopi o in malafede.

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un po’ di rispetto, caro travaglio

Giovedì sedici ottobre va in onda – sull’emittente televisiva La Sette – la puntata settimanale di Servizio Pubblico, il programma condotto da Michele Santoro.
In studio, come sempre, è presente il giornalista – ultrà grillonzo – Marco Travaglio, mentre in collegamento audio-video si trova il presidente della Regione Liguria, il sedicente democratico Claudio Burlando detto Bofonchio.
Nel corso del lungo dibattito, l’ex delfino del fu direttore del Giornale Nuovo, il fascista Indro Montanelli, si produce in uno dei suoi soliti sermoni durante il quale ricorda tutti i, almeno in parte presunti, misfatti di cui si sarebbe macchiato il Burlando nel corso degli ultimi trent’anni.
Quando poi tocca al primo cittadino ligure controbattere alle accuse, il Travaglio – che in comune con il politicante ha il fatto di non amare essere contraddetto – si innervosisce non poco, interrompendo più volte il suo interlocutore, anche con argomentazioni che di politico non hanno assolutamente nulla.
Il conduttore cerca di riportare la discussione su binari civili asserendo giustamente che, finché ci sarà lui, tutti avranno il diritto di far valere le proprie ragioni; per tutta risposta, il vicedirettore del Fatto Quotidiano si alza, ed esce dallo studio.
Nei giorni successivi, il Santoro tende la mano al Travaglio, ricordandogli però che, nel suo programma, ci sono delle regole che vanno rispettate, “anche dall’amico Marco”.
Quest’ultimo evidentemente non è interessato a distendere gli animi, e straparla di “non essere una foca ammaestrata, che canta o tace al fischio del domatore”.
Sarà anche vero, ma in tutta evidenza gli manca una dote che dovrebbe albergare in ognuno di noi: il rispetto per le regole e per gli interlocutori.

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venerdì 24 ottobre: assemblea pubblica no tav-terzo valico a isoverde (ge)

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l’importanza di sapere “come sta” la comunità. rivendicato ai sindaci il “referto epidemiologico” (da medicina democratica alessandria)

I sindaci potrebbero migliorare lo stato di salute dei propri cittadini. Invece non lo conoscono e quindi non agiscono. Eppure con il “referto epidemiologico” potrebbero, e noi con loro, avere coscienza in tempo reale delle criticità sia per gruppi di residenti che di lavoratori. Questa esigenza è particolarmente avvertita nella Fraschetta: dove si fa unanime la proposta di urgente Indagine epidemiologica per tutto il territorio interessato da numerose fonti di rischio tra loro interdipendenti, tra cui aziende ad alto tasso di inquinamento. In questa direzione perciò abbiamo con raccomandata inviato richiesta, ai sensi di legge (risposta entro 30 giorni), di “referto epidemiologico” ai sindaci – quali primi responsabili della sanità comunale – di Alessandria, Tortona, Novi Ligure, Bosco Marengo, Pozzolo Formigaro, Predosa, Frugarolo, Cassano Spinola, Serravalle Scrivia.
Cos’è il “referto epidemiologico” rivendicato? E’ il check-up, la diagnosi, sullo stato di salute della popolazione comunale basato sui dati elettronici già presenti (ricoveri, mortalità, farmaci assunti ecc.), anche confrontabili con gli analoghi valori dei comuni vicini, provincia, regione. L’obbiettivo finale è l’individuazione del rischio e del danno, delle bonifiche e della prevenzione di gravissime malattie. L’epidemiologo potrà “diagnosticare” raffrontando il referto epidemiologico con il complesso dei dati demografici e socio-sanitari correnti già presenti. Insomma il referto epidemiologico si basa sul “conteggio” di tutti i deceduti e dei nuovi malati (es. malformazioni neonatali, complesso dei deceduti, complesso dei tumori ecc.) diagnosticati in una specifica comunità come può essere un gruppo di lavoratori o i residenti in particolari aree in un ben definito periodo di tempo. Saranno considerati tutti i casi sulla base dell’età, del genere, dell’area geografica, del periodo e di altre caratteristiche. I valori osservati dovranno poi essere raffrontati con il valore atteso proveniente da una popolazione standard. Se la differenza tra questi due valori risulterà superiore a 1 (ci sarà quindi un eccesso di casi osservati) saremo in presenza di un fenomeno più frequente del previsto. A questo punto, con altri specialisti, dovranno essere indagate casualità e causalità dell’evento. L’utilizzo di questi dati, se adeguatamente aggiornati, potrà permettere di identificare criticità, di origine ambientale, lavorativa o sociosanitaria ed intervenire su di esse. Ciò aiuterà ad individuare tempestivamente le soluzioni, migliorando la qualità di vita dei cittadini e dei lavoratori, salvando molte vite, mantenendo sano il tessuto sociale e risparmiando risorse economiche utilizzabili altrove, magari proprio per attivare una efficace prevenzione primaria, rimuovere le cause di queste malattie ed evitare analoghe epidemie.
Ribadiamo a ciascun sindaco della Fraschetta: la realizzazione di un referto epidemiologico non è così complessa né costosa. Infatti i dati correnti esistono già, e sono presenti negli assessorati alla salute, nelle Asl, negli ambulatori medici e negli ospedali. Sono già informatizzati, codificati e riferiti ad ogni individuo che abbia avuto contatti con strutture sociosanitarie pubbliche o private. Oggi servono solo per scopi amministrativi, economici e statistici. Noi invece rivendichiamo che siano utilizzati in modo sistematico, continuo e applicato all’epidemiologia come prevenzione. Facciamo dunque appello a tutti i sindaci della Fraschetta, sottolineando il ruolo di raccordo di Rita Rossa nella sua duplice veste di sindaco del Comune capoluogo e di presidente della Provincia.

Medicina democratica Movimento di lotta per la salute Sezione provinciale di Alessandria.

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